“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Giovedì, 26 Marzo 2015 00:00

Attenzione. La parola amore esiste. Leggere con cautela il foglio illustrativo

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Lei e Lui.
LEI: ... mi sento... sempre frenata. Per esempio, […] quando cammino ho l’impressione che devo scegliere tra il piede sinistro e il destro. Poi ci sono i numeri, ma forse non è importante eh... No perché il due per me è solitudine. Scissione. Perciò anche l’undici non va bene perché è uno più uno che fa due. Il tre invece è l’amore, è un buon numero. Ventisei è Dio, ventisette Dio e amore, cioè l’amore perfetto. Ci sono i numeri, ci sono i colori, ed io li devo ascoltare.
LUI: Cosa c’entrano i colori con i numeri?
LEI: C’entrano. Nero è... non va! Perciò bisogna passarli a destra. Bianco invece... ci si può permettere di passarli a sinistra. Il problema è il rosa... a volte bisogna passarli a destra, a volte a sinistra.
LUI: Come mai?


Angela e Guido. Un dialogo senza norme.
LEI: E perché è un misto di rosso e di bianco, e il bianco, come le ho detto, è un buon colore.
LUI: Certo... E il rosso?
LEI: E il rosso è amore ma ovviamente anche malattia.
LUI: “Ovviamente”... ma perché bisogna passare a destra o a sinistra?
LEI: Per equilibrare.

Angela e Guido. Una donna e il suo psicoanalista.
LUI: Dev’essere complicato tener conto di tutte queste regole.
LEI: No. Anzi se devo essere sincera non so neanche se voglio veramente liberarmene. Mi aiutano a vedere meglio il mondo.

Ognuno fabbrica il mondo alla sua maniera, come può. Basta poter vedere, farsi dare la caccia da qualcosa. Per una come Angela poi, trentenne nevrotica che rifiuta la sua origine alto-borghese ma, in concreto, non riesce a liberarsi del buon far nulla, perduta in una Roma libera di passeggiate, libri sbocciati dentro una stanza troppo sgombra o in una borsa troppo piena, frastornata da amiche disordinate, soffocate da loro stesse, ignorata da una madre indifferente, la psicosi diviene un binocolo creativo, un orizzonte privilegiato col quale dar vita ad una realtà piena di 'Pieni', una maniera per ignorare il fondo d’Assenza, uno strumento col quale creare fingimenti seri. Seri, che più veri di così non si può. Che più veri di così, si può solo ridere: mai piantare il piede in una striscia bianca; è necessario fermarsi, saltarla con cura; rapidamente “scegliere” di fronte ad una linea: piede destro o sinistro?; sono le 17:12, non mi posso fidare, bisogna verificare; sono davvero le 17:12? Che importa? Importa a me.
Per Angela, straordinario personaggio del film La parola amore esiste, interpretato da una candida e feroce Valeria Bruni Tedeschi, si tratta di “Riti”. Quando i paesaggi d’Anima non si adattano, quando non sanno parlare il linguaggio della realtà che ci circonda, quella a cui tutti sembrano invece pacificamente adeguarsi, deve intervenire il Corpo, che lo fa per figure rituali incomprensibili alla logica, ondate primitive di suoni, scomposizioni archetipiche, secolari. Il rito è la frammentazione e la distruzione dei principi certi di “questo” esistere, e contemporaneamente una corda, difficile e cupa, con la quale nonostante tutto ci si “tiene” alla vita, stretti a lei con una determinazione commovente ed irreversibile. Assoluta. Del resto, come dirà poi a Guido, lo psicoanalista interpretato dall’intenso e pacatamente innervato Mimmo Calopresti, che della pellicola firma anche la regia, senza quei numeri, strisce, colori, Angela ha il terrore di smettere di esistere.
Niente retorica, nessuna frase fatta, nessun “ismo” in questo film del 1998, sensibile e dai toni essenziali. Una sceneggiatura vibrante e coraggiosa, che cuce fatti, parole e volti per regalarci una narrazione dura e straordinariamente efficace del male-di-vivere, del senso di inadeguatezza di fronte alle richieste della vita, dei grovigli irrisolvibili dell’infanzia, dei Conflitti angoscianti, e soprattutto della Paura, sempre paura. Di tutto. Paura della solitudine. Paura delle scelte, delle grandi e delle più, in apparenza, banali. Paura di gestire la dannata impossibilità di comunicare, di comprendere, gli altri, se stessi. Paura delle parole, soprattutto. Perché le parole sono Potere, Carne e Sputo. Le parole sono madri, generatrici di spinte e Azione – la Parola è “pratica magica”, evocazione suggerita, per chi scrive, dal titolo del film, che, difatti, non recita che l’“amore” esiste ma che “la parola” amore esiste, allusione gentile all’insufficienza del “significato”, troppo incavato, elementare, disadorno per il freddo, e alla potenza, invece, del Suono, della veste che è Apparizione della parola, Parola stessa. Il regista de La parola amore esiste porta dunque al cinema un fondamento del fine Teatro contemporaneo di ricerca, che non rovista il senso della parola nel “materiale significato”, ma lo spia nel suono, tramite la voce, nella fisicità stessa della parola muta.
Le parole sono maestosamente vive, sono Corpo. E Angela lo sa. E, difatti, non la smette di dire. Difatti, a dispetto del terrore che pronuncia, si sceglie addirittura uno specialista per poterle parlare, le parole. Probabilmente perché intuisce che è anche grazie a loro che può esistere, può essere compresa, che può incontrare l’Altro e dunque entrare nella vita, la stessa in cui cerca di avventurarsi come marinaio solitario su una zattera fatta di numeri, colori e linee.
Il nodo essenziale del film sta tutto qui, sta dentro la pratica del “pronunciare la vita”, nel tentativo, tutto umano, e folle, imprudente ma necessario, di concettualizzare l’esistenza, ordinarla, “parlarla”, affidarle un senso. Come? Con i servigi della ragione o/e con i segni disordinati e primitivi dell’intuizione, il “sesto” senso – piccoli segni che ti annodano, che ti vengono a cercare.
Angela sperimenta entrambe le strade, contemporaneamente. Logiche e Simboli. Analisi e Amore. Chiavi e finestre, tutto insieme.
Nella prima parte del film, mentre si affida allo strumento “concreto” della psicoanalisi e dialoga con l’angoscia inventando ragioni e luci, si innamora di Marco (Fabrizio Bentivoglio), il maestro di violoncello che abita nello stesso condominio dello studio di Guido. Mai dire “sicuramente”, è pericoloso, va bene... ma se dico “amore”? Se “dici” amore ti innamori.
Angela crede nell’amore, Angela vuole innamorarsi. Lo decide, lo “dice”, e si innamora davvero. È bellissima. I segni la guidano, dicono che è giusto, che va bene così. Il tre, il ventisette, e non si può far finta di nulla: ignorare i segni non si può.
Entrambi i percorsi seguiti però, subiranno uno scacco. Da una parte, l’analisi. Che la delude e abbandona – Angela racconta ma ha paura di essere giudicata, rivela ma nasconde, vuole una soluzione ma è determinata a non cambiare; cerca un’attenzione ed un ascolto extraumani ma finisce per essere soltanto “letta”, e aggredita. Straziante la scena del litigio di rottura con Guido: “Non mi sposerò mai”, dice lei. “Questo non lo so, ma onestamente mi sembra che lei non sia ancora capace di amare. Maschera le sue nevrosi dietro la parola amore”, dice lui. “Mi scusi ma lei come fa a saperlo? Mi conosce da così poco, e si permette di dirmi che io non so amare. Lei mi sta dicendo che io non ho mai amato nessuno?”. È arrabbiata, Angela. “In un certo senso sì”, riattacca lo psicoanalista. “A lei non importa niente di me, e allora non ha il diritto di giudicarmi, di dirmi che io non ho mai amato. E poi non permetto a nessuno di essere aggressivo con me”. “Mi difendo, perché lei è una persona aggressiva. Finge di essere fragile per provocare compassione. È la sua tecnica, per ottenere dalle persone che la circondano la stessa attenzione ossessiva che ha per i numeri, i colori, le linee e tutto il resto”. La crudeltà performativa della psicoanalisi finirà per abbandonare lo stesso Guido, che parrebbe concedersi un’opportunità, una crisi: “Mi sembra di ascoltare sempre la stessa cosa. Mi sembra di essere pagato solo per la mia pazienza”.
L’amore anche, sembra fallire. Angela comincia a spiare Marco, a pensarlo, a parlare di lui con le amiche. Prenoterà lezioni di violoncello per incontrarlo e organizzerà persino un appuntamento al buio, ma soprattutto, Angela invierà a Marco lettere d’amore anonime. Invia parole. E il tutto sembra rivelarsi inutile perché, nel frattempo, Marco ha creduto di riconoscere l’autrice dei messaggi non in lei, ma in una sua allieva. Angela non verrà riconosciuta, riconoscerà al bar come amante, non le verrà data alcuna opportunità. L’amore si trasfigura in un comico equivoco, in una sciocchezza da matti.
In definitiva, Angela cade dentro l’Undici. Undici, lo scatafascio, l’isolamento. La solitudine. Tutto si è spezzato. Guido, Marco e le amiche, la casa. Non resta che un Sanatorio sul mare, una Clinica “specializzata” fuori città, dove si avvia la seconda parte del film. Anche qui, la protagonista vive tutto infilata in un doppio registro: quello della ragione – entrerà in collisione col nuovo terapeuta, ne espliciterà la violenza e la presunzione, l’insensibilità e la ferocia soprattutto quando le verrà di nuovo vociferata, in maniera frettolosa ed assente, la sua “incapacità di amare”; quello dei simboli senza frottole –  il Mare, che guarda dritto in faccia il Sanatorio, che con le sue incisioni bianche e azzurre lo provoca, lo ridicolizza, paralizza la sua inquietudine, lo veste di una comicità inquietante, e l’amicizia con Sara (una superba e bravissima Marina Confalone), la signora ebrea dei Sofà, la spiritosa visionaria, una sete d’amore paradossale, a cui Angela si legherà sino a difenderla, ad organizzare, con lei, una fuga salvifica dalla Clinica. “Stiamo insieme”, le dice. “Venga a stare da me”. “Andiamo al cinema, chiacchieriamo”. Le parole...
Angela e Sara. Le ritroviamo clandestine su di un largo marciapiede ai confini con il mare, che, ancora una volta dialoga visivamente con la loro ricerca di un Senso, con il loro strano ed inconsolabile dolore, con il rifiuto di quel concetto di “cura” approvato da una società priva di immaginazione, triste.
Il finale della storia sembra essere conchiuso qui, ma le parole, come si era annunciato all’inizio, sono potere creativo. Avendo pronunciato “amore”, Angela ha – inconsapevolmente? – violato il segreto incastonato nel simbolo, liberando i suoi “misteri”. Pensare a chi non pensa a voi / Triste e sfaccendata mi sorprendo a contemplare il cielo / Dopo il nostro incontro mi accorgo che prima non pensavo a niente. Questi messaggi che lei aveva mandato a Marco in forma anonima, poesie giapponesi usate anche per titolare i quadri del film, hanno avviato il loro potere di fascinazione. Grazie a queste parole, Marco è cambiato. Ha ritrovato in sé quel qualcosa di vivo, da tempo perduto. Pensa a lei. Non la conosce ma la sogna. Marco è dentro l’Incanto dei segni di Angela.
Lo stesso pomeriggio in cui le due donne realizzano la loro clandestinità, Marco è proprio da quelle parti, in macchina. La riconosce, si ferma, la chiama. La “vede”, la “ri-conosce”. La ascolta, la “guarda”, la “chiama”. E capisce che è lei l’autrice delle lettere. Che è lei e basta.
Parole, frasi, espressioni dei volti e azioni evocative abiteranno le scene finali, che qui non s-velo. Metafore Larghe. Di quello che accadrà. Di ciò che accadrà, “forse”. “Sicuramente” è una parola che non si ha il diritto di usare, ma “Amore” sì. La parola amore esiste.

 

 

 

 

 

Retrovisioni
La parola amore esiste
regia
 Mimmo Calopresti
soggetto Mimmo Calopresti, Heidrun Schleef
sceneggiatura Francesco Bruni, Heidrun Schleef, Mimmo Calopresti
con la collaborazione di Doriana Leondeff, Valeria Bruni Tedeschi, Noemi Lvovsky
con Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Mimmo Calopresti, Marina Confalone, Gerard Depardieu, Valeria Milillo, Daria Nicolodi
musiche Franco Piersanti
fotografia Alessandro Pesci
produzione coproduzione italo-francese: Biancafilm (Roma), Camera one, Arena Films (Parigi)
distribuzione Mikado film
paese Italia
lingua originale italiano
colore a colori
anno 1998
durata 81 min.

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