“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Lunedì, 02 Settembre 2013 02:00

Il quadernaccio di Sam Weller (n. 4): "I love you" di Virginia Ryan e "Senza titolo" di Carl Andre

Scritto da 

Oggi la giornata è particolarmente favorevole, ci attendono addirittura due nuove inaugurazioni e, si sa, dal punto di vista sociologico e antropologico le inaugurazioni hanno sempre e comunque qualcosa in più. E quel qualcosa in più sono le persone che le frequentano, le quali – e può sembrare strano – hanno una loro funzione rivelatrice se non del senso profondo dell’arte (cosa che non ci azzarderemmo proprio a tentare) perlomeno di quella porzione di senso che l’arte possiede nel “qui ed ora” della sua apparizione all’interno di questa esposizione qui e soprattutto nel significato che acquisisce a partire dal pubblico che ne fruisce. L’arte vive anche della sua contingenza e quindi il nostro compito è quello di fare da tramite tra questa innegabile (e spesso divertente) immanenza e una trascendenza che lo scrittore (o scribacchino) ama spesso creare fingendo di averla trovata lì per caso. Insomma, al di là di queste chiacchiere da chiacchieroni chiocci e queruli, è innegabile il fascino delle inaugurazioni proprio per questo.

Entriamo allora nella sala della Galleria 1Opera per la mostra di Virginia Ryan. Vale comunque la pena ricordare o, perlomeno per noi, è un dato che va tenuto presente, che la Galleria 1Opera è un progetto di un gruppo di ragazzi che da anni combatte all’interno del mondo dell’arte napoletana con un bel piglio e con una decisa personalità. Il loro più bel progetto è stato Largo Baracche, la riqualificazione di uno spazio sotterraneo (che è stato anche un rifugio durante la seconda guerra mondiale) nel cuore dei Quartieri Spagnoli e la trasformazione di esso in quella che è stata una delle più vivaci (cioè: “vive”) gallerie (e il termine semanticamente è ancora più adatto – erano proprio cunicoli e gallerie) di Napoli. Il progetto al momento è al palo per evidenti difficoltà con il territorio e forse ancor di più con l’amministrazione che ha tradito (ma chi c’aveva creduto?) il senso di una rivoluzione civile (e poi le rivoluzioni per natura non sono mai civili, sennò sono mediocri riformismi).
E allora ci immergiamo all’interno della sala. La prima cosa che potremmo dire è che le foto sono spase – come  si dice a Napoli, cioè stese su fili intricati con l’ausilio di mollette colorate come si trattasse di panni da asciugare. L’intera sala è attraversata da questi fili che si incrociano tra di loro che creano una sorta di spazio labirintico all’interno del quale la prima sensazione è quella di essere guardati. Sì, perché l’artista ha compiuto un (piccolo grande) lavoro di recupero donando un senso al recupero stesso. Virginia Ryan si trovava a Grande Bassam in Costa d’Avorio e, mentre assisteva alla chiusura di tutte le boutique fotografiche a causa del passaggio dall’analogico al digitale, ha deciso di raccogliere tutte quelle fotografie che giacevano nei depositi, le ha acquistate e le ha restituite a una nuova vita. E così un po’ come i panni spasi al sole ad asciugare anche queste fotografie sono state messe lì in un allestimento originale come ad asciugarsi di tutta la loro densità esistenziale e poi, scrostate completamente, messe in maniera tale da ricordarci che la memoria è una cosa pulita e profumata, una cosa da conservare con gelosia all’interno di un cassetto (senza naftalina, però!).
E allora, immersi in questa assoluta ossessione della memoria, del dover lasciare una traccia, paranoia connessa al mezzo fotografico e che nel tempo del digitale diviene disturbo ossessivo-compulsivo, si vive per fare fotografie e le cose si vivono attraverso le fotografie – il medium essendo la vera e propria dimensione ontologica dell’esistente, di un esistente che è già sempre esposizione pornografica, vediamo dinanzi a noi comparire e cercare muti di raccontare una storia donne e uomini, a volte padri e madri o semplici solitudini, figli e figlie o bambini e bambine chissà di chi e poi matrimoni e funerali, cerimonie di ogni tipo, travestiti e uomini che pregano la madonna, interni di case povere, medie e poverissime, piedi sporchi, piedi in ciabatte, piedi scalzi, piedi che calzano scarpe Nike, negli sfondi stoviglie sporche o linde, bei quadri, pareti colorate, un bosco, un pezzo di deserto, il frullare della sabbia in riva al mare, e poi operai al lavoro e grossi e feroci cani, un sorriso e un velo islamico, un vestito coloratissimo e un velo bianco, un sorriso, una faccia seria, una maglietta di basket, un torso nudo statuario, una donna grassa e triste, processioni e donne in costume dai seni prosperosi, spiagge e una bella barista, una messa in chiesa, una famigliola felice, un’altra un po’ meno, sforzi e sudore, allegria e finzione di essa, sguardi da veri duri di periferia e occhi dolci e sfiniti, bambini appena nati in culle linde e bambinoni grossi e dall’aspetto tonto, persone anziane in pose austere e giovani indecisi se vestire come un rapper americano, come un portaborse americano o come un afroamericano (ovviamente) americano.
Ah! dimenticavo, la mostra si intitola I love you e tutta la questione sta in quello “you”, nel “tu/voi” che è dinanzi a noi sempre differente e con storie talmente lontane e variegate da essere incomprensibile e così mentre rifletto sul titolo dell’esposizione sorseggiando il terzo bicchiere di Chianti (che si fa ancora un po’ sentire durante la scrittura, in questo momento) vedo un bambino seduto nell’erba, in posa un po’ rigida e ridicola, che mi guarda e lui è sicuramente un “tu” da amare anche se non so perché, poco più in là una bellissima ragazza che sorseggia una specie di Fanta, poi un bambino in braccio a un Babbo Natale con barba posticcia, operai al lavoro e un morto in abiti tradizionali. L’amore è relazione e così quei fili tesi, quei panni spasi, ciò che è sempre sul punto di essere dimenticato va anche un po’ amato. C’è qualcosa che lega evidentemente l’ossessione della memoria e l’amore, un qualcosa che in questo momento non riesco ad afferrare. Poco male, comunque. Perché ci spostiamo dalla Galleria 1Opera per recarci alla Galleria Alfonso Artiaco, lontana due passi, nella quale si presenta un’esposizione di Carl Andre.

Carl Andre non è uno scultore qualsiasi, esponente della corrente minimalista, è colui che in un certo senso ha deciso che per essere realmente rivoluzionari era necessario smettere di scolpire, smettere di cercare le forme in qualcos’altro ma aspettare che esse si creino da sole, con accostamenti di materiali non lavorati in vista della costruzione di uno spazio nuovo. E in effetti la galleria presenta una serie di “sculture” originali, sculture che (se non si fa attenzione) ci si trova a calpestare perché pensate in stretta connessione con lo spazio espositivo. La mostra non è male, non ricca sicuramente, ma non male. Ma quando arriviamo tutta la gente è accalcata vicino a un buffet di pezzetti di mortadella e formaggio da acchiappare con gli stuzzicadenti – e allora lì gente della più alta borghesia che Napoli possa immaginare a litigare con il pezzo di mortadella che sfugge e cade a terra e allora si guardano intorno per vedere se qualcuno li ha visti e io non abbasso lo sguardo ma lo conficco severo in quei visi adornati dei più splendenti gioielli ma poi tentano di acchiapparne un altro questa volta con austera e quasi distratta veemenza, ma se la veemenza è troppa o troppo distratta finisce che il pezzo di mortadella si frammenta e diviene ancora più imprendibile, poi ce ne sono altri ancora che propendono per l’utilizzo antico ma ben più efficace delle mani anche loro guardandosi intorno ma con la dignità di chi è riuscito nel proprio compito, mentre altri sgranocchiano avidamente tacos fino a cinque sei in bocca per il timore che all’improvviso possano scomparire dalla radura dell’Essere, macinandoli tra le fauci finendo poi inevitabilmente per sbriciolarne gran parte a terra (fortuna che non c’è un’opera minimalista di Andre lì ai loro piedi), infine compare un bambino in braccio a una ragazza talmente scintillante da essere “scintillosa” (copio questo neologismo da una cara amica). Abbagliati e abbacinati da tanta classe – noi proletari della scrittura – ce ne andiamo un po’ divertiti, avendo dimenticato di colpo che quella era un’esposizione di un grande nome (comunque la si pensi) dell’arte contemporanea e non una strana fiera espositiva di esemplari umani, troppo umani, per essere umani.      

 

(di-vagazione: 12/09/2013; imbrattamento di carta: 12/09/2013)

 

I love you

di Virginia Ryan

Galleria 1Opera

Napoli, dal 12 settembre al 13 ottobre 2013

 

Senza titolo

di Carl Andre

Galleria Alfonso Artiaco

Napoli, dal 12 settembre al 9 novembre 2013 

Lascia un commento

Sostieni


Facebook