“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Sabato, 25 Gennaio 2020 00:00

Another brick in the street art

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La street art al museo ha smesso di essere un ossimoro anni fa.
Non fa specie, quindi, la presenza di Banksy al PAN, insieme ad altri artisti della sua orbita (se mai ce ne possano essere).

Che poi Banksy a Napoli sia visibile tutti i giorni, gratis, quella è un’altra storia (la bellissima vicenda della Madonna con pistola: si dice che il disegno originario doveva essere un altro, ma l’artista venne minacciato da un noto guappetto locale – intrallazzatore impenitente, palazzinaro di mezzo centro storico quando non esoso antiquario, prima ancora d’esser maniaco centauro – che gli ispirò una Madonna, sì, ma sotto la minaccia d'una pistola. Il fatto che ora quell’opera sia protetta da una teca illuminata, a uso e consumo dei turisti, gentilmente quanto immotivatamente offerta da una pizzeria locale, è metafora perfetta degli effetti spiazzanti dell’interesse economico sull’arte. Tra l’altro, la stessa Madonna, in un esempio di art brut, è stata riprodotta poco più sopra, nello stesso vicolo: il popolo napoletano è capace di dissacrare qualsiasi dissacrazione).
La mostra non vanta un numero di opere cospicuo (poco più di un pugno) ma vi sono alcune di quelle che lo hanno reso celebre, e vederle sfilare su di un muro, una dopo l’altra, illustra efficacemente quanto questo artista abbia impattato, impunemente e gravemente, sul nostro immaginario. Ancorché anonimo? Soprattutto, in quanto anonimo.
Se Banksy, da una parte, vanta numerosi adepti, affiliati e coraggiosi imitatori, dall’altra nessuno è come lui e nessun altro, probabilmente, mai lo sarà, proprio in forza di questa sua integrità. Impossibile non parlare, ovviamente, del fenomeno Banksy senza affrontare la questione della sua scelta (molto precedente alle Elena Ferrante di turno) così, fortissimamente, anti-identitaria, quanto perfettamente in linea con il suo messaggio che continua a cercare di trasmettere, nonostante il mercato dell’arte abbia già da tempo allungato i suoi pseudopodi su di lui e le sue opere. Non rileva, quindi, se, come pure si dice, al di là del gossip e dei rumors che lo vogliono il frontman dei Massive Attack, Robert Del Naja, sia più fondata questa voce o quella che, nel marasma sul cui proposito si è ipotizzato tutto e il contrario di tutto, abbia finito per attribuirgli l’identità di improbabili intellettuali e professori di filosofia, come l’alter ego di un altro grande anonimo dei nostri tempi, il Subcomandante Marcos. È forse questa la figura cui Banksy, nel mare magnum di anonimi che stanno gemmando ovunque, è più affine ideologicamente, accomunati dall’aver enucleato la stessa origine degli stessi mali (certo, operando ciascuno con modalità estremamente diverse) in un’unica fonte: la radice economica e il consumismo di massa. Con mezzi diversi, si può dire come entrambi abbiano scelto di condurre le stesse battaglie campali ideologiche, e l’unico modo che hanno trovato per sostenerle a dovere è stato quello di passare essi stessi in sordina. Quel che si può dire per certo di entrambi è che pochi altri hanno saputo essere in grado di catturare il moriniano esprit du temps, il cosiddetto zeitgeist.
Benché il suo esser affermato scantoni, ormai, nel campo dell’ovvio, tuttavia al visitatore potrà ancora essere dato di rimanere di stucco, guardando le sue opere, nell’accorgersi di quante di queste siano ormai riconoscibili come pienamente appartenenti al proprio panorama, più che mentale, addirittura interiore. Ed è da brividi se si pensa che ad aver inciso tanto in profondità sia un eminente sconosciuto: Banksy, in attività da “soli” vent’anni, è, probabilmente, il reale e unico erede di quei grandi artisti del secolo scorso, la cui fama, derivante dall’impronta che erano in grado di imprimere su ogni cosa che toccassero (Picasso, Warhol), poteva dirsi d’esser assurta a livello universale. Il fatto che sia riuscito a coniugare questa potenza con l’anonimato, sebbene ormai sia un fenomeno museale (controvoglia? Suo malgrado? Lui sosterrebbe di sì, non fosse che per il modo in cui dissacra i mercanti d’arte, ma è vero o non è vero? È vero come tutto il resto, ovvero, finzione, probabilmente), lo rende persino, provocatoriamente, superiore ai suoi predecessori e ai suoi contemporanei, come questa mostra, involontariamente, dimostra.
Se la metà delle cose del bellissimo metadocumentario visibile all’interno della mostra di questo Re Mida dell’arte − Exit Through the Gift Shop − sono vere (ogni velleità di affidabilità documentaristica, ogni pretesa di non interferenza, Banksy ce la rigetta contro, vanificata, e anche un po’ irridendoci: egli vuole solo metterci in guardia dai venditori, egli stesso compreso, di verità preconcette, ben applicando quanto pontificava il Ferretti d’altri tempi a proposito dei megafoni e degli idoli... profezia che ha poi sperimentato su di sé!),  Mr. Brainwashing è il suo antipodo, colui che, parodiandolo, rivela la mostruosità della street art à la page una volta che i mercanti dell’arte se ne appropriano: qualcosa che può diventare un fenomeno costruito a tavolino, arte pompata ad arte, fino ad essere ridotta a una formula autoreplicabile capace di intercettare il gusto del pubblico massificato.
Come i film di oggi.
La musica di oggi.
I fumetti di oggi.
Depersonalizzati, decontestualizzati, viralmente autoreplicanti, appiattiti a una serie di micromeccanismi imposti dai tecnocrati del marketing. I prodotti dell’industria culturale sono massificati al punto in cui l’artefice resta al centro di una scena più vuota solamente del suo io interiore. Eppure, le opere esposte di Brainwashing, per quanto artificiali, preimpostate, quindi falsate, prive d’anima, appaiono convincenti imitazioni, con tutte le carte in regola, col loro Chaplin o Monello, in bianco e nero, rivisitato, chiaroscurale nella sua resa dai riflessi marmorizzati di foto vettorializzate a contrasto, così indecentemente fascinose per merito di filtri computerizzati che patternalizzano i colori rendendoli cangianti come la scia che fa la benzina sul mare. Bello all’occhio quanto arido al cuore, insomma, risulta.
La sala successiva, invece, è dedicato all’Obey celeberrimo che si è imposto con il ritratto di Obama (sic... possiamo scrivere sic, ormai? Una delle più grandi chimere del nuovo secolo, anche questo gigante sì, ma rivelatosi dai piedi d’argilla, immeritatissimo Premio Nobel per la pax americana alla cui ombra si sono consumate stragi e perpetuati i delitti del passato, in una sorta di consecutio temporum, che solo il suo successore è riuscito, retrospettivamente e retroattivamente, a far rimpiangere), e con quello del vicino di casa di Samuel Beckett, il realmente gigantesco Fezzik de La storia fantastica. Anche lo stile di questo artista che prende il nome dal zizekiano Essi vivono (film assurto a parabola del meccanismo economico della non-ideologia, in realtà intrinsecamente ideologica, del capitalismo: la cartamoneta, filtrata dagli occhiali ideologici, infatti, reca la scritta “Obey”, nel classico carpenteriano dell’88, pien reaganomics!) si è fatto un filtro, un trademark, anzi, letteralmente, un cliché in cui la forma ha finito per sopraffare qualsiasi contenuto sostanziale (potete “obamizzare” le vostre foto qui). Ciò è dovuto al fatto che, alla fine, grazie alla sua immediata riproducibilità garantita dai mezzi con cui viaggia (stencil, serigrafie), la street art ha culminato con l’essere l’incarnazione, alla moda (e quando è moda è moda), di tutti gli spauracchi da cui metteva in guardia, un secolo fa, Walter Benjamin col suo libro, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.
Ebbene sì, grazie ai mezzi industriali di riproduzione di cui si avvale, la street art esce dalle strade, si fregia della mise delle grandi occasioni e diventa oggetto feticista di marketing nevrotizzato che ha nella pedissequa ripetizione la sua funzion d’essere, in grado di soddisfare l’ansia di possesso consumista del pubblico gettandogli in pasto le nuove opere come fossero avatar di social media o t-shirt, per esprimere, tramite la creatività altrui assoggettata al mercato, qualcosa di significativo da condividere, compensandone la disabitudine a creare qualcosa di proprio e di originale. La street art, alla fine, è stata sminuita a niente più che vuota eco riproduttrice cui affidare quel che il pubblico sente di dover dire ma che non sa esprimere, immunizzato di qualsiasi capacità d’espressione, inventiva e affabulatoria, da un sistema che incentiva la mancanza valoriale, annichilisce ogni afflato generativo e generattivo, disincanta, cinicamente, da qualsiasi forma di impegno (e in ciò, la vena dissacratoria della street art, trova una felice congiunzione con l’ideologia felicemente cinica imperante).
Alla street art non reste che sopperire, artificialmente ed esteriormente, a questa mancanza… quando va bene: se quelli riuniti nella mostra sono alcuni fra i migliori street artist che quando non hanno qualcosa da esprimere, almeno, riescono a titillare il gusto estetico, di fuori la scena è persino peggiore, con artisti che, come il loro pubblico massificato, non hanno nulla da dire e cionondimeno intendono dirlo, e con forza, producendo inutili espressioni che non esprimono se non il deserto del reale in cui già languiamo, riproponendolo, e estendendolo anche nell’arte, malridotta a estensione dei loro ego narcisisti. E così l’arte, che, simulacro della bellezza, avrebbe dovuto salvare il mondo, in mancanza della pace (con buona pace dei Nobel alla pace modaioli) ne replica la degradante mistificazione alimentando quel mercato dal quale avrebbe dovuto dissociarsi, non rimanendo fagocitata giocoforza (quello contro cui il ronin Banksy si è premurato di avvertirci, ultimo dei coerenti in ultima istanza, era proprio che il neocapitalismo globale che voleva mettere alla berlina lo stava inglobando, ultimo residuato vivente, vestigia d’una contraddizione destinata all’estinzione), ma rincorrendolo, speranzoso. E per farlo, se la moda vuole arte anticapitalistica, che millanti ideologico engagé, eccoli improvvisarsi militanti, investiti da una sacrosanta crociata, cercare alla rinfusa una causa qualsiasi da sposare che faccia da pezza giustificativa ideologica, che possa schermire il fatto che i loro pezzi, oltreché ipocriti, siano anche, oggettivamente, brutti (perché se la bellezza potrà anche non essere soggettiva, la bruttezza è, decisamente, oggettiva).
Così l’estroversione portata a sistema, arriva a pervertirsi a un livello tale da darci Savethewall, l’artista conclusivo, italiano, della mostra, che definisce la post-street art nel senso che viene meno persino all’ultimo barlume d’eversione, e la street art, già poco art, non è nemmeno più street, e viene confezionata direttamente su materiali da camera, senza più la necessità di mascherarsi contro i sicari dell’ordine costituito e i detentori del decoro pubblico, prodotta (per esser già serializzata) direttamente su materiale espositivo. Magari riciclabile e plastic free (se non vegan, comunque, pur sempre instagrammabile).
Nelle infinite possibilità, nelle mille mirabolanti variabili a sua disposizione, o meglio, a disposizione di tutti, perché tutti, proprio tutti, possono essere degli street artist, purché non diventi un mestiere, o una fonte di reddito, la street art che di post ha solo il fatto d’aver tranciato, di netto, anche il flebile cordone ombelicale che la legava all’impegno eversivo politico, sceglie di diventare nulla, e finisce per esser accomodante anche quando, millanta, messaggi sedicentemente impegnati (Amore e Psiche col selfie son belli sì, ma anche una critica piuttosto facile... Geppetto che abbraccia una scatola Ikea chiamandola ‘Pinocchio’ fa sorridere, ma l’indignazione per le opere provocatorie tale da indurre a far ripitturare i muri – su cui, peraltro, Savethewall non scrive nemmeno più semmai lo ha fatto – a un governo che manca anche dei soldi per riempire le buche, si è persa per la via). Savethewall che dipinge un Davide che decolla un Golia con la maschera scimmiesca di Banksy non ha nulla di scandaloso, né provocatorio ma, anzi, risulta vittimista: il grandeur banksyano, infatti, è dato dal fatto che lui ha saputo porsi il problema di come praticare arte, intelligente, critica, senza esser inglobato da quel sistema contro il quale voleva scagliarsi. Come fare, quindi, dell’estensione globale che l’amorfo e aberrante potere economico gli ha conferito, qualcosa di ancora puramente scandaloso e sovversivo?
Ecco, forse nemmeno Banksy è ancora pervenuto alla soluzione del problema, e forse nemmeno esiste (... una soluzione, il problema sì, eccome), ma almeno lui continua a porselo, e non ha ceduto alle lusinghe del mercato, non ha mai smesso d’esser scomodo e poco accomodante e ha sempre provato ad alzare l’asticella della sfida (si veda il suo negozio inglese, questo inverno, Gross Domestic Product). Tutto questo, e molto altro, continua a renderlo un unicum nel panorama, non solo della street, ma dell’arte in generale, capace di far impallidire gli altri emuli e rivelarli per ciò che sono: scialbe imitazioni, anche bellissime, ma che non vanno molto al di là (e forse nemmeno pretendono) di brillanti oggetti di design. Nulla di nuovo sotto al sole, tutto già visto, masticato, risputato e metabolizzato, da Warhol in poi, eccezion fatta per Banksy che ha aperto una breccia su un fronte. E, alla fine dei conti, è facile capire quando, finito il clamore, posata la polvere dei vari emuli, seccatasi la vernice a smalto, rimarrà sola e unica la sua figura, al centro. Una figura dietro cui nessuno saprà scrivere con sicurezza un nome, capace d’aver resistito al canto delle sirene della fama, agli osanna dei fan, al glamour e ai flash del jet set. E forse è questo, proprio, l’ultimo scampolo che ci resta per non scendere all’inevitabile compromesso col sistema, per non farsi fagocitare interamente e dimostrare che, sì, risibile, vana, fine a se stessa, ma una forma di resilienza c’è ed è possibile, per chi sa abbassare sul viso il cappuccio della sua felpa, come un cavaliere la sua celata, per riscomparire nel vuoto che l’ha generato. E ridere, come chi ha gabbato il sistema che voleva sbugiardare senza esserne sbugiardato. Sì, è di Bansky, contro l’ordine costituito, contro qualsiasi tentativo di omologazione, l’ultima, punkissima, ineffabile risata.
Come quella scritta, che fino a qualche tempo fa si leggeva anche a Napoli, prima che la gentrificazione la ripittasse via: ‘Muri puliti, popoli muti’ (la Madonna con pistola di Banksy è rimasto. Quella scritta, invece, no. Come neppure lo stencil di Ernest Pignon-Ernest, rimpianto da chi non ha compreso che è nell’impermanenza zen che la street art lancia il suo messaggio più anticapitalistico: perché nell’autodistruzione dell’opera c’è la salvezza: non è possibile mercificare ciò che si disfa da sé)? Forse che non c’è ancora bisogno che alcune cose vadano scritte, a chiare lettere, laddove tutti possano leggerle? Forse che non ci sono ancora cose che necessitano d’esser gridate (e la street art era l’erede di tutti gli urli sui muri), perché nessuno vuol ascoltarle, e che non trovano altro spazio che su un muro? Ché quando impera la menzogna, all’impotente, è dato solo lo strumento di un bambino, un gessetto, con cui scrivere quel che nessuno vede più, che il re è nudo, e se non lo è, lo si denuda al muro, anche sgrammaticalmente (Romani ite domus)? Forse nell’era della socialità virtuale, le pareti da imbrattare sono le bacheche virtuali, e lo street artist del futuro non è niente più che un troll? Forse che il discorso di Volonté ha smesso di essere attuale (“Nell’anno 1948 furono cancellate duemila scritte inneggianti a Stalin, cinquanta a Lenin, mille a Togliatti. Trenta al maresciallo Tito. Trecento al duce. Quattrocentoundici all'uomo qualunque. Nel ’56, invece, gli Stalin scendono a cento. Un calo enorme. − E Togliatti? − Stazionario. Nel ’58, un centinaio di Viva Kruschiov. Cinquanta Mao-Tse. E spuntarono un cinquecento anche gli ‘Abbasso Stalin’. Dottore faccio notare che per ordini superiori non furono cancellate, ovviamente. L’anno scorso i Viva Mao arrivavano a tremila. Ho-Chi-Min arrivò a diecimila. Che Guevara, mille. Marcuse undici, viva e abbasso. Un fatto nuovo, abbiamo notato un paio di viva a un certo Sade. − Il marchese! − Per l’anno in corso si prevedono diecimila Viva Mao. Cinquecento Viva Trotsky, e una decina di Viva Amendola. E forse ancora un cinque, seicento Viva Stalin − [...] i giovani, che scrivono sui muri. Giovani studenti, giovani operai, che vanno in giro di notte. Che parlano di rivoluzione al telefono, nelle facoltà, nei reparti. Tonnellate di vernice rossa per insultarci. Lo so io quello che ci vorrebbe. Altro che la squadra imbianchini per cancellare questa ondata eversiva, antiautoritaria”)?
Forse proprio con la post street art che nemmeno coglie la propria autoinvalidante autoironia involontaria (si rifà all’auctoritas dei graffiti di Lescaux, gli stessi che, se avessero optato per una superficie diversa da un muro, avremmo perso), si sancisce la fine dell’epoca d’oro della street art, per far sì che, chi voglia gettare il corpo nella lotta, e quindi tornare per le strade, all’ultimo fra gli ultimi, non rimarrà che un muro su cui appuntare il suo grido. Finché a questo mondo ci sarà chi alza muri, rimarrà sempre qualcuno che vi scriverà quello che nessuno vuol sentire. L’unico modo che ha la street art per tornare se stessa è smettere di fare scandalo, al punto da poter tornare a esserlo. Che poi, che senza scandalo non ci sia arte possibile, vale per tutte le forme. Di arte e non.





Banksy e la (post) street art
a cura di Andrea Ingenito
evento promosso da Comune di Napoli
Museo PAN − Palazzo delle Arti Napoli
Napoli, dal 23 dicembre 2019 al 16 febbraio 2020

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