“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Sabato, 11 Gennaio 2020 00:00

Alla scoperta della Berlino mediterranea

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Berlino è una città che ha dovuto e saputo reinventarsi più volte; ciò è avvenuto con l’ascesa a residenza reale prussiana, con l’unificazione dell’Impero, con l’abdicazione del Kaiser, con la distruzione al termine della Seconda guerra mondiale e, ancora, con la caduta del Muro e la riunificazione. In un suo recente libro, intitolato Berlino città mediterranea. Il richiamo del Sud (Raffaello Cortina Editore, 2019), Horst Bredekampha ricostruito puntualmente come le istituzioni culturali e lo sviluppo architettonico berlinesi abbiano desiderato e saputo attingere dall’arte dei paesi mediterranei.

Il volume di Bredekamp, docente di Storia dell’arte presso la Humboldt-Universität di Berlino, attraverso  quattro capitoli – L’italianizzazione dell'area del Castello (1608-1715); Dall’Opernplatz al Lustgarten: Venezia, Roma, Atene (1740-1830); Civismo mediterraneo e monumentalità (1830-1945); Lo specchio infranto (1945-2020) – ripercorre la storia della cultura e dell’architettura della città tedesca alla ricerca delle suggestioni derivate dall’antichità greca e romana, dalla tradizione del rinascimento fiorentino, dai modelli palladiani, mettendo in luce analogie sconosciute ai più, ricostruendo così la storia di una fascinazione mediterranea che ha plasmato uno scenario urbano inconfondibile, legato, oltre che al potere e alle sue rappresentazioni, anche a desideri e speranze sino ad ora non sufficientemente indagati. Secondo lo studioso due sono i filoni che hanno condotto Berlino alla modernità: le suggestioni derivate dalle tradizioni mediterranee e le anticipazioni formali proprie della cultura industriale e urbanistica. Per certi versi spetta alle costruzioni del celebre architetto e pittore prussiano Karl Friedrich Schinkel il ruolo di apripista da cui hanno preso il via questi due filoni, a partire dal Teatro sul Gendarmenmarkt inaugurato nel 1821, che fino alla sua distruzione avvenuta nel corso della Seconda guerra mondiale ha ospitato gli spettacoli del Königliches Schauspielhaus (Teatro Reale), poi divenuto Preußisches Staatstheaters (Teatro Comunale Prussiano).
“Mentre l’architettura industriale, con la sua eliminazione della parete, riconduceva alla atmosfere diafane del gotico, gran parte degli stabili residenziali berlinesi restò chiaramente influenzata dai motivi antichi che hanno contraddistinto l’aspetto della città fino alle distruzioni della Seconda guerra mondiale”. Oggi, sostiene Bredekamp, si è persa consapevolezza di questa tensione formale, pertanto il volume nasce proprio con l’intenzione di opporsi alla rimozione della dimensione mediterranea: “Berlino non è scaturita dal nulla, bensì dai riflessi di specchi collocati al di là delle Alpi”.
Di particolare interesse risulta essere la ricostruzione operata dallo studioso dell’influenza esercitata da Firenze sulla cultura e sulle costruzioni architettoniche berlinesi. Bredekamp tratteggia il clima cultuale che conduce Berlino alla città toscana rinascimentale a partire dagli studi accademici di storici dell’arte come Friedrich von Rumhor che si sono appassionati alle Vite di Giorgio Vasari, testo cardine per la comprensione dell’arte rinascimentale. A testimonianza di tale interesse per Firenze, basti pensare che l’Altes Museum progettato da Schinkel raccoglie buona parte dei disegni eseguiti da Sandro Botticelli tra il 1480 ed il 1495 per la Divina Commedia e la sua celebre Madonna con Bambino e otto angeli (1477). Altra testimonianza della fascinazione berlinese per la città gigliata è data dalla pubblicazione nel 1860 di una biografia di Michelangelo ad opera dello storico dell’arte Herman Grimm – dal 1872 docente presso la berlinese Friedrich-Wilhelms-Universität – che, con tale opera, “riuscì a deviare su Firenze il legame winckelmanniano tra Atene e la libertà. Secondo Grimm, Atene restava un orientamento di rilievo ma Firenze era più vicina ai contemporanei poiché era diventata sinonimo di tutti gli auspici legati al principio di libertà”. Con il suo associare Firenze alla libertà “trovò ciò che cento anni prima aveva legato Winckelmann a Atene. Quel pathos di libertà trasferito da Atene a Firenze sortì l’effetto di una proiezione delle speranze tradite dalla rivoluzione del 1848 sulla superficie di un luogo che assunse così la funzione di utopia storica”. Inoltre, richiamandosi ad un artista che occupa una posizione di primo piano in  quel culto del “genio” tipico della cultura tedesca ottocentesca, “Grimm toccò un tema sensibile presso gli Hohenzollern, che metteva paradossalmente in relazione il pathos rivoluzionario per la libertà con l’esempio di singoli individui che avevano saputo distinguersi”. Grimm riveste pertanto un ruolo fondamentale nella scelta dell’arte fiorentina come oggetto privilegiato della ricerca e dell’insegnamento universitari.
La venerazione per la città toscana quattrocentesca tocca anche lo storico dell’arte Wilhelm von Bode che, come Grimm, sostiene la necessità da parte di Berlino di adottare e realizzare le ambizioni che erano state proprie di Firenze. È sull’onda di tali convincimenti che, sostiene Bredekamp, si sviluppano le collezioni opere quattrocentesche (in parte andate distrutte con la Seconda guerra mondiale) e il Bode-Museum nasce proprio come omaggio al Quattrocento fiorentino palesando così l’intenzione di Berlino di proporsi come una nuova Firenze.
Anche nell’edificio del Reichstag, opera dell’architetto francofortese Paul Wallot, ultimato nel 1894, non mancano riferenti mediterranei. L’elemento formale caratterizzante l’edificio è dato dalla cupola dal tamburo quadrato in verto e ferro che riprende “l’architettura degli ingeneri” utilizzata nelle gallerie inglesi e francesi ma il riferimento diretto pare piuttosto essere alla milanese Galleria Vittorio Emanuele II (1867) ove “la cupola ottagonale in vetro era diventata il simbolo della nazione unita”. Mancante ancora la Germania di un vero e proprio stile architettonico nazionale, Wallot decide di far ricorso allo storicismo mediterraneo evitando così stili tedeschi regionali. I riferimenti sia a Palladio che al tempio di Bacco a Baalbek stanno ad indicare lo sforzo di Wallot di coniugare forme mediterranee antiche e rinascimentali al fine di ottenere un edificio dedicato all’intera Germania, capace di superare così i regionalismi architettonici.
Il duomo berlinese, edificato su progetto di Julius Raschdorff tra il 1894 ed il 1905, “fece da contrappunto alle ambizioni espresse dal  Reichstag”. Sulla spinta delle intenzioni di Federico Guglielmo IV di affiancare il completamento del duomo cattolico di Colonia con qualcosa di analogo per la comunità protestante berlinese, si giunge, non senza accese discussioni, all’idea di realizzare una cupola a simbolo dell’unità nazionale derivata palesemente da quella che il fiorentino Michelangelo Buonarroti aveva progettato per San Pietro a Roma. Il duomo berlinese si toglie poi la soddisfazione di dotarsi di due torri laterali analoghe a quelle che Gian Lorenzo Bernini aveva voluto aggiungere a San Pietro, poi demolite a causa del terreno instabile e la mancanza di fondamenta adeguate. Quel che non era riuscito a Roma viene così costruito a Berlino in una sorta di compimento degli intenti mediterranei. In realtà, sostiene Bredekamp, “Roma è indubbiamente presente nel duomo di Berlino, ma non come grandezza superata, quindi lasciata dietro di sé, bensì come modello non raggiunto né raggiungibile. Nel tentativo di surclassare la cupola d San Pietro pensata da Michelangelo e dal Bramante come organismo vivente, e orientata alla classicità, il duomo di Berlino non si è avvicinato al Mediterraneo, anzi ne ha preso le distanze”.
L’influsso di Firenze su Berlino risulta evidente anche nel lavoro accademico di studiosi come Heinrich Wölfflin, Adolf Goldschmidt, Erwin Panofsky, Werner Weibach ed Hans Baron, autore di La crisi del primo Rinascimento italiano, opera data alle stampe soltanto nel 1955. Baron, fortemente influenzato dalla Repubblica di Weimar, con le sue opere ha inteso “fondere una teoria repubblicana quale espressione di un umanesimo conscio del fatto di essere costantemente minacciato. La crisi divenne così precondizione di una coscienza repubblicana battagliera. Con questo libro Baron ha offerto un pendant al libro di Grimm su Michelangelo: Firenze non vale più come utopia storica legata a un’idea indefinita di libertà, bensì come preciso spazio di riflessione per salvaguardare la repubblica davanti alla minaccia della fine. […] L’unione fiorentina di repubblica, cultura e arte fu l’esempio storico dal quale partirono gli studiosi succitati durante la repubblica di Weimar. A causa dei crimini dei nazionalsocialisti e dell'emigrazione forzata di numerosi intellettuali, questa idea ha continuato a propagarsi soprattutto nel mondo anglosassone. Fu l’elemento della messa a repentaglio repubblicana, costantemente percepita ai tempi di Weimar, a fungere da specchio e da filtro interpretativo per Firenze e il Rinascimento”. Con la presa del potere dei nazionalsocialisti, sottolinea Bredekamp, cambia inevitabilmente la prospettiva con cui Berlino guarda all’Italia. Firenze continua però ad essere osservata con attenzione, tanto che lo stesso Albert Speer non manca di cercarvi ispirazione per i suoi monumentali progetti: prima di pensare alla cupola di San Pietro come modello per la Große Halle berlinese, è infatti quella fiorentina di Filippo Brunelleschi ad essere presa come modulo base.
Cosa resta, cosa si aggiunge e come si guarda alla cultura mediterranea nella Berlino contemporanea – in preda ad un furore edilizio unico nel panorama delle grandi metropoli europee che, ancora una volta, sta riplasmando e reinventando la città che si affaccia da protagonista al nuovo millennio – è al centro dell’ultimo capitolo del volume che porta così a compimento l’affascinante percorso di Bredekamp all’interno della Berlino mediterranea da fine Seicento ai giorni nostri. 





Horst Bredekamp
Berlino città mediterranea. Il richiamo del Sud
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2019
pp. 166

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