“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Sabato, 23 Marzo 2019 00:00

I De Filippo in mostra: pensieri intorno a teatro e arte

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Qui si parla una lingua indistruttibile, si comunica un incanto suadente, mai dimenticato e, in una forma diversa, ancora in pieno corso. E ciò accade perché i De Filippo, scaturiti dall’anima di Scarpetta ed accompagnatori del Novecento, sono arte, e non arte del teatro, del cinema, della scenografia o della poesia, ma arte del tutto, sulla scena e nella vita.

Nessuna idea più spontanea in Parthenope, che mostrare attraverso le voci dei suoi protagonisti, le immagini, i costumi, i copioni e gli oggetti, l’eredità immateriale che dalle mani dei discendenti della storica famiglia passa a tutta la cittadinanza e ricorda ad ognuno dei suoi abitanti il posto che quella dimensione esibita sul palco e sulla pellicola occupa nella sua storia personale, per quanto lontana, per tempo o circostanze, da certe atmosfere, dall’odore respirato in quelle antiche stanze. Un patrimonio dedicato interamente al pubblico, mai appartenuto ai suoi artefici, legato ad ogni gesto, frase e pensiero che possa affacciarsi al più ampio bagaglio di esperienza umana, serbando tra le righe anche le zone inespresse del fluire dei giorni e le tematiche rimaste al di fuori della specifica riflessione.
Il sentiero di questo museo temporaneo, imbastito in un castello che è da secoli in equilibrio sull’uovo di Virgilio, parte con la proiezione scabra su di una lunga striscia di parete all’interno della sala smussata ed oscura. Si vedono Eduardo, Titina e Peppino, sguardi e dialoghi, si vedono la miseria e la ricchezza interiore degli abitanti dei quartieri più poveri, abbandonati a loro stessi, e si testa semplicemente l’idea di tale vecchia quotidianità, del mondo, così diverso dal nostro e insieme così familiare, in cui quegli artisti sono nati. Il percorso prosegue negli altri grandi locali, attraverso gallerie d’entrata quali cunicoli di accesso alle viscere del grande organismo di tufo. Si passa alla presenza virtuale di alcuni attori napoletani e italiani di oggi, provenienti dal teatro, dalla televisione e dal cinema, la cui immagine video a grandezza quasi naturale, in un inventario di pannelli sospesi, declama le poesie di Eduardo, proiettando sulla pelle dei visitatori la suggestiva vibrazione del timbro vocale, e del sentimento eduardiano che esso veicola. Ma l’ambiente che suscita particolare stupore è il terzo, ampia alcova di ricordi che sono di già opere d’arte. In cilindrici diorami variamente disposti, pochi elementi racchiudono l’universo intimo e plateale di una commedia, svelando, attraverso un’illuminazione pregna delle suggestioni teatrali, la forma spirituale di ciascun manoscritto, di ciascun bozzetto e documento esposto nelle teche, lì a fianco. Si passeggia nei meandri di questo carosello immobile ma dilagante, accompagnati da ritmi musicali della tradizione che delicatamente si diffondono nell’aria. E come nel teatro del teatro, la nascita della composizione visiva che caratterizza il proscenio in ogni storia, si ripete in più e più fasi, le quali si realizzano una dentro l’altra, fin dalle piccole ed accurate ricostruzioni della scenografia che si concretizzerà ad ogni rappresentazione. Da quei costumi e da quegli arnesi gli attori sembrano non essersi mai distaccati, tanto grande è il potere serbato dalla mantellina di Luca Cupiello, dalla caffettiera di Pasquale Lojacono, o dal leggiadro vestito di Filumena Marturano.
Si percepisce quanto gli oggetti, abiti e mobili conformati ai significanti, siano essi stessi idee, e come tutto sia sgorgato da un’ignota e immaginaria dimensione, la quale partorisce tali materiali ed è da essi data alla luce, nell’ottica di un paradossale rapporto di derivazione, in cui ciò che prima è esistito crea una realtà dalla cui esistenza non può prescindere. Realtà che è parte integrante delle opere. Bisogna però fare attenzione; il punto distintivo del mestiere di Eduardo De Filippo risiede non nella scelta di fare di quel realismo trepidamente assorto la chiave di lettura del lavoro di un’intera vita, bensì nel rendere l’autenticità del vivere il fulcro dell’illusione del racconto, come poesia dilatata in una meditazione reiterata che è possibile nell’immanenza, ma potenzialmente infinita. Cesellando con un’ossessiva minuzia ogni commedia come i dettagli di quel presepe, sublime feticcio intorno al quale ruota quella che è forse l’opera più celebre del drammaturgo, la verità dello spettacolo si affianca e conduce con ancor maggiore potenza del quotidiano, di cui si fa doppio e alternativa insieme, lo sguardo e la relazione con gli archetipi e il tangibile dell’esistenza. Essa affonda nella drammatica multiformità della visione pirandelliana le radici di uno stravolgimento surreale e ironico come parte più vera di ciò che definiamo realtà, in un volteggio, solo all’apparenza statico, di pensieri ed emozioni che sanno pienamente di Novecento, e che al contempo non possono che esulare da ogni vincolante storicizzazione, oltrepassando spazio e tempo.
Il fatto che la parola venga messa al centro della pièce è sintomatico di una ricerca così addentrata nell’indagine del variegato spirito umano. A tal proposito nel tragitto è riportata, fra tante altre citazioni sui numerosissimi pannelli esplicativi, la testimonianza di Luca De Filippo, che rivela l’importanza data dal padre al discorrere, alla capacità di trasformare il termine in qualcosa di visibile e concretissimo attraverso la recitazione, spogliandolo e svelandone la preponderante, energica presenza. Così il tono dell’esposizione è coerente: la conoscenza dei diversi componenti di questa famiglia di artisti è affidata solo in una parte molto marginale a cenni biografici, e questi interpreti vanno a tutti gli effetti in scena attraverso il proprio mestiere, presentati con il subitaneo guizzo di un estratto da pellicole, di un manifesto d’epoca, di una fotografia e di uno stralcio di intervista, in mezzo a costumi, bauli, disegni (molto vivaci i collage realizzati da Titina).
Sì, è vero, il teatro è ostico, talvolta pesante, e lo stesso Eduardo concordava con questo pensiero, ravvisando nel cinema la grande qualità dell’immediatezza. Eppure il teatro dei De Filippo, e quello da lui ideato in particolare, ha avuto il grande merito di superare la difficoltà dello spettatore davanti a lunghissimi tempi, impegnativi colloqui del personaggio con altri o con sé stesso, e i silenzi, con la chiarissima declamazione della necessità di questi grumi recitativi viscosi e gravidi di significato, che soli riuscivano a farsi portavoce della verità contenuta in ogni soggettiva visione ed ermetico stato d’animo. Il fatto che il loro mestiere sia stato messo al servizio di chi più aveva bisogno di respiro e di vita (Eduardo e Luca si prodigavano nel sostegno dei minori in difficoltà e di quelli carcerati in particolar modo), al fine di rendere un servigio morale alla società, è indice di quella totale comprensione del valore dell’arte e della cultura e del proprio compito di perfomer, tanto sacrificato e sofferto pur nell’agio regalato dal riconoscimento della statura artistica. Questa semplice considerazione si inserisce puntualmente in un mondo che creava di continuo e al meglio delle sue possibilità, pur, s’intende, nella differenza dei vari risultati, e in una fase esplorativa che risiede agli antipodi dell’attuale momento storico, scarsamente gravido di sperimentazione pur nella pretesa, di fatti insistentemente ribadita, di grande tensione verso l’attualità e l’innovativo.
Il percorso della mostra (questa napoletana è la prima tappa di una tournée mondiale) appare lungo, per certi versi dispersivo, ma si sposa alla perfezione con la complessità del materiale esibito, portando all’attenzione spunti inediti e memorie iconiche all’interno di un sentiero intrigante, fondato su di un titanico allestimento, che da ogni singolo estratto dai film ai bellissimi manifesti in lingua straniera, creati per recite che sono state rappresentate sui palcoscenici di tutto il pianeta, mantiene sempre il focus prestabilito sul ruolo attorale e sull’artigianalità racchiusa fin nel più astratto risvolto della sceneggiatura, segreto della magia di ogni più alta forma creativa. Nell’omaggio a questi figli, e padri, dell’arte di Napoli e del mondo, non altre parole, per il momento, potrebbero essere aggiunte, e non si può concludere, qui, se non con l’invito contenuto nella frase che Eduardo pronuncia davanti a Franco Zeffirelli nella celebre intervista del ’73, anch’essa presente in mostra. È proprio lì infatti che l’attore, in procinto di indossare la maschera del pulcinella per rispondere alla richiesta di delucidazione sulla mimica del volto, dichiara al regista: “Forse è meglio che io ti faccia vedere praticamente”.





I De Filippo − Il mestiere in scena
Organizzata da Comune di Napoli (Assessorato alla Cultura e al Turismo)
A cura di Carolina Rosi, Tommaso De Filippo, Alessandro Nicosia
Castel dell'Ovo
Napoli, dal 28 ottobre 2018 al 24 marzo 2019

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