“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 31 Marzo 2022 00:00

Poesia di un giorno tra amabili rovine

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Fa un certo effetto sentire le suole delle proprie scarpe che aderiscono a pavimenti ricoperti di colpo un giorno tragico e lontano, in attimi perduti nella storia del tempo; i desideri suscitati si fronteggiano e contrastano, un vago disagio si fa strada serpeggiando fra il petto e la mente.

Viene voglia di spostarsi all’istante, di planare su quei pochi metri che separano dall’ingresso appena varcato di una domus per rimediare al proprio atto sacrilego, che consta nell’aver calpestato le tracce solenni e incredibilmente conservate di ciò che fu.
Eppure subito arriva la voglia di addentrarsi in quello spettacolo, la sensazione che quel luogo ci appartenga anche se prima non ci avevamo mai messo piede. Ci accorgiamo che il vero peccato sarebbe non camminare su quelle tracce, ammesso che lo si faccia con il più grande rispetto, perché così le si lascerebbero morte e solitarie, senza la speranza che un miracolo le resusciti.
Non sarà sbagliata tale sensazione di appartenenza, richiamo istintivo e atavico il quale annulla le distanze e per un attimo risveglia in noi la consapevolezza: anche se non conosciamo davvero ciò che stiamo esplorando, noi sappiamo. Sappiamo poiché avvertiamo con chiarezza ciò che è inscritto come un’epigrafe, e insieme come un prologo, nel nostro essere, e cioè che ogni cosa è legata all’altra e che ognuno di noi è legato agli altri, non importa quando siamo vissuti, non importa dove né in quale ordine, o maniera, i momenti della nostra storia personale si siano avvicendati.
Fa un certo effetto la vista dei sacelli strutturati dalle linee e dalle visioni affrescate, la breve sfilata dei piccoli riquadri parietali con natura morta e l’incantevole, fine distesa di mosaico bianco con scaglie di marmo colorato. Proteggono ancora le ora scarne coperture a volta, delizia la palpabile razionalità nella forme squadrate di sentieri e di giardini nuovamente floridi, domicilio di statue di cervi assaliti dai cani, copia delle originali ritrovate nella Casa che a loro deve il suo nome, ora presenti nell’Antiquarium. Palese è l’armonia tra ogni componente e il paesaggio circoscritto del peristilio, nascosto a occhi esterni e destinato all’uso privato, esclusivo appannaggio di chi quella dimora la abitava, mentre voltandosi in qualsiasi direzione si è investiti da un senso di pace che condona il dolore passato, e si gode di un silenzio estasiato dalla contemplazione.
Fa un certo effetto osservare quei dischi sospesi lì, in alto, tra le colonne della Casa del Rilievo di Telefo, mitico figlio di Ercole fondatore della città, ancora arrossate dall’antica cromia. Nel riprodurre gli oscilia di marmo, queste medaglie ruotano appena la loro immagine dentro la stasi dell’aria di una giornata azzurra e assolata, mostrandosi quali preziosi camei dal delicato disegno nel bianco, e segnando le architetture di quel magnifico atrio, concepito come il più raffinato dei peristili.   
Impressionante è sporgersi sul fossato profondo che delimita la città un tempo affacciata direttamente sul Tirreno, e direzionare lo sguardo verso i fornici che si aprono sull’antica spiaggia. La linea di costa si avvallò per effetto della fatidica eruzione del Vesuvio, allontanandosi dal profilo delle strutture ercolanensi di diverse centinaia di metri, e colmandosi del materiale eruttato dal vulcano che ha la sua volontà sovrana e superiore alle cose umane, per ritirarsi nel punto su cui oggi si imprime la battigia. Ecco come, a volte, la furia della terra sposta il mare, ed ecco che lo specchio delle arcate di quelle rimesse portuali, da quella prospettiva affossate e seminascoste, fanno addentrare con la vista in uno spiraglio delle alcove in cui centinaia di umani spirarono, intenti a sfuggire al fato contro cui non si può trovare difesa.
Fa un certo effetto camminare sul ponticello che si avvicina a quei ricoveri e intravedere a poco a poco, come se volesse svelarsi con delicatezza, il cranio ancora saldamente ancorato al blocco del busto, alle clavicole, alla spina dorsale, alle coste e a tutto ciò che compone il puzzle del nostro scheletro, illustrato nella sua parte superiore. Mentre emerge dal letto di terra e piante, egli sembra voler dire all’osservatore: “Vieni qui, vieni a vedere”, come rivolgendosi a un familiare, eppure non ci si sofferma troppo a lungo, per paura di infrangere l’intimità della diafana sepoltura. I secoli hanno alleviato il peso di quell’assenza, ma qui non l’hanno cancellato, e i due millenni già trascorsi, insignificanti per l’Universo, immensi per l’uomo, consigliano di continuare ad avere paura dei sepolcri imprevisti, perché anche se in quel momento se ne condivide l’aria, il loro mondo è irrimediabilmente scisso da quello di chi è fra i vivi.
Lo sguardo morboso dell’umano che, avido, cerca di conoscere se stesso e la propria fine, si impadronisce così degli occhi solo per alcuni istanti, durante i quali si rimane incollati alla visione immobile che si teme in procinto di rigenerarsi, sovrastati dall’imponente mole di quel vecchio monte ammorbidito nella sagoma del suo mantello marrone-viola, il quale uccise per preservare ogni cosa. Poi, subito, la distanza da quei fornici interdetti ai visitatori, la lontananza fra il vivente e quella morte antica, fa tirare un sospiro di sollievo e restituisce la calma del distacco, di un’emozione placata ma ancora ribollente al fondo, e più che mai reale.
Fa un certo effetto pensare che camminando nell’antica città questi pensieri siano solo un flebile soffio nel vento incessante e potente che trascina con sé tutte le considerazioni, tutti i brividi provocati da quest’area speciale alle pendici della fornace dormiente, e che non si arriverà mai a svelare ogni mistero dell’Ercolano che non esiste più come un tempo. Dietro ogni ambiente rinvenuto e reso fruibile, dietro ogni nuovo gingillo, la storia prosegue, sconfinata e infinita, e seppur delimitata da confini concreti, l’area degli scavi non cessa mai di regalare un altro stralcio di mondo antico. Così, l’ultimo degli stupori suscitati non è mai l’ultimo, e la luminosa ombra di nuove, vecchie cose da scoprire si estende su tutta la superficie della città. L’apertura sperimentale della Casa della Gemma diventa foriera di altre storie, di altre domande, crea nuova conoscenza e pungola altri quesiti irrisolti. Ad ogni sguardo ciò che è stato scoperto si riempie di significati inediti e di ipotesi non ancora sperimentate, e di questi pervade anche l’aria circostante e gli scavi nella loro interezza, proprio a causa del fatto che, bisogna ancora ripeterlo, ogni cosa si lega alle altre.
Il complesso, che era un tempo formato da questa casa e da quella attigua del Rilievo di Telefo, e che apparteneva probabilmente a Nonius Balbus, porta alla luce la sofisticata cura estetica, il culto della bellezza che in quanto tale non può essere parziale, ma deve investire tutti gli aspetti della vita, trasformando l’efficienza di un’abitazione agiata e predisposta ad accogliere ospiti illustri, così come quella degli spazi pubblici, delle palestre, delle terme, delle piazze e dei thermopolia, in una ricerca di gusto, e anzi fondando propriamente su quel gusto la funzionalità della vita quotidiana. L’interessante spunto sul lato pratico è dato dalla triviale scritta apposta da Apollinare, medico dell’imperatore Tito, sul muro di quella che fu la lussuosa latrina della domus, ma con il versante goliardico dell’esistenza convive il regno del simbolo e dell’alta rappresentanza, di cui il “tappeto” musivo che caratterizza il triclinio è uno dei limpidi esempi.
È qui, nella sua parte centrale, che il disegno si suddivide in eleganti riquadri geometrici dalle tessere scure in materiale vulcanico e bianche in marmo, e che si disvela, nel corso dei restauri, l’impronta della sinopia, il disegno preparatore utilizzato anche per gli affreschi, e realizzato dalla maestria di antichi artigiani.
Fa un certo effetto vedere la curve irregolari di quel pavimento e di quelle tessere sapientemente ricomposte dopo la loro esplosione, forse dovuta al terremoto che precedette l’eruzione di molti anni, forse all’intollerabile calore sprigionato da quest’ultima. Ma il susseguirsi di solide onde non fa altro che esaltarne l’immagine reinterpretando sinuosamente l’originaria superficie, e rendendola un immoto mare di arte decorativa.
I tesori di Ercolano sono però numerosi e si snodano su più livelli nelle costruzioni e nel loro intrinseco o emblematico valore. Sono stupefacenti tramezzi e navi di legno cedute a noi, trasportate dalla marea del tempo, sono grate di ferro, sono vasi, statue e piccoli oggetti che ci parlano dell’intimità dei più facoltosi o modesti alloggi. Sono gli affreschi, sono il brillante mosaico in pasta vitrea che per i personaggi rappresentati dà il nome di Nettuno e Anfitrite all’intera Casa, sono le conchiglie incastonate fra le tessere, i portici e i colonnati ora a cielo scoperto, le immagini raffiguranti pesci, e tutti gli altri elementi che disseminano ovunque l’idea visibile del mare. Sono gli integri volumi dei secondi piani, le maschere teatrali in marmo, e ancora le iscrizioni monumentali, gli spettri di coloro che sono morti e i loro volti raffigurati, le garguglie zoomorfe dei compluvi meravigliosamente intatti, le vasche, i pilastri e le mattonelle dai colori vivaci, smussate come quelle delle case dei vecchi della nostra infanzia.
Null’altro che l’imparzialità del destino (o magari il suo distinto volere) avrebbe potuto proiettare tutto ciò nell’eterno, lasciando a noi che eravamo il futuro di quegli istanti il privilegio di far entrare questi ultimi nel presente. Ma qui è la vera rivincita del tempo, delle pavimentazioni squisite e di tutto ciò che di vivo e terragno, o sublime, esse hanno potuto sostenere con le loro proprie forze: la materia del passato si trasferisce con provvidenziale impatto nella nostra dimensione, diventando parte integrante del futuro della nostra terra e, poiché nessuna cosa è disgiunta dall’altra, di quello di tutto il pianeta Terra. 
Fa un certo effetto pensare che queste rovine che sono ora il passato sopravvivranno a noi. Se abbiamo camminato sulle pietre di cui sono costituite, i nostri passi continueranno però a riecheggiare in mezzo ai visitatori che un giorno verranno ed essi faranno somma con quelli degli abitanti di Herculaneum, che vivevano ciò che noi, oggi, possiamo solo attraversare in un varco temporale il quale si apre e si chiude ogni volta, in entrata e in uscita dal Parco Archeologico. Saranno proprio i passi, qui come altrove, a perpetuare questa raccolta di presenze e a divenire strati nei livelli del tempo, fino a quando esisterà ancora qualcuno che potrà percorrerli e un’anima che potrà ispirarli.





Casa della Gemma
anteprima stampa dell’apertura al pubblico in via sperimentale
Parco Archeologico di Ercolano, 25 marzo 2022
Ercolano (NA), dal 26 marzo 2022
Info: www.ercolano.beniculturali.it

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