"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 19 Ottobre 2015 00:00

Il dinamismo poetico di Luisa Terminiello

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La leggenda vuole che l’arte pittorica sia nata da un’ombra. Se la natura è il modello, l’arte ha il compito di imitarla nei suoi contenuti, nella sua maniera e nella sua forma. L’ombra che un elemento naturale proietta viene ricalcata dal primo pittore della storia e così nasce l’arte figurativa. Forse questo è solo un mito, ma il mito al pari di una favola e di un canto popolare non è detto che sia falso, probabilmente è il solo modo, l’unico espediente fantasioso che l’uomo ha trovato consono alla potenza della verità.

L’arte ha un linguaggio biplanare, da una parte la sua espressione fisica e dall’altra la dimensione emotiva. Abbiamo assistito a un’evoluzione rapida delle forme artistiche e in questa corsa siamo giunti a movimenti avanguardistici e novità tecnologiche che hanno stravolto il concetto di arte e fomentato un discorso sempre nuovo, con altrettanti problemi insoluti. L’esigenza dell’espressione umana e la sua origine è passata in secondo piano, con l’avvento di esigenze diverse, l’uomo ha direzionato la propria creatura come una divinità incausata, senza debiti formali, possessore di una materia che inizia con lui, da lui, per lui. In questa angosciante liberta, dove le infinite declinazioni sono frutto di arbitrio e non più di assiomi naturali, l’arte e i suoi derivati hanno conosciuto un Rinascimento luminoso e, molte volte, oscuro, più tenebroso del segreto dire della natura insondabile. La modernità ci ha fornito nuovi strumenti e meravigliose scorciatoie, la canonica arte ha subito una commistione con la nascente fotografia e, di conseguenza, con la magica cinematografia. Indagare queste innovazioni e la maniera in cui il linguaggio artistico abbia potuto reinventarsi dovrebbe essere il sostrato di ogni tesi, alla base però ritorna come una maledizione la domanda perorante circa la natura dell’arte in sé, da cosa sia nata e perché, con buona pace di Hegel, non sia perita. Può sembrare un pensiero dispersivo e inutile al tema in oggetto, in più se dicessi che è stato questo il primo pensiero passatomi per la testa nell’osservare le fotografie di Luisa Terminiello, stento a realizzare che qualcuno mi creda. Eppure in questa nuova arte fotografica che ha già vissuto le sue ere, la sua preistoria, le sue trasformazioni, le fagocitazioni ideologiche, la liberazione astratta e la libertà delle istanze umane, proprio in questo nuovo strumento e con il supporto immaginifico della fotografa ho viaggiato nel tempo e mi sono incastrata tra la classicità e la modernità, quindi tra l’eterno e il cambiamento, tra il fondamento e le sue ribelli interpretazioni.
Prima di qualsiasi formazione artificiale, il corpo e il suo elegante movimento, il suo calore e le sue stagioni rappresentavano la fonte unica e sola dell’immaginazione umana, era il principio della sensazione di caldo e di freddo, il principio dello sconvolgimento e la sede unica della materna materia e della grazia del sentimento. Celebrare il corpo significava essere consapevoli della sua bellezza e della sua perfezione, adorandolo con una replica, una marmorea figura divina. Persino la deità era impossibile pensarla come grumo di virtù e semplicità, darle corpo significava consacrarla con la forma più bella presente in natura. Dio si è fatto uomo, forse, ma sicuramente è stato fatto statua, marmo. La fredda pietra lavorata ha espulso dal suo grembo le braccia e le mani, le labbra e il seno di uomini e Dèi. In questa plasticità, nella più totale staticità, allegorie e dettagli hanno portato avanti in un dinamismo poetico la forza e il furore dei poteri sovraumani. L’arte è servita a registrare poieticamente ciò che prima viveva in un’euforia bacchica e triviale, la naturalità dei cicli e la regressione nell’indeterminatezza sono state interrotte da una lettura. Un segmento significativo è nato ed è stato decodificato, estetizzato, reso fermo, ma eloquente.
L’arte, alla fine, è una risposta alla morte, prima che alla vita. Il corpo spontaneo e nudo, già punito col sesso e con l’individualità, si è sdoppiato, ha consegnato le chiavi dell’eternità alla statua, nel marmo ha scritto il suo più struggente testamento. Se la classicità è un vizio di forma, una perfezione matematica, la sua purezza coincide col primo uomo che scopre di essere mortale. Nell’arte l’umanità si salva, lascia tracce, allo stesso modo col mito, una forma simbolica che ha trovato nelle linee geometriche, o nel racconto metaforico, il solo modo per sopravvivere e raccontare ai posteri la grande disperazione di un Dio muto sceso a livello assurdo dell’esistenza.
È un sogno affascinante quello messo in mostra e immortalato da Luisa Terminiello. Il corpo androgino ed efebico dei suoi modelli umani, prima dell’illusoria divisione sessuale, incontra in un abbraccio e in una carezza – lontana nel tempo – il riflesso confuso del suo vestigio. Il sangue che anima la carne, deserta le statue e gli uomini, non c’è vita in questo incontro, solo segreti e misteri che il corpo lascia trapelare dal seno e dalle labbra chiuse. Anche in quelle fotografie in cui gli unici elementi minimali sono i grovigli semplici o concettuali del fisico, l’infantilismo mitico o sessuale appare come il frammento di un discorso poetico. L’erotismo è al primo stadio, il desiderio è un fiore bianco sferzato dal vento spaziale. I giovani modelli assimilano con le loro posture la danza primordiale della libido come scoperta dell’alterità. Gli amanti e gli intrepidi sono colti in un’estasi innocente, ma non casta. Il dialogo tra la dimensione umana e quell’artistica è doloroso, muto; il contatto è un ricordo, un amore per la vita della carne che scompare dietro la scultorea bellezza per sempre bella. C’è la timidezza e la delicatezza dell’incontro impossibile, della concessione, il silenzio che celebra il ritorno. Una zona neutra, asettica, priva di eccessi decorativi fa da sfondo a queste immagini. In una sospensione che anticipa l’imminente scomparsa, il prevedibile distacco, uomini e statue vivono in una quiete classica il momento del contatto, la pietà di un tempo lento, come quando in cielo per pochi istanti è appena giorno e ancora notte.

 

 





Osmosi
Luisa Terminiello
a cura di Marco de Gemmis
Museo Archeologico Nazionale
Napoli, dal 19 settembre al 26 ottobre 2015

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