“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Domenica, 28 Aprile 2013 07:58

L'immaginario di un popolo

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Capita sovente che, nell’approcciarsi a vicende storiche sentite come particolarmente contigue al proprio vissuto personale o all’immaginario collettivo da cui si proviene, si possa incorrere nell’inciampo della partigianeria smodata. Capita sovente che la lettura della storia sfoci in contrapposizioni manichee che sbilanciano la visione degli accadimenti e delle idee in una direzione univoca a cui se ne contrappone un’altra diseguale e contraria.

Capita sovente che quando si tenta di offrire una propria visione delle cose il fondo sdrucciolevole della retorica possa mandar gambe all’aria ogni pur nobile proponimento d’equanimità e d’equilibrio.
Capita sovente tutto ciò soprattutto quando si persegue pedissequa la velleità d’esser didascalici e di adoperarsi nell’arte sterile del sentenzioso motteggio ex cathedra.
Capita sovente tutto ciò, ma – affrettiamoci a puntualizzarlo, ché da quanto abbiamo premesso in exergo potrebbe ipotizzarsi il contrario – non è affatto quello che capita con Acino di fuoco, di Mario Pirera, lavoro drammaturgico che sagacemente sfugge con sostanziale agilità a tutte quelle deprecabili prerogative di cui s’è cianciato con barbogia ciarla preventiva in questo scritto a cui tutto preme fuorché tediare il lettore.
Uno dei modi in cui il teatro può salvarsi dalla retorica “civilistica” (sappiamo quanto brutto sia quest’aggettivo, ma s’abbia l’indulgenza di farcelo passare, in nome d’un superiore amor di sintesi) consiste nel giocare con la propria consapevolezza d’essere teatro e, anziché spendersi nell'ordinata narrazione d’una storia, dipanarsi in una quadreria d’immagini ed allusioni, offrendo al pubblico spunti interessanti in ascolto e in visione, rubando del pubblico l’attenzione, stimolando nel pubblico l’elaborazione.
L’Acino di fuoco a cui allude il titolo della pièce è un’osteria che si fa teatro e che, facendosi teatro, si fa microcosmo simbolico delle anime varie che, ciascuna dal proprio punto di vista, vissero l’esperienza della Napoli del 1799.
Teatro d’un microcosmo, coacervo di umanità varia e trasversale, l’osteria offre uno spaccato tipologico delle anime che si agitano nel corpo di Napoli, in cui coabitano anelito di libertà e particolarismo personale, in cui sono compresenti le alte idealità di un ceto acculturato e le basse necessità di un popolo affamato; la taverna diviene luogo di contiguità e di osmosi fra queste anime disparate che vengono in contatto.
Tali tipizzazioni si susseguono sulla scena sotto forma di bozzetti quasi impressionistici, incarnandosi nelle figure eteree di Eleonora e Gennaro, che appaiono quasi “staccati” da quell’universo “basso” che cercano di sommuovere e sul quale pure s’interrogano, convenendo sulla necessità di fornire al popolo un’educazione alla libertà che l’affranchi dallo stato di minorità; all’altro capo della catena sociale ci sono i lazzari, con la loro giovane sfrontatezza velata dal disincanto ruvido del sopravvivere per espedienti; all'altro capo della catena sociale c’è un popolo dolente che si rispecchia in Graziella, sifilitica e puttana, stretta nelle braccia e nel suo patema e che null’altro brama che un letto ed un piatto di minestra. Nel mezzo, le figure chiave dell’oste e dell’ostessa incarnano il passaggio fra questi due estremi, rappresentando i corpi fluidi attraverso cui i valori propalati dal cavaliere e dalla dama (in cui si allude alla figura di Eleonora Pimentel de Fonseca) passano trasmessi al popolo. Più di tutti esemplare è la figura dell’oste che, illetterato da dotti discorsi infatuato, coltiva in sé velleità drammaturgiche, trasfuse in un Pulcinella che, sia pur solo in sogno, rinnega la retorica della “panza” rifiutando d’apparecchiarsi al desco del re.
Attraverso uno sviluppo drammaturgico che procede per quadri che s’accostano e si susseguono, si giunge al messaggio chiave di una rivoluzione universale che parte dal particolare, ovvero dalla rivoluzione interiore che deve avvenire nella coscienza del singolo individuo, di cui è simbolo l’oste/Pulcinella, invitato da Eleonora a riscrivere il proprio teatro, a compierne un sovvertimento che l’affranchi dal servaggio, adoperando la sua innata genialità al servizio di una superiore causa di libertà.
Ma mentre ciò avviene, mentre si tenta di inoculare l’idea di libertà nel popolo, questo, sulla scena, è preda di stenti e di patimenti: “Il popolo deve capire” ed invece non sembra che patire, ansando ed ansimando, bramando un risveglio dall'incanto che l'imbambola, come straniato da un canto di sirene; un popolo gravido che attende di partorire la propria rivoluzione e che appare in assito sospeso fra anelito ed impellenza.
Condensata nell’etereo manto di Eleonora, l’estrema essenza dell’ultimo quadro: “Forse un giorno gioverà ricordare...”.

 

 

Acino di fuoco
testo e regia
Mario Pirera
con Gabriella Cerino, Mario Pirera, Monica Palomby, Paolo Gentile, Laura Vigilante, Manila Cipriano, Fabio Reale
con la partecipazione di Giuseppe Gavazzi
e con gli allievi dell’Accademia Vesuviana di teatro di Gianni Sallustro: Salvatore Stellaro, Gennaro Lazzari, Michele Ciniglio, Alessandro Todisco, Anna Ammaturo, Carmen Nappo
disegno luci Ettore Nigro
scenografia Rebecca Furfaro
lingua napoletano
durata 45’
Napoli, Théâtre de Poche, 25 aprile 2013
in scena dal 25 al 28 aprile 2013

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