“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Lunedì, 27 Aprile 2020 00:00

Sta a noi camminare sui cocci che ci avete lasciato

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Anni fa, ad Atene, ero seduta sulle pietre del primo teatro greco che il mondo occidentale abbia avuto modo di vedere risorgere dalla sua polvere. 

Non c’era altro tempo se non quello dell’assenza, non c’era altro spazio se non quello dell’ingombro, tutto era assolutamente fuori posto eppure vivo, e necessario; più di tutto l’erba cresciuta nelle intercapedini mi sembrava degna di sacro. Se qualcosa di così effimero e inutile ha la forza di resistere alle leggi che sconfiggono le civiltà, chi potrà mai più strappare e gettare al suolo un ciuffo d’erba solo perché inutile? Qualcuno può perdonare la mano del più grande sapiente della storia perché ha “innocentemente” divelto dal terreno un ciuffo d’erba per pulirsi la merda dalla suola delle sue scarpe? Forse. Evidentemente, io no. Per farla semplice: a volte ci provo a stare zitta, come varie volte mi hanno invitato a fare, ma sia lode a Dio sono nata in una famiglia dove l’urlo è sacro più della parola che cerca di spiegarlo. Per questo, ancora adesso, dopo giorni il mio silenzio davanti ad alcune parole pronunciate da grandi maestri e fautori del teatro − burocrati e registi inaspriti e incattiviti − mi pesano addosso. E allora urlo. Inutile, come i ciuffi d’erba schiacciati dal granito, strappati dai sapienti, gettati a terra e calpestati per sbaglio, magari ricoperti di merda.
Urlo davanti alla parola panico, di cui i giovani spesso sono vittime ignare, a vostro dire. La grido davanti alla mia esperienza e cerco di ritrovarla, nello specifico delle ultime settimane, e mi ritrovo a potermi dire del tutto estranea. Non ho nessun dio che mi annebbia la ragione a guidarmi, adesso. Credo sia proprio la ragione ad avermi guidata, ad aver richiesto un dialogo alla pari che evidentemente alla pari non è stato, a elaborare domande senza pretendere certezze, ma solo risposte costruttive. Quale panico, a vostro avviso, guida dei giovani alla lucida presa di consapevolezza dei loro diritti? E a farne pietra d’inciampo, nella difficile arte di essere coerenti con la privata presa di coscienza su cosa è giusto e cosa sbagliato, dovrebbe essere una voce “maestra” che si preoccupa di incasellare nei dettami della sua esperienza il mondo che si sta spaccando sotto i nostri piedi? I cocci su cui camminiamo non sono merito nostro. Non sono merito mio, piuttosto che sentirmi dire per la millesima volta quanto sia stata fallimentare la vostra esperienza il vostro sindacato il vostro tempo da comunisti adesso sceso a patti col capitalismo, vorrei che mi si lasciasse camminare in santa pace sui cocci del mondo come ce lo avete lasciato. Piuttosto che sentirmi dire − al termine di una riunione dove un comparto artistico è stato trattato a pesci in faccia da chi detiene il potere sotto lo sguardo accomodante di chi questo potere sulle tavole dei suoi pulpiti lo schifa, ma poi guardacaso in un modo o nell’altro si ritrova a occuparne il palcoscenico – che gli attori sono troppi e non tutti meritano il mestiere, gradirei che mi si offrisse l’opportunità di essere trattata da lavoratrice dato che come tale mi sto comportando, e sul mio entusiasmo nessuno è tenuto a pronunciarsi se non io (e questo mi è stato insegnato da voi, maestri, e dalla vostra voglia di riempirvi la bocca di Rilke).
Io, mio, è egocentrico ed egoriferito questo mio discorso. Certo, è il mio silenzio che devo medicare, è a me che chiedo conto di sanarmi, è con voi persone di teatro che questa operazione deve avvenire. Perché passi che un burocrate turpiloqui con accuse più o meno lesive della mia dignità la mia persona, io del potere sia lode a Dio sto imparando a sbattermene i coglioni. Ma come posso ignorare che dopo neanche ventiquattro ore dall’avervi sentito evangelizzare su come gli attori debbano essere prima di tutto consci dei loro doveri – dopo aver già chiarito un paio di volte che a difendere i nostri diritti facciamo schifo – vi ritrovo su un tavolo etico predisposto per la riflessione sui doveri dei lavoratori dello spettacolo che combattono per i loro diritti? Per quale motivo non ho il diritto etico di essere riconosciuta nel dialogo che, a vostro dire, desiderate creare? Sono una persona, davanti a voi. La mia esperienza, come persona, perfora la granitica esperienza di chi ha visto il mondo cambiare e probabilmente mi vedrà cambiare, e magari fallire. Ma sta a me dirlo, non a voi prevederlo.
Sta a me rispondere, se si cita la lingua dei classici, con il silenzio di Oreste davanti ad Atena. Che si parli anche delle sue colpe e incorrettezze fatte poi vessillo di una nuova legge. Se si cita Che Guevara sta a me citare Pasolini, e il suo “Invece”, la Morante e il suo mea culpa immenso a tutti quelli che solcheranno il mondo dopo di lei, chiamo a testimonianza gli Infelici Molti e anche i Felici Pochi, chiamo tutti a farmi da testimoni: smettetela di sotterrare asce e martelli ancor prima che si possano alzare contro qualsivoglia nemico, solo perché per voi è tutto arrugginito. Basta, quel che posso o non posso essere lo patteggerò con la storia e con la mia coscienza, facendo da fulcro nel bilanciere tra capitalismo e comunismo a modo mio. Perché è questo quello che ci viene chiesto, no? Un cauto compromesso.
Il comunismo sarà anche fallito ma le parole hanno ancora lo stesso peso: manifestarsi è ancora mezzo primario di coscienza identitaria. Collettiva, civile, politica ma soprattutto umana. Manifestare è lingua comune tra chi mastica l’antica utopia della comune. Ma i fatti possono esistere, e i fatti sono che davanti a una compagnia di attori, i burocrati del potere sono stati pronti a buttare torsoli di mela sulla nostra manifestazione. C’eravate anche voi, maestri del fare e del pensare teatrale. All’inizio alzavate il pugno, poi avete aperto il palmo, e io il torsolo me lo sono visto arrivare dritto in faccia.  E questo ha definitivamente spezzato il mio silenzio.
Adesso che credo sia finita, probabilmente mi si chiederà conto di questo mio scritto. Cos'è, recriminazione? Accusa? Piagnisteo infantile?
Non so. Qualunque cosa sia, non potevo esimermi dal dirla. Perché ancora credo nelle generazioni che si parlano, e si ascoltano. Perché perdono ai Frati Lorenzo le loro prese di posizione sorde delle paure dei giovani che si ammazzano, tanto sono forti i loro cuori. Ne ho persino compassione, quando alla fine si aggrappano alle lapidi e se ne stanno fermi, zitti e tremanti.
Non potevo esimermi dal dirla perché credo nei ciuffi d’erba che crescono tra i sedili in pietra di teatri divenuti musei; a loro nessuno chiede il perché del loro vivere. Loro esistono, evidentemente a qualcosa serviranno pure loro. Se non altro a pulirsi la merda dalle scarpe. Ma loro, e su questo scommetto tutto il mio essere, sono contenti anche così.

                                                                                                                                                                                        Elvira Scorza

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