“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Paola Spedaliere

Probabilità di un istante

Scenografia scarnificata nella sua essenzialità per There Has Possibly Been an Incident del britannico contemporaneo Chris Thorpe portato in Italia dalla regia altrettanto asciutta di Jacopo Gassman a Galleria Toledo, che quest’anno ha presentato un cartellone ricco di perle teatrali, sempre coraggioso nelle scelte fatte. Tre pannelli scuri che scendono dall’alto verso il basso, davanti ad ognuno di essi tre sedie e tre microfoni a piantana. Sulle sedie dei fogli in attesa.

Una storia di sorellanza

La scenografia di Ranavuottoli al Piccolo Bellini parla da sola: è la favola di Cenerentola al contrario. Ciò che dovrebbe essere orizzontale è verticale e viceversa, come capita con il letto della sorellastra di Cenerentola, Genoveffa, che è posto in verticale, come le statuine sull’angusto piano superiore della misera casetta, una in posizione normale e l’altra che sfida la forza di gravità e persino la porta di ingresso è posizionata in alto perché si scende giù in un sottoscala che porta all’unico ambiente dove si cucina, si dorme, si fa i propri bisogni.

Elogio al tempo rubato

Un suono metallico dagli echi computerizzati si propaga per la platea dove gli spettatori del Nuovo Teatro Sanità si stanno posizionando, accolti da un uomo delle pulizie che si aggira tra le file sorridente, affaccendato, cordiale. Sul palco nella semioscurità vi sono due sedie a destra e a sinistra, gemelle, su cui poggiano degli abiti. Tra loro, al centro scena, un telaio rettangolare che evoca una grande porta trasparente tagliata orizzontalmente da un’asse che divide il sopra e il sotto.

Un sipario, una cornice, un mondo

A sorpresa, entrando nella sala della Galleria Toledo, un sipario chiuso. Ultimamente le messe in scena, nella maggior parte dei casi, ne fanno a meno proiettando subito lo spettatore al centro della storia, attore ignaro, silenzioso partecipante. Il sipario scuro, qui, ne Le braci di Laura Angiulli tratto dal romanzo omonimo di Sándor Márai, con l’adattamento di Fulvio Calise, è il diaframma vellutato che solo in apparenza chiude lo spazio platea/palco perché crea quel momento breve di distacco, è il lungo respiro che riempie i polmoni che precede una immersione in un mondo lontano ma non lontanissimo, un mondo proiezione e introiezione di se stessi.

Nessuno si Illuda!

La suggestiva Chiesa trecentesca del Museo Diocesano di Santa Maria Donnaregina Vecchia a Napoli è il teatro della messa in scena di The Minister’s Black Veil di Romeo Castellucci. Il pubblico diventa l’assemblea dei fedeli che prende posto sulle panche e a cui vengono forniti dei breviari della celebrazione in inglese con testo a fronte in italiano. Il palcoscenico è il transetto semicircolare con un ambone posizionato centralmente. Nulla manca a questo rito cattolico: il suono dell’organo, i canti Ave Regina, Alleluia e altri in latino, con bellissime voci mescolate tra il pubblico che tratteggiano l’atmosfera mistica, preparando l’ingresso del Ministro di culto che, entrando dalla porta della navata centrale alle spalle dell’assemblea, incede ieratico nella sua tonaca nera con il viso coperto da un rettangolo di stoffa dello stesso colore. Nonostante ciò sono riconoscibili i tratti spigolosi e la fisionomia nota di Willem Dafoe nel ruolo di un pastore cattolico che intratterrà il suo gregge in un’omelia che non è moralistica, ma pura esegesi biblica.

Onestà è libertà

Alla sinistra e alla destra dell’assito del Teatro Nest vi sono due (metaforiche) gabbie di metallo forato, una aperta sul lato anteriore e posteriore, mentre l’altra ha una seconda uscita su un retrobottega: sono gli ambienti in cui vivono i due protagonisti Tonino, laureato in filosofia che per vivere eredita la portineria del padre, e Peppino che gestisce la tipografia di famiglia, ma senza successo perché è sommerso dai debiti.

Da “Macbeth” a Eduardo passando per la strage di Erba

In una scatola nera senza quarta parete si può parlare ancora di Shakespeare sia pure sminuzzato, trasformato in bolo e digerito? Quanto rimane di un suo Macbeth dopo averlo fatto a pezzi? Le domande non sono retoriche, anzi le risposte possono essere molteplici, anche in contrasto tra loro. Nella scatola nera del palco di Sala Ichòs una coppia di anziani coniugi, che indossano due camici bianchi insanguinati da macellai, si muove da una quinta all’altra seguendo il solco di una scia luminosa che squarcia il buio.

Il verde non è speranza nel mondo delle serve

La scenografia di Le serve di Genet al Teatro Nuovo è la stanza da letto della Signora, con le pareti poste obliquamente che sembrano accompagnare lo sguardo dello spettatore verso l’apice di questo triangolo poggiato orizzontalmente: uno specchio alto quanto le pareti. Sul lato sinistro su un piccolo piedistallo si trova il letto, con un telefono su un tavolino accanto ed una grande finestra. Sulla parete a destra una toilette e un armadio con le ante alte quanto lo specchio.

Il sacrificio che emenda la colpa di essere ebreo

Il centro della scena è occupato da un alto parallelepipedo che si mostrerà, in seguito, essere una struttura girevole, su cui un lato è occupato da un bassorilievo a tutto campo del volto del protagonista Harry, su un altro vi è sia lo studio di pittrice che abitazione modesta di Ada, l’artista ribelle che legherà la sua vita ad Harry. I due personaggi sono i protagonisti dell’ultimo romanzo scritto da Irène Némirovsky I cani e i lupi pubblicato due anni prima della sua morte nel 1940, cui si aggiungono Ben, marito di Ada e Laurence, francese moglie di Harry, l’unica non ebrea della vicenda.

L’amore sulla terra rossa

Nel Cortile delle carrozze del Palazzo Reale di Napoli è allestito uno dei palchi del Napoli Teatro Festival Italia, una scatola dalle pareti nere profonde come la notte che sfuma i contorni spaziali e temporali della pièce Love/Hate – Open 2017 incentrata sulla narrazione di un rapporto di coppia, forse del rapporto di coppia.

Pagina 1 di 13

Sostieni


Facebook