“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Gioacchino Toni

Cocteau e il cinema in quanto poesia

Nonostante Jean Cocteau non abbia mai scritto un trattato teorico sul cinema, secondo Stefania Schibeci, studiosa e docente di Pittura e arti del XX secolo (IULM), può essere collocato a pieno titolo tra i teorici del cinema. È nei suoi film che sono ravvisabili i principi guida della sua riflessione su questo medium e, a dimostrazione di tale convincimento, Schibeci ha recentemente pubblicato il saggio Jean Cocteau teorico del cinema (Mimesis, 2018).

Cinema narrativo e coinvolgimento emozionale

Il cinema ha il potere di immergere lo spettatore nelle storie che racconta, riesce per certi versi ad eliminare la distanza fisica tra chi è seduto in poltrona e chi abita lo schermo, è capace di commuovere come se le vicende narrate riguardassero in prima persona lo spettatore che, addirittura, per alcuni intervalli di tempo si annulla dimenticandosi di sé. Insomma il cinema, sin dalle origini, ha un sorprendente potere di coinvolgimento e di questo potere nel corso del tempo si sono interrogati non pochi cineasti e studiosi a partire dalle conoscenze in loro possesso all’epoca circa il funzionamento della mente umana.

Il cinema del reale

“Quella del cinema del reale è la tendenza che più di ogni altra nel cinema contemporaneo produce nuove immagini del mondo, nuovi sguardi e nuovi interrogativi sul reale e le sue conseguenze”.
(Daniele Dottorini)

 
 

Un longevo quanto ingenuo luogo comune vuole che il cinema si sia trovato sin dalle sue origini a dover scegliere tra un indirizzo volto alla “presa del reale” e uno votato alla sua “reinvenzione fantastica”. Insomma, la solita storia che vuole da una parte i fratelli Lumière e il loro sguardo documentario sulla realtà e dall’altra Méliès con la sua idea di cinema come creazione di mondi fantastici e immaginari. Sappiamo quanto in realtà queste due linee si siano intersecate lungo tutta la storia del cinema e, soprattutto, continuino a farlo ai nostri giorni.

La fotografia di Sander oltre la pretesa archivistica

Come sostiene Paolo Spinicci nella Premessa al volume di Barbara Fässler, August Sander. Fotografia, archivio e conoscenza (Postmedia Books, 2014), sin dalla sua comparsa la fotografia racchiude in sé promesse e compiti che non può totalmente mantenere. L’idea di poter restituire la realtà nella sua esattezza, isolandola dalle relazioni, dalle circostanze e dalla volatilità del suo manifestarsi, rientra in una finalità di ordine conoscitivo. La fotografia sembra promettere la possibilità di eliminare gli aspetti accidentali ed effimeri dell’esperienza immortalata. “Le fotografie sembravano dunque proporsi come strumenti di conoscenza, ma soprattutto sembravano promettere la realizzabilità di un progetto di cui, e proprio a patire dal XIX sec., si sentiva vivo il bisogno e che si cercava anche per altre vie di realizzare: il progetto di un Grande Inventario ragionato del mondo, di una raccolta ordinata ed esaustiva del molteplice negli spazi di un grande palazzo – il museo”.

Il cinema sperimentale del Cineguf

Andrea Mariani, docente di Teoria dei media e dei nuovi media presso l’Università degli Studi di Udine, nel suo Gli anni del Cineguf (Mimesis, 2017) analizza il materiale cinematografico realizzato in Italia dai Gruppi Universitari Fascisti durante il Ventennio, una particolare produzione in cui si intrecciano indistricabilmente cinema sperimentale d’avanguardia e cinema amatoriale.

L'altro cinema. Il documentario d'autore

Viste come qualcosa di più vicino al giornalismo o alla saggistica, a lungo le produzioni audiovisive documentarie non sono state considerate vero e proprio cinema. Contro questa convinzione, diffusa ancora oggi fuori dagli ambienti specialistici, Maurizio Fantoni Minnella ha steso il suo imponete volume Film documentario d’autore (Odoya, 2017) palesando sin dal sottotitolo, Una storia parallela, come questo luogo comune sia, una volta per tutte, da sfatare.

Albert Serra, cinema arte e performance

Il lavoro di Albert Serra, artista e regista catalano, è al centro di un recente libro curato da Vincenzo Estremo e Francesco Federici in cui ad alcuni saggi scritti, oltre che dai due curatori, da Chus Martínez e Andrea Mariani, si aggiunge una lunga intervista rilasciata da Serra a Udine in occasione dei lavori del Filmforum Festival del 2015.
L’opera di Serra si inserisce in “quelle spinte centrifughe di crescita del cinema contemporaneo verso aree liminali della cultura dell’immagine, sperimentazioni che hanno in molti casi preso il posto di un certo cinema underground del passato e che oggi vivono nell’intersezione e nell’ibridazione con le pratiche dell’arte contemporanea”.

Roma e il cinema dell'immediato dopoguerra

Un recente volume di Lorenzo Marmo, Roma e il cinema del dopoguerra. Neorealismo, melodramma, noir (Bulzoni Editore, 2018), indaga le modalità con cui il grande schermo ha dato immagine alla città di Roma in un momento in cui, negli anni dell’immediato dopoguerra, il Paese è alle prese con la difficile, quanto necessaria, ridefinizione dello spazio collettivo e dell’identità nazionale dopo essere finalmente uscito dalla dittatura nazifascista.

Un’indagine wellesiana sul film fantasma di Welles

Massimiliano Studer, a proposito del suo recente saggio Alle origini di Quarto potere. Too Much Johnson: il film perduto di Orson Welles (Mimesis, 2018), prospetta un calzante parallelismo “wellesiano”: così come Quarto potere (Citizen Kane, 1941) mette in scena un’indagine sulle motivazioni che conducono il personaggio a pronunciare in punto di morte la parola rosebud, altrettanto la sua ricerca è costruita sull’indagine circa i motivi che hanno obbligato al “silenzio visivo” Too Much Johnson (1938) per oltre settant’anni.

Decoro urbano e monopolio dell’immagine

Diffusisi a partire dagli anni Settanta del Novecento, i graffiti urbani possono essere visti come una forma di espressione, una pretesa dei giovani, soprattutto delle periferie, di lasciare una traccia di esistenza capace di infrangere il monopolio del potere urbano. In questa direzione si muove il nuovo saggio curato da Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Sporcare i muri. Graffiti, decoro, proprietà privata (DeriveApprodi, 2018) ove si legge nell’azione di writer e street artist un tentativo di infrazione del monopolio dell’immagine a cui aspirano i poteri esistenti.

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