“La gran parte degli editori non crede per niente alla letteratura, non crede negli scrittori, non crede in niente fuorché nel commercio e negli affari”

Da una lettera di Lucio Mastronardi a Guido Davico Bonino

Martedì, 17 Novembre 2015 00:00

Gara di archi

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Si narra che nella primavera del 1709 a Roma, a casa del cardinal Ottoboni, mecenate e amante della musica (nonché collezionista di strumenti musicali, tra cui un grande organo da camera e ben sedici clavicembali) si tenne una tenzone abbastanza “singolare”, tra il giovane Domenico Scarlatti e il coetaneo Georg Frierdich Händel, detto il Sassone, già apprezzato come valente esecutore al suo arrivo nella città eterna nel gennaio di due anni prima. Il pubblico invitò i due musicisti a sfidarsi prima al clavicembalo e poi all’organo. Dalle testimonianze riportate, pare che Scarlatti riscosse maggiori favori (altri parlano di una sostanziale parità) nel primo duello, mentre per il verdetto organistico non ci furono dubbi: lo stesso Domenico riconobbe la superiorità del rivale. Aneddoto reale, che non impedì ai due di nutrire stima e amicizia reciproca.

Nel suo peregrinare italiano (soggiornò anche a Firenze e Napoli), Händel giunse anche a Venezia, che con i suoi quindici teatri era il maggior centro operistico italiano, e dove ottenne il suo primo grande succeso (l’Agrippina, che ebbe ben ventisette repliche). Si può ipotizzare, con buona probabilità, che il Nostro abbia incrociato tra le calli e i teatri della Serenissima anche Vivaldi, il quale proprio in quegli anni (tra il 1709 e il 1711) non era impegnato come compositore e maestro di violino al Pio Ospedale della Pietà e poteva concentrarsi maggiormente nella composizione teatrale. E se incontro sicuramente ci fu, non ci è dato sapere se vi fu anche scontro, avvenimento che i molti amanti della musica avrebbero immaginato nelle forme più varie. A realizzare un tale sogno e appagare simili desideri ci ha pensato l’Accademia musicale dell’Annunciata, ensamble composta da allievi di conservatori e di scuole civiche musicali e da maestri di fama internazionale, impegnati nella riscoperta della musica barocca e nella riproposizione della prassi esecutiva originale. Scopo, questo, che ha caratterizzato le esecuzioni e le incisioni di molti gruppi, consorzi, orchestre, dediti al riscoperta della musica sei-settecentesca, ad una Reinassance nel pieno senso del termine. Le attuali modalità esecutive cercano di attenersi quanto più possibile alle indicazioni originarie, per cui il numero dell'organico rispecchia quello del tempo, e gli stessi strumenti sono costruiti sui modelli dell’epoca e usano componenti tipiche di quegli anni (è il caso degli archi che montano corde in budello).
Il contesto per questo gustosa prelibatezza per melomani è la stagione musicale “Terra. Musica, voci e paesaggi sonori”  del Teatro Binario 7, curata dall’associazione culturale EquiVoci Musicali e con la direzione artistica di Rachel O’Brien. E la stessa cantante inglese, mezzosoprano di agilità, dà voce alle arie tra le più celebri dei due compositori, accompagnata dagli elementi dell’Accademia diretti dal maestro Riccardo Doni, impegnato al clavicembalo.
Spetta al Prete Rosso l’onore di cominciare la schermaglia con il Concerto in Sol min RV 513 per due violoncelli, archi e basso continuo, nella classica tripartizione di allegro, largo e allegro. La sfida si alza di livello con l’ingresso in campo, ops, in scena, di Rachel O’Brien, che interpreta la prima delle arie di sdegno delle eroine barocche, costrette tra rassegnazioni, lamenti, rivalse, furie, sentimenti affidati a consueti codici espressivi che costituiscono i moduli del melodramma fino alla fine del XVIII secolo. Sposa son disprezzata è tratta da Bajazet  (conosciuta anche come Il Tamerlano), pasticcio musicale che Vivaldi approntò per il carnevale del 1735. Pasticcio proprio perché costituito di arie prese in prestito da opere precedenti, sue e di altri (come nel caso in questione, dove la Sposa non mi conosci della Merope di Geminiano Giacomelli è disinvoltamente riutilizzata con il testo riscritto per l’occasione da Agostino Piovene), oltre a parti scritte ex novo.
Dopo la Sinfonia in Re magg RV 125, è giocata la carta dell’oratorio – non molto diverso morfologicamente da un’opera destinata al teatro – con l’aria Armatae face et anguibus dalla Juditha triumphans devicta Holofernis barbarie, invettiva declamata da Vagaus, servitore dell’assiro Holofernes di cui ha appena scoperto il cadavere, per invocare vendetta. Alla veemenza dell’aria vivaldiana, il Sassone risponde con Ah! Mio cor dall’ Alcina (introdotta dall’Ouverture dell’opera medesima), in cui al dolore per la fuga dell’amato Ruggiero la maga alterna sentimenti d’orgoglio e rivalsa (“Ma, che fa gemendo Alcina? / Son reina, è tempo ancora: / resti o mora, / peni sempre, o torni a me.”). Il veneziano fa bella mostra di sé con uno dei primi esempi di musica a programma, ossia di musica espressamente scritta per illustrare scenari naturali ed umani: dalle Quattro Stagioni si omaggia quella attuale (l’Autunno, ossia il Concerto in Fa magg RV 293). Colpo notevole, che riaccende le simpatie del pubblico, cui il londinese d’adozione risponde con un’aria ancora di sdegno da Serse (Crude furie degl’orridi abissi) e con una di tempesta in cui fa capolino la speranza (da Ariodante, con Dopo notte, dove il valoroso principe scozzese canta il ristabilimento dell’ordine). Bis affidato ad una delle più belle arie händeliane, Lascia ch’io pianga da Rinaldo, che rende giustizia alle consolidate doti espressive della O’Brien e alla scrupolosa e insieme appassionata esecuzione dell’Accademia. E per l’Italia, altra sconfitta in casa.

 

 

 

 

Terra. Musica, voci e paesaggi sonori
Vivaldi vs Händel: schermaglie barocche
con Accademia Musicale dell’Annunciata
mezzosoprano Rachel O’Brien
direzione e cembalo Riccardo Doni
violoncelli Marcello Scandelli, Maria Calvo
violino solo Paolo Perrone
immagine di copertina Marzia Rizzo Photographer
Monza, Teatro Binario 7, 7 novembre 2015

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