“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Giovedì, 06 Agosto 2020 00:00

Il non detto interiorizzato come arma di potere

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Riscopriamo questa bellissima opera di Brianna Carafa, finalista al Premio Strega nel 1975, ristampata da pochi mesi da Cliquot.
Cosa accade all’orfano bambino che chiede informazioni sul suo passato e su cosa si cela dietro i muri chiamati “Tetti Rossi” nella cittadina dove egli vive? L’autrice sembra dire che o si accoglie una verità − avendola cercata e riconosciuta, oppure interiorizzata dall’ambiente familiare − o si rischia la follia, ed è ciò che accade a un certo punto al protagonista, lontano dal cogliere nelle esperienze del presente e del passato una qualsiasi luce interpretativa, un senso.

Di questa assenza di verità e senso sono colpevoli i parenti non diretti (madre e padre sono morti), con un ostinato silenzio su importanti vicende di famiglia, o con leggende familiari inventate per coprire più crudi fatti, come la verità sulla morte del padre.
Il personaggio, dopo il diploma, decide di partire dalla città dell’infanzia e dell’adolescenza, sollecitato dai viaggi di fantasia di un amico, figura che mentre esalta il coraggio di nuove avventure decide nel momento più importante, dopo il diploma, di ritirarsi dai sogni in un tranquillo posto da impiegato di banca, raccomandato dalla sorella. Il ragazzo ai parenti non è affezionato, anche la zia muore presto, e l’unico zio gli dice, senza scalfire la sua intimità, che quello che è importante nella vita è di affermarsi, diventare qualcuno. Cresciuto in un ambiente insincero, trova nella nuova città figure che si sottraggono, come nella città natale, alla comprensione.
Chi porta dentro i frantumi di una identità difficilmente può costruire un senso cambiando luogo. Un austero e misterioso compagno di università, un allegro frequentatore di locali dove si beve, una ragazza che facilmente si concede a lui: da nessuna parte arrivano parole sincere o dirette ad avvicinarlo nell’intimo. La ragazza lo lascia senza un motivo, uno dei due amici si suicida, l’altro afferma, suscitando la sua ira, che non ci sono “perché” agli eventi. Così tutto il brancolare alla ricerca di una identità − e di un luogo che restituisca la sua appartenenza all'umanità − approda al bere disperato. La gentile signora che lo ospita gli rivolge solo frasi di cortesia senza profondità, ed è risultato inutile l’esser ricorsi a lei per cercare un consiglio, una spiegazione delle cose in un momento di disperazione. Una donnina limitata, che saltuariamente frequenta un uomo, di nascosto dagli occhi del mondo.
Un incontro casuale indirizza il protagonista alle cure psicologiche di un esimio professore di psicologia. Sfidando le sue ultime risorse mentali, inizia la cura, e cambia facoltà iscrivendosi a quella di psicologia. La ricerca di una verità e di una identità finirà a colpi di delusioni e di scoperte di falsità. Il cambiamento dell’atteggiamento del protagonista è determinato anzitutto dalla scoperta che il professore frequenta la donna che lo ospita (ma afferma inizialmente di essere da lei per curarla, poi di essere un semplice amico), e dalla confessione disperata della sua segretaria di essere incinta di lui (cosa naturalmente negata da lui, che al proposito ricorda la follia della donna), ed è inutile cercare una verità attraverso il suo professore di filosofia, sono cose del mondo, non vere o vere, forse da farabutti, come aveva detto la segretaria incinta, ma normali, gli dirà l’insegnante. Disorientato dagli eventi, privo di una persona di cui fidarsi, impara a resistere in quell’ambiente attraverso le armi dell’astuzia e cerca di non inimicarsi il professore. Tutta la insincerità gli sembrerà alla fine normale. Imparerà che la cura è manipolazione, e la manipolazione il solo esercizio di verità. Sarà in grado di scoprire i meccanismi della malattia, di come sradicarla con la forza della menzogna, del gioco a dominare l’altro, con i trucchi di una fredda forza psicologica al servizio della propria affermazione individuale e del proprio trionfo personale. Entrerà a fare parte di un gioco dove non si cerca più la verità, ma il ruolo, il falso rispetto, in una parola: il non detto deve avvenire come una cosa normale, lo stesso non detto che fu una esperienza di estraneità nella sua infanzia.
Con questo professore entrerà in un gioco di reciproca falsità e ossequio. Avrà infatti grazie a lui un importante ruolo nella clinica che era poco distante dalla casa dell’infanzia, sulla quale la gente e la famiglia avevano posto un tabù (lì era stato rinchiuso il nonno); era infatti vietato sapere cosa ci fosse dentro, mentre lui avrebbe voluto sapere di più: scopre ora che si tratta di un manicomio.
Attraverso una verità negata si fa strada un soggetto incapace di provare emozioni per le figure parentali, per quelli che cura, per l’umanità intera, e la psicologia diventa attraverso di lui non cura, ma strumento in cui fa sperimentare ad altri quel non dire il vero, e mezzo di sopraffazione verso chi, debole, crede nella verità.
Sarà forse vero che il titolo, la vita involontaria, è la vita che il protagonista non avrebbe mai voluto e che si è trovato ad abbracciare per non soccombere. Come la banalità del male è l’azione in cui lo si agisce a causa di ordini ai quali per meschinità sottostiamo, la vita involontaria è il luogo di un male – combattuto dal protagonista fino ad arrendersi − di cui si diventa meccanismo e agente insieme a molti altri.
Lo stile di quest’opera è raffinato pur nella brevità con cui sono costruite le frasi, sempre attente a cogliere la vita interiore del personaggio, e ne risultano pagine drammatiche che, fino a quando il personaggio non si consegna a una vita cinica, lasciano spazio alla pietà o alla compassione; dopo, rimane solo amarezza.





Brianna Carafa
La vita involontaria
Cliquot, Roma, 2020
pp. 151

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