“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Mercoledì, 17 Aprile 2013 11:50

Ciclo Bergman (parte IX) - Il rito

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“Questi tre personaggi sono indissolubilmente uniti, non possono fare a meno l’uno dell’altro e non possono funzionare a due a due. È soltanto nella tensione fra i tre vertici del triangolo che può nascere qualcosa. C’era un ambizioso tentativo di sezionare me stesso, per raffigurare come io funzionassi. Quali forze mantenessero in moto la macchina”.

(Ingmar Bergman)

 

Tre attori: un uomo, la moglie ed il suo amante sono convocati da un giudice che indaga sulle accuse di oscenità del loro ultimo spettacolo. Questa la trama del film Il rito (1969), opera che riaffronta le oramai classiche tematiche bergmaniane della maschera e dell’arte, in questo senso quasi un complemento di Persona (1966). Dopo il film del ’66 Bergman aveva diretto L’ora del lupo (1967) e Vergogna (1968). L’anno successivo invece il regista svedese torna a trattare del ruolo dell’arte. Un tema che accomuna l’opera in questione con il precedente Il volto (1958). La stessa trama infatti rimanda ai personaggi dei saltimbanchi protagonisti dell’altra pellicola. Il film in questione però rappresenta un'opera quasi a sé stante, nella cinematografia del Maestro. In realtà non potremmo nemmeno parlare di cinema. Si tratta infatti di una produzione televisiva (fu proiettato contemporaneamente dalle Tv di Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca con una piccola introduzione dello stesso Bergman che consigliava gli spettatori “anche minimamente impressionabili a non guardare e a leggere invece un buon libro”), certo poi trasformata in prodotto cinematografico nelle distribuzioni estere. Inoltre, possiamo aggiungere che la forma di esposizione scelta dall’autore ha molto a che fare col teatro. Stiamo parlando di un film fatto essenzialmente di attori, lunghi dialoghi, strutturalmente diviso in nove scene o atti, scenografie inesistenti, inquadrature strettissime, quasi claustrofobiche. Il regista, insomma, sperimenta accomunando cinema, teatro e televisione in un unico prodotto. Il gruppo di teatranti denominato Les riens (I niente) rappresenta tutta la potenza comunicativa dell’arte. Il loro scandaloso triangolo (una specie di quello che oggi ha acquisito il termine di poliamore) è motivo di repulsione da parte del giudice inquisitore, il tutto in una sorta di atmosfera kafkiana (non ci appare chiarissimo in effetti di cosa sono precisamente accusati i teatranti). Il giudice infatti allude a varie possibili incriminazioni, e si sofferma sui piccanti particolari privati del trio. Poco a poco, atto dopo atto ci accorgiamo che ciò che muove l’inquisitore altro non è che la sua morbosa curiosità di conoscere il mondo degli artisti, l’invidia che prova per la loro libertà creativa, sociale, morale e spirituale. Egli invece, quale funzionario dello stato, non può raggiungere né tanto meno comprendere tale concetto di libertà: “Voi siete liberi” – dice il giudice – “avete una terribile libertà. Non vi capisco. Forse ridete di me”.
Un’arte dunque inaccettabile per la figura dell’ordine, una figura che torna spesso nel cinema bergmaniano, ma che ogni volta viene travolta dal suo vero essere. Se infatti l’arte è essenzialmente provocazione (questo sembra volerci suggerire il regista nel film, ed in particolare nella settima scena quando il giudice violenta l’attrice che però dimenandosi si sfila da sola le mutandine) è altrettanto vero che la maschera dell’ordine è appunto una semplice maschera, dietro la quale si cela quello stesso desiderio di libertà e anarchia che accomuna giudice e attori, in senso generale spettacolo e spettatori. Nell’ultima scena del film i tre daranno luogo alla scena del rito, il numero accusato di oscenità all’inizio del film. Lo faranno su richiesta dello stesso giudice. La recita consiste nel rappresentare un antico rito pseudopagano: la donna, a seno nudo, percuote un tamburo, i due uomini indossano un priapesco fallo e innalzano un grosso bacile contenente sangue (in realtà è vino). Recita il capocomico: “Alzo il bacile verso il sole che sorge” intanto l’attrice alle sue spalle indossa la maschera “del Dio”. Il capocomico continua: “Sollevo il bacile sulla mia testa. Adesso la luce è sulla maschera che viene riflessa dal sangue. Bevo dal bacile, bevo l’immagine riflessa”.
Il giudice, terminato il numero, dice: “Ho capito” e, colto da attacco cardiaco, muore.
Un film ancora una volta estremamente simbolico, un’allegoria, come già detto, del rapporto tra il mondo dell’arte e il mondo reale. Tra i due mondi però, paradossalmente, solo quello dell’illusione artistica sembra reale, mentre quello del vivere quotidiano presenta contraddizioni inesplicabili che ne costituiscono una menzogna ontologica. Solo con l’arte dunque possiamo svelare ciò che davvero si cela dietro la maschera, solo con la messa in scena possiamo mostrare l’illusione del reale, chiara in questo senso la scelta di Bergman di interpretare lui stesso nel film la piccola particina di un sacerdote, figura agli antipodi nella sua vita reale.    

 

 

Retrovisioni
Riten (Il rito)
regia
Ingmar Bergman
con Erik Hell, Gunnar Bjòrnstrand, Ingrid Thulin, Anders Ek, Ingmar Bergman
produzione Svensk Filmindustri
sceneggiatura Ingmar Bergman
paese Svezia
lingua svedese
colore b/n
anno 1969
durata 73 min.

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