“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Roberta Andolfo

L'onda amara

Il sole mi inonda, ma per puro caso, perché non può evitarlo. La mano di mia moglie penzola nell’incoscienza del riposo, ed io contemplo da sveglio, perché questo caldo non mi fa dormire. Nella storia passata la vita è un attimo; ricordo quando studiai la guerra dei trent’anni. Ci sono stati conflitti che hanno rubato decenni alle persone, tutta una vita, se ci rifletti. Battiato cantava “se penso a come ho speso male il mio tempo, che non tonerà, non ritornerà, mai...” e qui invece la musica impazza come se tutte le persone, non solo gli anziani, fossero sordi. Nulla è suggerito, basilare è diventato altro nelle canzoni: sbatterti tutto in faccia, dirti le cose nel modo più semplice tanto da farlo capire anche ad un cane e nel frattempo vedersi bene dal darti un’emozione, una qualsiasi emozione.

“Tonya”, alle radici di un dramma feroce

La vicenda di Tonya Harding è di per sé storia aggressiva, senza sconti, aspra ma genuina, spiattellata ed “eviscerata” senza remore e senza diritto di replica, pur continuando a rimanere un enigma, perché al di là di ogni dichiarazione rilasciata da ciascun personaggio di questo impasto relazionale e professionale, e del giudizio della legge, molte delle oggettive responsabilità resteranno sempre sfuggenti. Ma ciò non costituisce l’unico fondamento della trama esistenziale della ragazza nata a Portland, campionessa in uno sport feroce, il quale in modo più esplicito di altri si compone di danza e di creatività, dentro le acrobazie e le figure impeccabili che una dura ed ininterrotta esercitazione porta a compimento, alla ricerca dell’istante perfetto. Un campo nel quale, come avviene in tante altre discipline, più sofferto e sacrificato è il lavoro alla base dell’attività, più leggiadra e spettacolare appare l’esibizione.

Al PAN un Dalí evanescente

Il Dalí di questa mostra è il Dalí multisfaccettato che lo stesso proprietario di questo nome (e marchio) ha sempre propinato al pubblico, sfuggendo con intelligenza, perseveranza e lungimiranza ad una precisa catalogazione del proprio operato e ad un’univoca etichetta per la propria personalità.

Numero civico (quarta parte)

Quando la segretaria si era finalmente affacciata in sala d’aspetto, accanto a lei, dal corridoio, erano sbucati fuori un uomo ed una donna vestiti di scuro, entrambi sulla quarantina, mi era parso che mi avessero guardato un po’ di sottecchi, non con un’aria cattiva, ma come colti da un’irresistibile curiosità, come per spiare chi fossi. Avevano già le loro giacche indosso e si dileguarono in pochi secondi, sgusciando via dalla porta con molta fretta ed in perfetto silenzio, quasi scomparendo magicamente in un soffio di vento. Gli altri pazienti non si curarono minimamente di loro e viceversa. Trovai anche quest’altro episodio piuttosto strano, pure questa volta senza sapere precisamente il perché.

“Esilio”, il limpido lirismo della deriva

Quando si riflette sulle problematiche legate al lavoro, o meglio, alla perdita dell’occupazione che fino a quel momento ha dato sostentamento ad un essere umano, assorbendo così tanto della sua energia e dei suoi scopi da fare in modo che questo essere si immedesimasse in quel determinato ruolo a tal punto da collimare con esso, si arriva a considerare, inesorabilmente, quanto tale esperienza possa incidere nella propria vita, e quanto profondo sia il segno che essa possa tracciare dentro uno spirito. Potrebbe sembrare un pensiero ormai sviscerato e banalizzato, un argomento sin troppo discusso e perciò ridotto ad un preimpostato schema, all’interno del quale si sa da subito che la vittima di quella ingiustizia è, e si sentirà d’un tratto, svilita, fiaccata, perduta. Già. Ma in quale maniera, esattamente, ella si smarrisce? Qual è l’aspetto del percorso disorientante fatto di oscuri meandri? Esilio si popone di far visualizzare attraverso la fantasia e la bizzarria cha affondano nella realtà quotidiana lo spettro dell’angoscia e del distacco dal sé, da ciò che prima si era stati.

I napoletani a Parigi negli anni dell’Impressionismo

È sempre interessante approfondire il rapporto fra l’arte napoletana e quella francese a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento. È interessante, specificamente, anche nella misura in cui l’arte italiana ha saputo dare non soltanto un contributo concreto alla nascita ed allo sviluppo della pittura e della scultura moderna in Europa già da prima della metà del diciannovesimo secolo, con un verismo ed una visione plastica e luministica propria e perspicace che restituiva l’attualità spiccando il volo da sicure ed insostituibili fondamenta, ma nel modo in cui ha saputo continuare ad elargire un apporto costante e differente attraverso il fermento creativo degli studi e degli esperimenti en plein air partenopei, viaggiando nel pre e nel pieno impressionismo, partecipando con una voce affine ma distinta, di forte identità, a quel nuovo sguardo sul mondo che di sicuro avevano vividamente coadiuvato.

“Caprò”. La deriva del desiderio

Caprò è l’etichetta che si è voluto affibbiare a un essere, soprannome tanto perentorio e assoluto da aver soppiantato del tutto il vero nome, trasformandosi nell’unica dicitura possibile per quel contenitore umano. Un’identità preconfezionata, imposta a prescindere dalla vera natura di un bambino costretto a diventare uomo troppo presto, senza aver potuto godere delle sane esperienze che lo avrebbero reso completo e gli avrebbero permesso di realizzarsi, senza neanche il beneficio del dubbio che la sua strada avrebbe potuto essere diversa, nell’assenza totale della libertà di scelta, del diritto di divincolarsi attraverso i giusti strumenti, a lui negati, dalla morsa dell’ignoranza e della grettezza, in un ritmo di vita allineato a quello della terra, dipendente nel pensiero, oltre che in ogni gesto quotidiano, dalla sterile e ciclica ripetitività del tempo della semina e del raccolto, dell’estenuante fatica del lavoro manuale che monopolizza l’intera esistenza, dispiegata in spazi angusti e violentemente limitanti, seppur pieni d’aria e di verde.

“Sutor”. Legami e destinazione

Quando questa realtà parallela si manifesta, il rumore di sfregamento di una lima ha già sortito il suo effetto straniante, restituendoci un luogo che si confermerà operoso e contemplativo. Appena il buio si dissolve è proprio così che la scena principia: nel mondo della certosina ma schietta lavorazione creativa.

Numero civico (terza parte)

Si congedò gentilmente affermando che doveva tornare alla sua scrivania e scomparve dietro le grandi ante di una doppia porta a vetri opachi, oltre la quale intravidi, solo per un istante, l’inizio di quello che poi scoprii essere un largo e lungo corridoio, corredato da diverse applique uguali a quelle della stanza dov’eravamo noi e, a differenza di quest’ultima, letteralmente illuminato a giorno. Fu in quell’istante che la mia attenzione si spostò completamente sulle altre persone presenti in sala. Nessuno di loro sembrava spazientito, nessuno sembrava aver fretta. Se ne stavano lì in perfetto silenzio ed era come se quella stasi aleggiasse nell’aria.

Numero civico (seconda parte)

Nei miei lunghi passi mi voltavo lentamente, di tanto in tanto, per ammirare quello scorcio di città per me così strano, dal momento che nella mia lunga vita non avevo mai goduto dello scenario che si svelava da quel particolare punto di vista rialzato. Ne rimasi affascinato. In lontananza alcune cupole familiari ed il monte su cui si estendeva il bosco. In realtà però, ciò che più d’ogni altra cosa mi incuriosiva, era osservare il formicolio della vita di un angolo di città così gremito ed affaccendato, anche o forse ancor di più, nelle fresche, umide ma terse sere d’inverno. Pur non offrendo la stessa vertiginosa visuale di un’alta vetta, le assicuro che è un punto di osservazione molto intrigante, quello. Anche se mi sembra di capire che lei sappia bene ciò di cui sto parlando.

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