"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Roberta Andolfo

"Il Tempio delle meraviglie" secondo Philippe Daverio

Non si può penetrare il vero significato di alcuna cosa senza essere in grado di rapportarla a ciò che le sta intorno, senza la capacità di disvelare i legami e gli intrecci che la uniscono alle altre cose pur, o proprio a causa di ciò, lasciando intatta la sua unicità. Nell’occasione della viva e grandemente vissuta seconda edizione della rassegna MeravigliArti (cinque appuntamenti d’arte, musica, letteratura e teatro nella Cappella Sansevero, sotto la direzione artistica di Paola Servillo) la scorsa domenica è venuto a trovarci un coinvolgente narratore delle bellezze scaturite dalla creatività umana.

"Epifanie": il laboratorio irregolare di Antonio Biasucci

In questo stesso istante, fra le scabre mura del castello nato dal ventre più vivo della sua stessa città, si incontrano l’intimità e la condivisione, lo sguardo verso il dentro ed il fuori, le scalpitanti miriadi di segni e l’unicità di ogni singola immagine. Qui prende vita il primo progetto per un “laboratorio irregolare” di fotografia, dove innanzitutto si accoglie e sostiene l’urgenza di conoscere se stessi, di produrre materialmente il risultato della propria personale indagine. E si tratta di un’urgenza della scoperta protratta nel tempo, estesa all’infinito, nella ripetizione della spontanea ritualità del gesto primordiale: quello della ricerca. Si percorre e ripercorre il cammino costruito, nell’alternanza fra visioni e reazioni emotive e poi ancora nuove visioni nate da quelle reazioni, e nuove reazioni, fino ad arrivare alla distillazione di un succo che sia il più possibile puro, eloquente nella sua stessa essenza.

Vedo Kandinsky

All’alba d’un Sole invernale (1901) così intenso da scaldarci il sentiero, si apre il viaggio lungo la via umana ed artistica del Maestro. Sin dal principio capiamo che si tratta di tutta un’altra storia. Non una storia fauve, non postimpressionista espressionista e neanche simbolista. Eppure è un componimento d’arte che dentro di sé arde di tutti questi mondi con serenità, che cammina lungo un suo percorso tenendoli per mano, sino ad approdare alla creazione di qualcosa di unico, le cui eredità perdurano ed incidono ancora nella nostra società.

“Oltre l’Isola” di Concetta De Pasquale

Istintivamente, un essere umano ha la sensazione che ogni cosa da lui osservata abbia iniziato ad esistere nel preciso istante in cui egli ha preso ad osservarla. Non siamo da subito in grado di astrarre da noi stessi, di renderci conto che un’infinità di esistenze e di essenze danzano intorno a noi, lontano dai nostri corpi, al di là della nostra coscienza e consapevolezza. Dopo poco tale verità viene metabolizzata. Si ha per questo, puntualmente, l’impressione di essere colpiti da una sorta di epifania ogni qual volta le vibrazioni di altre energie, di altri tratti d’esistenza, riescono ad arrivare quel tanto che basta sotto la membrana della nostra pelle, stabilendo così un contatto che non si cancella mai, neanche quando di quello stesso contatto si è ormai persa la memoria.

Promenade verso il museo (nell’antivigilia di Natale)

Lesti usciamo nella notte delle cinque del pomeriggio, che è già notte. Svoltiamo fra le persone più disparate. Vanno avanti, come noi, seguono la nostra direzione, altri vengono contro, altri ancora tagliano più o meno lontano, a destra, a sinistra, diritto, in obliquo, mentre qualcuno esce da un discount, qualcun altro entra in un palazzo, in farmacia, in pizzeria, dall’alimentari, nel palazzo dell’ASL all’angolo della piazza. Chioschi e bar sono più che illuminati. Molte ma non troppe auto rumoreggiano nel traffico, abbastanza caotiche, abbastanza ordinate, nelle tortuose curve e nelle strade dall’asfalto variamente tappezzato di sottili e doppi, piccoli o ampi rattoppi, a copertura di numerose buche.

L’UOMO, L’AMBIENTE, LO SGUARDO E LA FOTOGRAFIA. Pensieri intorno al “paesaggio” ritratto da Aniello Barone

Quando si cerca di vedere dentro al paesaggio, di scorgervi le cose più remote, insieme a quelle più evidenti che si raggruppano nei primi piani del panorama, si estende sempre la vista come un morbido manto coprente, che elargisce delle sensazioni quasi tattili, concrete, al nostro occhio. In quel velocissimo momento in cui si tenta di abbracciare tutto insieme, senza, al tempo stesso, perderne in dettagli, l’organo della vista è sensibile alla materia come e più della nostra mano. Scorre sul terreno, sulla strada, scavalca ostacoli, s’impantana nei fossi e nelle depressioni per risalire come una lenta alluvione fin sul ciglio dei promontori e delle colline, o per impennarsi sui ripidi spigoli di un alto edificio.
Esso si svolge in un moto continuo, s’immerge ed ondeggia nei fluidi, si sofferma solo un istante su ogni forma per poi scorrere, avanzando fino al margine estremo dell’orizzonte, fin dove è lo stesso occhio a trovarsi di fronte al limite di ciò dietro cui non si può più guardare, quell’estrema lontananza che le immagini del nostro spirito riformulano in una favola, in un mito d’immaginazione che percepisce più di quanto il nostro sguardo riesca a possedere tutto in una volta.
Può accadere lo stesso quando il paesaggio è raccolto e restituito dalla patina della pellicola fotografica?

Longobardo alla NEA: “intonare” colori e visioni dell'aria e della terra

I segreti mediterranei si svolgono in silenzio, e si riavvolgono nel colore. Le tele di Longobardo sono dolcemente bersagliate da questa materia leggerissima, ariosa, amena e poi, nella medesima opera, pure abbondante, densa, piena, ma comunque ancora (sempre) un po’ sfuggente. Sarà per il taglio dell’ “inquadratura”, sarà per la grazia ferma e scontrosa dei toni e delle tinte, i quali si incontrano su increspature palpabili, che emergono dal supporto e “schiumano”, toccandosi, talvolta, così come si toccherebbero gli argini in cima a due piccole onde sulla superficie del mare. Fatto sta che una consistente cifra di indefinitezza è mantenuta.

Ripartire dalla sostanza

L’arte in città che fa l’arte della città, può venir da pensare penetrando nell’ambiente espositivo. Arte non particolaristica ma che si attesta d’origine protetta. L’arte in città oggi prosegue a vele spiegate, come sempre, scorrendo sul filo della creatività e dell’approfondimento del e per il dato umano, sempre più avanti rispetto al movimento di promozione, di specificazione attenta e di sana e non invasiva classificazione atta alla chiarezza ed al coinvolgimento di fruitori. Ma la confortevole accoglienza e la diffusione delle occasioni di fruire di espressioni artistiche, saranno sempre un po’ meno lontane ogni qual volta verranno aperti spazi come quello, ormai rinomato, di Via Costantinopoli. Luoghi che s’impegnano per arrivare ad informare dei loro eventi e  delle loro proposte di qualità il più gran numero possibile di persone, democraticamente e piacevolmente.

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