“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Martedì, 27 Ottobre 2020 00:00

La vita “normale” in Portogallo: Dulce Maria Cardoso

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Cascais dista circa una trentina di chilometri da Lisbona ed è situata sulla costa atlantica, fino a prima dell’inizio della pandemia, era uno dei luoghi più cosmopoliti e turistici del Portogallo, tuttavia ha sempre avuto una storia importante fin da quando il re D. Luís I scelse la baia come residenza estiva, alla fine del XIX secolo. In uno splendido e solare pomeriggio, qui il clima è mite e senza precipitazioni per buona parte dell’anno, abbiamo incontrato e intervistato la scrittrice portoghese Dulce Maria Cardoso, proprio a Cascais, città dove vive attualmente.

Nata in Portogallo nel 1964, ha trascorso parte della sua infanzia in Angola (lei e la sua famiglia sono dei retornados, nome dato ai cittadini portoghesi che dovettero tornare in patria dopo l’indipendenza delle ex colonie africane) il suo ultimo romanzo, è uscito in Italia alla fine dello scorso luglio, Eliete. La vita normale (tradotto da Daniele Petruccioli ed edito da Voland).


La vita normale, perché un titolo così?
Mi interessava scrivere una storia con dei personaggi normali perchè generalmente in un libro o ci sono dei protagonisti eccezionali e positivi o estremamente negativi, anche se poi c’è un fatto eccezionale nel romanzo, accaduto realmente, e sono senza dubbio i festeggiamenti per le strade e per le piazze del Paese dopo la vittoria del Portogallo ai Campionati Europei di calcio nel 2016. Ci sono tantissime foto e video di quei momenti  e questo mi fa pensare che il mio passato, invece, è più dettato dall’immaginazione che dalla memoria. Ho pochissime foto di quando ero bambina, oggi invece i ragazzi possono scattare e filmare facilmente con i loro telefonini. Ma come sarà l’immaginazione nella loro vita? Poca. E questo sta condizionando anche la letteratura più contemporanea, capita sempre più spesso che un libro è basato su fatti reali e meno sulla finzione e questo impoverisce molto un romanzo, perché l’immaginazione è fondamentale per lanciare lo sguardo verso il futuro. La letteratura serve anche per creare e immaginare altre vite e altre possibilità ancora inesplorate.


La protagonista del suo ultimo romanzo, Eliete, è una donna, almeno apparentemente, con una vita del tutto “normale”, due figlie grandi, un marito fissato con i giochi online, una madre ossessiva e prodiga di critiche e una nonna amata ma ormai in preda all’Alzheimer. Eppure c’è un finale a sorpresa e inaspettato, avrà un seguito?
Tutti mi chiedono se avrà un seguito questo libro, non lo so, inizialmente non sapevo rispondere, per Eliete. La vita normale ho scritto oltre mille pagine prima di pubblicarlo. Forse sarà una trilogia o una quadrilogia, il punto è che forse serviva un altro finale per concludere il romanzo, anche se già mi è capitato in passato di non “chiudere” definitivamente una mia opera, penso ad esempio a Il ritorno (Voland, 2013, sempre tradotto da Daniele Petruccioli, N.d.R.). Il seguito certamente non potrà non tenere conto del segreto che Eliete scopre alla fine, appariranno inoltre altri protagonisti insieme a questa donna “normale” che si può incontrare tranquillamente in Italia, in Spagna e in generale in altri Paesi europei e occidentali.


Nel suo romanzo, tra i vari protagonisti, c’è Milena, amica di lunga data di Eliete; sembra che nessuna delle due, nonostante facciano vite così diverse, sia felice, è così?
Potremmo dire che Eliete ha atteso e accettato il proprio destino, mentre Milena l’ha costruito, in ogni caso, nessuna delle due è veramente felice. Eliete non racconta quello che le sta succendo, non vuole perdere il suo “vantaggio” sull’amica che l’invidia, perché ha una famiglia, dei figli, un marito.
Ma alla fine, cosa è meglio? Due donne così differenti, oggi è possibile questa diversità, mentre durante la mia gioventù in Portogallo a voler immaginare come sarebbe stata la mia vita sembrava non ci fossero poi tante opzioni, ovviamente adesso la situazione è migliorata, ci si può sposare tra persone dello stesso sesso, ci sono state delle conquiste civili seppur la condizione femminile, anche nel mio Paese, debba ancora ottenere dei sacrosanti diritti e far ancora dei passi da gigante.


Eliete. La vita normale
inizia mandando a quel paese António de Oliveira Salazar, dittatore che ha governato mezzo secolo il suo Paese. Perché?
Nel prossimo romanzo parlerò molto di più di Salazar, sono molto preoccupata di questo risorgimento, se così si può chiamare, populista e fascista. La mia preoccupazione è sorta più o meno nel 2015, proprio quando ho cominciato a scrivere Eliete, perché mi sono resa conta che il problema non è tanto la memoria tramandata dai nostri nonni e di chi ha vissuto quegli anni ma soprattutto di chi deve farla propria. Oggi in molti si sono scordati scordati degli orrori del fascismo e questo si lega in qualche modo alla sfiducia nelle istituzioni, nei corpi intermedi come ad esempio i partiti tradizionali e i sindacati, è subentrata la frustazione, si sente dire spesso e da tempo: “Lo Stato non fa niente per la mia vita, vivo e vivrò peggio dei miei genitori”. C’è anche tanta rabbia e allora molte persone finiscono per affidarsi magari a certi personaggi che promettono di cambiare le cose; in Portogallo ora c’è Chega in parlamento (partito di orientamento nazionalista e social-conservatore che alle legislative del 2019 con l’1,6% è riuscito a ottenere un seggio, assegnato al proprio leader André Ventura e che nei recenti sondaggi sembra abbia quintuplicato il proprio consenso, N.d.R.) e Trump negli Stati Uniti, almeno fino alle prossime presidenziali. La gente si appiglia a queste figure, non importa se sono disonesti o no, vedono in loro una speranza.


Una domanda forse banale ma necessaria: c’è razzismo nella sua nazione?
Putroppo il razzismo esiste anche in Portogallo, c’è sempre stato, il mio Paese ha una questione e una relazione di potere ancora aperta con le ex colonie in Africa, d’altronde ci portiamo dietro quello che potremmo definire razzismo coloniale. Nell’area metropolitana di Lisbona, nelle periferie, o nei comuni limitrofi, abitano tanti afrodiscendenti, a volte anche in baracche autocostruite in zone praticamente ghettizzate, non c’è stata una vera integrazione, vengono in città per lavorare, spesso per svolgere i lavori considerati più umili.

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