”In coscienza, Kàtja, non lo so.“

Anton Pavlovič Čechov

Domenica, 10 Febbraio 2013 22:01

Malastrada. Al di qua del ponte

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Malastrada, in scena al Teatro Elicantropo di Napoli, è come un sogno premonitore sulla catastrofe che potrebbe generarsi da un cambiamento, dall’attraversamento di un varco, dall’affidarsi al cammino di un ponte, allo stare nel bel mezzo di un passaggio.
Si respira l’aria della Sicilia, si sente il dialetto degli attori prima ancora di vederli apparire sul palco. Sono tre: padre, madre, figlio, la classica riproposizione di un triangolo borghese che cammina per le strade della propria terra, la Sicilia dell’estremo Nord-Est.

I tre personaggi, che sembrano arrivare da un mondo senza tempo, interpretano il disagio di dover cambiare le proprie abitudini, lasciare la loro casa, vedere una realtà modificata.
L’idea che sottende al lavoro teatrale è, infatti, la progettazione del ponte sullo stretto di Messina, disegno più volte proposto e calcato ed altrettante volte lasciato sbiadire nella preziosità delle acque siculo-calabre.
Il dramma dei due genitori, impegnati e concentrati nel processo evolutivo del figlio che accompagnano verso il mondo degli adulti, lungo quel ponte, al varcar della soglia, non vuole discutere dell’importanza o meno, sociale e politica, del progetto del ponte siciliano, quanto raccontare, invece, il disagio che questo evento comporterebbe per i nuclei familiari e per le piccole realtà commerciali e non che gravitano intorno alle meraviglie di Capo Peloro (il punto della Sicilia più vicino alla Calabria) e che solo lì hanno la giustificazione del loro esistere.
La scena fa scaturire delle domande.
Sarebbe ancora in gioco la possibilità di farsi sentire, di portar avanti la propria integrità morale e di operare un riscatto? Nello spettacolo non si rileva nessun intento di portare alla luce una risposta, ma la focalizzazione è giocata sulle dinamiche del rapporto familiare.
L’attenzione dei due genitori che ripropongono classici esempi di coppia-genitoriale siciliana medio-borghese, eccessivamente premurosi nei confronti del figlio, la delusione di quest’ultimo ed il riscatto della figura femminile sono dinamiche messe in scena dai tre attori con molta naturalezza, semplicità ed efficacia espressiva e drammaturgica.
Il triangolo fa pensare ai personaggi delle novelle verghiane, piccoli uomini che cercano di tracciare la strada del loro riscatto, di farsi sentire dalla società, ed anche gli influssi del teatro e della narrativa pirandelliana non mancano.
Interessante è la figura femminile, la madre, che, all’inizio del dramma, sembra apparentemente essere colei che tiene le redini della famiglia, ma è invece palesemente impegnata a soddisfare le esigenze dei due uomini. Solo alla fine la si vede vittoriosa nel suo riscatto familiare, mentre sbuccia una mela per sfamare se stessa. La donna sembra l’unica, infatti, che riesce a liberarsi della maschera della convenzione sociale per ritrovare la voce per parlare della realtà dei fatti.
Lo spettacolo è intenso e concentrato e sembra davvero di trasportare il pubblico in un mondo irreale, su di un ponte direi, in cui però tutti gli abitanti sono veri e sinceri.

 

 

 

Malastrada
di
Tino Caspanello
regia di
Tino Caspanello
con
Cinzia Muscolino, Tino Calabrò, Tino Caspanello
elaborazione suono
Giovanni Renzo
costumi
Cinzia Muscolino
assistente alla regia, luci, audio
Andrea Trimarchi
scene
Tino Caspanello
Napoli, Teatro Elicantropo, 9 febbraio 2013
in scena dal
7 al 10 febbraio 2013

 

 

 

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