“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Gioacchino Toni

Fiabe, leggende... e propaganda

“La fiaba politica non risponde ad alcuna classificazione ed è piegata all’unico scopo di renderla funzionale alla propaganda: o prendendo strumentalmente a prestito luoghi, situazioni e figure del racconto fantastico; o inventando leggende attorno a personaggi e situazioni reali facendo loro assumere contorni fiabeschi”.
(Stefano Pivato)

 

 

Il libro di Stefano Pivato analizza alcuni esempi di come la politica ami ricorrere a strutture narrative proprie della tradizione favolistica mescolando a fini propagandistici dati reali, satira, leggende, miracoli, fisiognomica... Se nelle favole tradizionali l’ammonimento è solitamente implicito, nelle favole di carattere politico esso è invece esplicitato con tanto di riferimenti precisi ai personaggi ed alle vicende reali. In tal modo le narrazioni abbandonano la metafora e la fascinazione originaria per divenire strumenti di comunicazione immediata e semplificata.

Iper-semiotizzazione ed abbandono della realtà


"Il mondo artificiale è il mondo del presente-futuro della civiltà metropolitana, è l’affermazione della contemporaneità come fine della natura e avvento del mondo della totalizzazione dei segni"
.
(Paolo Bertetto)

 

Nello scritto La capacità del film di produrre emozioni, pubblicato recentemente su Il Pickwick, abbiamo analizzato dettagliatamente la prima parte del volume di Paolo Beretto, Il cinema e l’estetica dell’intensità (Mimesis, 2016) ove il docente di Analisi dei film all’Università Sapienza di Roma sviluppa l’idea di intensità come concetto capace di operare tanto nella relazione dell’opera cinematografica con lo spettatore, quanto sotto il profilo della forma e del dinamismo del testo filmico.

Decostruire lo sguardo, il visibile e l’immaginario

“Non si tratta di applicare il pensiero di Derrida al cinema, di calarlo dall’alto come verbo assoluto e ideologia di riferimento del cinema, del suo statuto, del suo immaginario; e non si tratta nemmeno di utilizzare questo pensiero applicandolo schematicamente e in maniera pregiudiziale come metodologia che possa bastare per tutte le stagioni e per tutte le forme filmiche. Si tratta di vedere come il cinema abbia riflettuto sulla decostruzione e sull’opera generale del filosofo francese – attraverso i film e non solo –, e su come abbia anticipato in un certo senso questo pensiero in tutte le sue dinamiche e componenti: codici, fruizioni, identificazioni, fantasmi, ecc.” (p. 48). Per certi versi queste parole di Davide Persico ci introducono alle questioni indagate nel suo ultimo saggio Decostruire lo sguardo. Il pensiero di Jacques Derrida al cinema (2016) edito da Mimesis edizoni.

E se non fossero di Leonardo da Vinci?

È da qualche tempo che lo studioso Renato Barilli, con alle spalle tre decenni di docenza universitaria in Fenomenologia degli Stili presso l'Università degli Studi di Bologna ed una lunga lista di pubblicazioni, mette in discussione l'attribuzione leonardesca di due opere che ormai vengono automaticamente annoverate tra i capolavori del genio vinciano: La dama con l’ermellino di Cracovia e La Belle Ferronnière del Louvre. Lo studioso torna sulla questione con un articolato intervento intitolato Due discutibili attribuzioni leonardesche, pubblicato sulle pagine della rivista Ricerche di Storia dell'arte (n. 120; 2017) edita da Carocci.

La capacità del film di produrre emozioni

“Contro la lunga stagione che ha privilegiato la freddezza della relazione spettatoriale o analitica verso il cinema, è necessario affermare il carattere caldo, affettivo, psichicamente coinvolto del rapporto che il pubblico e lo studioso stabiliscono con il film. Oltre la freddezza dell’ideologia, della semiotica e degli studi sulla tecnologia è bene affermare la rilevanza della sensazione nell’opera e nella relazione con l’opera. Senza la sensazione non ci sarebbe l’interesse dello spettatore né quello dell’interprete. E non ci sarebbe l’intensità”, Paolo Bertetto (pp. 8-9).

American storytelling

Il saggio di Federico di Chio − American storytelling. Le forme del racconto nel cinema e nelle serie tv, edito da Carocci − scandaglia la narrazione audiovisiva statunitense analizzandone tanto le caratteristiche formali quanto quelle contenutistiche (tematiche, miti, eroi, valori...) dall'epoca del muto ai giorni nostri.

Viaggio nell'anime super robotica nipponica anni '70

In Giappone con il termine anime, abbreviazione di animēshon (traslitterazione giapponese del termine inglese animation), a partire dai primi anni Settanta del Novecento si indicano i film di animazione. L'anime è certamente un prodotto di intrattenimento commerciale ma è anche un fenomeno culturale che ha attraversato l'immaginario collettivo nipponico ed in alcuni casi una forma d'arte. Per chi storce il naso nei confronti di tali produzioni, vale forse la pena ricordare che il cinema stesso è fenomeno commerciale, fenomeno di forte impatto nell'immaginario collettivo ed, in alcuni casi, vera e propria forma d'arte. Dunque, per tutti tre i motivi vale la pena approfondire l'anime giapponese.

La nascita del quadro secondo Hans Belting

È stato finalmente tradotto in italiano, grazie a Carrocci editore, l'interessante saggio di Hans Belting, Specchio del mondo. L'invenzione del quadro nell'arte fiamminga (2016) uscito per la prima volta in lingua tedesca nel 1994 con il titolo Spiegel der Welt: Die Erfindung des Gemäldes in den Niederlanden. L'autore, che ha insegnato nelle Università tedesche di Heidelberg e di Monaco, al Collège de France parigino ed è stato alla guida dell’Internationale Forschungszentrum für Kulturwissenschaften di Vienna, in questo saggio affronta il tema del quadro in quanto tale a partire dagli esempi fiamminghi quattrocenteschi.

Riflessioni sul cinema italiano

Nel nuovo numero dell'Almanacco dello Straniero (dic. 2016 / feb. 2017, Contrasto edizioni) si parla di cinema italiano in un contributo di Paolo Mereghetti dal titolo emblematico: La stessa pappa. L'autore si chiede in apertura di pezzo se esista ancora un cinema italiano dotato di identità, coerenza e coesione. Se si analizzano i dati offerti dal Ministero dello Spettacolo relativi al 2015 il cinema italiano sembrerebbe godere di una discreta vitalità dal punto di vista produttivo, decisamente meno lusinghieri sono i dati relativi agli incassi nelle sale, basti dire che soltanto tre lungometraggi italiani (non certo di qualità) nel corso del 2015 hanno superato il milione di spettatori: Si accettano miracoli di Alessandro Siani ha avuto poco più di due milioni di spettatori mentre Natale col boss di Volfango De Biasi e Vacanze ai Caraibi di Neri Parenti hanno a malapena superato il milione di biglietti staccati.

Questioni di pelle

Al ruolo simbolico ed antropologico della pelle è dedicato un interessante saggio breve di Francesco Paolo Campione, Discorsi sulla superficie. Estetica, arte, linguaggio della pelle (Mucchi editore, 2015), ove viene passata in rassegna una serie di narrazioni che vanno dal mito di Marsia al martirio di San Bartolomeo sino poi ad affrontare, in chiusura, il diffondersi contemporaneo della pratica del tatuaggio.

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