“Piovve tanto forte che tutti i porci diventarono puliti e tutti gli uomini sporchi”

Georg Christoph Lichtenberg

Giovedì, 27 Dicembre 2012 20:13

The Trigger Effect o della paura

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Due lupi famelici divorano la carcassa di un grosso animale e ululano alla luna piena. Uno dei due poi si allontana dai boschi dirigendosi verso la zona industriale. Passa davanti alle recinzioni di una grossa centrale elettrica e delle luci lampeggianti ci accompagnano alla scena successiva dove a farla da padrone è un ingombrante cavo. Prima davanti ad un ascensore, poi all’ingresso di un multicinema.

Sono le scene iniziali di The Trigger Effect (in Italia distribuito con il titolo di Effetto black-out) seconda regia del famoso sceneggiatore di blockbuster hollywoodiani David Koepp. Il film, come spesso accade quando la confezione è meno commerciale di quanto i canoni di Hollywood richiedano, ebbe uno scarso successo di pubblico, ma un discreto consenso di critica. Non è nostra intenzione comunque fare di questo scritto una classica recensione cinematografica (ci limiteremo a dire che, dopo un avvio avvincente, il ritmo cala un po’ nella seconda parte pur conservando delle scene riuscite) quanto individuarne i momenti salienti al fine di trarne qualche interessante spunto di riflessione. Avevamo lasciato questo fastidioso cavo elettrico in un multisala di un cinema. I passanti faticano a superarlo, il lungo piano sequenza mostra questa interessante scena corale con personaggi vari susseguirsi e compiere le proprie banali azioni, tipo comprare popcorn o fare il biglietto, con l’onnipresente cavo elettrico ai loro piedi perennemente d’intralcio fino a causare anche qualche piccolo incidente (nulla di grave, un tizio inciampa versando il suo bicchiere di cola su un altro) e creando un nervosismo latente che sembra poter esplodere da un momento all’altro. La ripresa ci accompagna presentandoci Raymond, un atletico nero in fila alla biglietteria. Una donna lo scavalca facendolo arrabbiare non poco. I due hanno un breve battibecco che causa al nostro Ray la perdita dell’inizio del film. Quando raggiunge la sala si siede al fianco di un amico che gli rimprovera il ritardo. I due discutono ad alta voce, non propriamente il massimo in una sala cinematografica, e la coppia di sposini, Matthew e Annie, seduta davanti, si infastidisce. Matthew si gira, ma non dice nulla. La donna, dopo aver lanciato anch’essa un’occhiata ai due neri, dice qualcosa all’orecchio del marito. Il compare di Ray le inveisce contro con un linguaggio che definire da ghetto è eufemistico. Matthew ingoia l’amaro boccone e guarda dritto davanti, sua moglie lo osserva stupita per la sua mancata reazione, poi un improvviso blackout. Dura pochi secondi, il tempo di “innescare” la disapprovazione degli spettatori in sala. Il maxischermo si riaccende e la proiezione procede senza più intoppi. Una volta fuori Matthew chiede alla moglie se vuole che lui torni indietro così da dire “due paroline” a quei “maleducati”. Troppo tardi evidentemente, Annie lo ignora. Abbiamo da queste prime battute già un quadro della coppia, di Matthew in particolare. È un uomo, diremo, per bene, uno di quelli che non attaccano brighe, un borghese educato e pacifico, o forse un codardo. Eppure rimane la sensazione che durante quei pochi secondi di blackout il nostro Matthew stesse per scattare, saltare sui due tizi alle sue spalle e farsi giustizia a pugni. Come se quell’improvviso buio elettrico rappresentasse un salto nel tempo, quando l’uomo era a tutti gli effetti una specie del regno animale come le altre. Il ritorno della corrente “innesca” nuovamente la civilizzazione e placa i bollenti spiriti di Matthew.

Ritornata nella loro bella casa la coppia viene avvisata dalla babysitter che il loro piccolo (il bambino ha pochi mesi) ha una leggera febbre. Telefonano al dottore che li tranquillizza dicendo che chiamerà l’indomani in farmacia per prescrivere la ricetta. Intanto nella notte va nuovamente via la corrente elettrica. Al mattino i due si accorgono che anche i telefoni sono fuori uso. Matthew va di corsa in farmacia a comprare le medicine per il piccolo (la febbre è salita in maniera preoccupante). Al bancone il farmacista si rifiuta di vendergliele senza prescrizione medica. I due portano il piccolo all’ospedale: “i generatori sono fuori uso” dice un’infermiera. Matthew e Annie sono disperati. L’uomo decide di agire. Torna alla farmacia e ruba la medicina per il figlio. Una guardia lo insegue, ma riesce a farla franca. È il vecchio detto: “a mali estremi, estremi rimedi” (più avanti il film ci chiederà implicitamente fin dove può estendersi questa teoria). Poco dopo passa a trovarli un loro amico, Joe. Quest’ultimo li avvisa che la situazione sta precipitando. Il blackout è più esteso di quanto si possa immaginare. In realtà, poiché privi di qualsiasi tipo di comunicazione, non si sa nemmeno fin dove sia arrivato il guasto (se di guasto si tratta). Joe scherza dicendo ridacchiando che sono arrivati i marziani, aggiunge poi, ritornato serio, che da quanto ha capito il problema è causato da un enorme campo magnetico. Annie è preoccupata ed invita Joe a restare con loro la notte. Joe è diverso da Matthew, quasi il suo opposto. È un uomo, potremmo dire, di strada, di quelli che prendono le situazioni “energicamente” senza fare troppi preamboli. Consiglia infatti subito a Matthew di acquistare un fucile. I due si recano quindi al negozio per comprarne uno (alle loro spalle ci sembra di intravedere Raymond fare un acquisto simile). Fuori dal negozio Joe e Matthew si punzecchiano l’un l’altro rispettivamente di essere uno troppo “per bene”, l’altro un “po’ primitivo”. Questo dualismo è più volte presente nel film e una chiave d’interpretazione potrebbe essere la figura di Annie, la quale dimostra di avere un’attrazione, nemmeno tanto nascosta, nei confronti di Joe, potremmo dire una sorta di fiuto animale palesato maggiormente nella scena in cui Matt racconta alla moglie del suo furto in farmacia. Ebbene, la donna si eccita dimostrando un favore verso l’uomo rude, antico retaggio del suo periodo prettamente animalesco. La sera i tre amici bevono e chiacchierano. La donna è ubriaca e flirta con Joe. Quest’ultimo canzona Matthew per il furto. “Non sono un ladro. Era una situazione d’emergenza, ho dovuto” dice Matthew, e Joe risponde: “Lo dice anche chi frega un televisore”. “Un televisore non è necessario” ribatte prontamente Matthew, ma Joe ha l’ultima parola: “Lo è se uno li vende per campare”. Ecco la questione sollevata in precedenza riguardo agli estremi rimedi. La qualità migliore del film probabilmente è l’aver strutturato l’intera vicenda intorno a questa frase che fa da cardine, o meglio, visto il successivo evolversi, da spartiacque. La parabola disegnata dal regista è un percorso che ci riporta al cospetto della nostra natura di homo homini lupus. Palese l’allegoria della prima sequenza del film con i lupi che divorano una carogna (forse di un altro lupo) in contrapposizione alla centrale elettrica. Due facce della stessa medaglia. E quando ne viene meno una acquista risalto l’altra. Gli eventi successivi infatti sfociano nel tragico. Quella stessa notte fa irruzione nella casa dei nostri protagonisti un ladruncolo. Joe se ne accorge e sveglia gli altri. Annie però avvisa che ha buttato il fucile nella piscina perché contraria alle armi. Joe quindi rincorre l’intruso con un coltello. Il ladro è già fuori e Joe gli sta alle costole. Sembra quasi convincerlo a lasciare la refurtiva, ma alle spalle del ladro compare un vicino di casa che, con un grosso fucile, gli spara. Matthew, anch’egli accorso in strada, è sconvolto. Ha assistito ad un omicidio. Si accorgono che il ladro non aveva armi da fuoco (solo un piccolo coltello). Joe si avvicina al corpo, è ancora vivo e tenta una reazione istintiva, accoltellare Joe, ma quest’ultimo è più veloce e lo trafigge con il suo. Matthew cerca di rianimare il delinquente, ma non c’è più nulla da fare. Inveisce contro il vicino accusandolo di averlo ucciso a bruciapelo quando ormai era innocuo. Il vicino preoccupato corre in casa e torna con una pistola. La mette nella mano del cadavere e inizia a costruire la sua difesa. La polizia arriva poco dopo, era in zona ed aveva sentito sparare un colpo. Matthew è indignato, ma decide di non parlare: “ho taciuto a denti stretti” dirà poi al vicino preoccupato. I tre decidono di partire, non è più sicuro stare lì, è stato ammazzato un uomo fuori casa loro. Direzione Colorado (lì abitano i genitori di Annie), sperando di trovare la tranquillità del vivere civile. Il viaggio si presenta con lunghe code di automobili. Joe entra in un bar a prendere qualcosa di dissetante. Ad uno dei tavoli vediamo Raymond in attesa che esca qualcuno dal bagno. Joe esce e contemporaneamente entra un nuovo personaggio, Gray (interpretato dall’attore cult Michael Rooker protagonista negli anni 80 del film Herry pioggia di sangue di John McNaughton). Gray si avvicina a Raymond chiedendogli della benzina in cambio di soldi. Il nero non vuole trattare. Gray è un omaccione che ha l’aria di avere cattive intenzioni, ma Ray non molla. A quel punto, ormai rassegnato, Gray decide di andare in bagno, ma Raymond si alza di scatto e glielo vieta dicendo che è occupato. Gray si arrabbia, ma lascia perdere: “penso che noi due non diventeremo mai amici” dice, e se ne va. Intanto, poco dopo, in strada i tre protagonisti stanno facendo una pausa rifocillante. Una bella macchina li supera e imbocca una stradina che porta ad una modesta fattoria. Matthew e Joe fantasticano su chi potesse essere il guidatore dell’auto. Entrambi pensano sia strano che un uomo abbia un auto così lussuosa ed una casa così scadente. Assistiamo così a due diverse teorie: quella di Matthew, che sostiene che l’auto forse è di un ragazzo che ha fatto fortuna in città e adesso è andato dai genitori per passare con loro questo momento difficile, quella di Joe, che invece sostiene che l’uomo dell’auto forse è scappato dalla città ed è andato in quella casa (la prima che trovava) con l’intenzione di appropriarsene uccidendo i proprietari. Due diverse costruzioni fantasiose che ci riassumono nuovamente i caratteri dei due personaggi. Matthew è animato ancora da un’indole ottimistica, il male che sta conoscendo attraverso questi giorni di caos sembra non scalfire la sua idea generale dell’uomo, Joe al contrario con malizia vede il peggio, forse per prevenirlo. I due riprendono il viaggio. Si fermano nuovamente per fare benzina con le loro taniche. Joe si accorge di una macchina ferma sul ciglio della strada ed invita Matthew a controllare se l’indicatore del cruscotto segnali benzina, così da svuotarne eventualmente il serbatoio. All’interno della macchina però c’è Gray distesosi per un pisolino. Il grosso Gray chiede ai tre un passaggio. Joe cerca di persuaderlo che la loro macchina è piena (nel mentre si accorge che Gray ha in tasca una pistola), Annie gli fa eco (preoccupata soprattutto per il piccolo in macchina). Solo Matthew sembra quasi volerlo aiutare. Joe interviene prendendo dal bagagliaio il fucile che prima della partenza aveva recuperato dalla piscina. Sono attimi di panico. Gray è più veloce, estrae la sua arma dalla tasca e gli spara tra il petto e la spalla destra. Joe si accascia a terra. Gray urla disperato: “Perché cavolo l’hai fatto! Volevo solo un passaggio. Maledetti!”. Intanto gli altri cercano di tamponare disparatamente la ferita. Gray continua a sbraitare, sembra quasi esplodere in pianto. L’uomo urla tutto il suo dolore per essersi macchiato di un gesto che non voleva, ma costretto a compiere dall’azione avventata di Joe. Prende la loro macchina e scappa via gridando: “ditelo alla polizia chi è che ha cominciato!” Inizia a diventare chiaro cos’è che muove tutti gli interpreti della vicenda. Un sentimento eterno e profondo che accompagna l’uomo dal suo inconscio, la Paura. Iniziamo a collegare tutte le scene fondamentali del film. La mancata reazione di Matthew al cinema è Paura (probabilmente non solo di buscarle dai due neri, ma di abbassarsi al loro livello cancellando il suo status di borghese per bene). L’omicidio del ladro ad opera del vicino è un passaggio successivo dovuto sempre al medesimo sentimento di Paura. Una Paura (anche per lui) latente, potremmo dire trascendente, “innescata” dal blackout elettrico e divenuta quindi immanente (il vicino è entrato nell’ottica della guerriglia, del “si salvi chi può”). Il passaggio dalla potenza all’atto rende questo sinolo mostruoso che chiamiamo “Paura” l’unico comune denominatore degli eventi che a catena si susseguono. Le due strade proposte dall’autore rappresentate da Matthew e Joe sembrano per ora dare torto a quest’ultimo. Joe, infatti, dominato dalla Paura agisce con violenza e ne ricava violenza finendo a terra sanguinante. Ma cosa fa Matthew intanto? Abbiamo già visto che anche lui, messo veramente alle strette, risponde per le rime (quando va a rubare in farmacia, ad esempio). Ebbene, Matthew ricorda la fattoria vista qualche chilometro prima (quella raggiunta dall’auto appariscente) e decide di raggiungerla di corsa, lasciando Annie ad occuparsi di Joe ormai gravissimo. Con un indovinato colpo di scena scopriamo che la fattoria è occupata da Raymond (non sapremo mai se è davvero sua o aveva a riguardo ragione Joe). Matthew gli spiega quanto accaduto e gli chiede la macchina in prestito. Ray è gentile, ma non si fida di questo sconosciuto, ha Paura. Si limita ad offrigli acqua e cibo che Matt prontamente rifiuta. Poi il volto di Ray gli sembra per un attimo familiare e dice: “ma noi due ci conosciamo?” (forse ricorda di averlo visto al multicinema o semplicemente cerca di instaurare un contatto con l’uomo). Questo è sicuramente un altro aspetto interessante del film. Nonostante ci siano tre personaggi, due in particolare (Matthew e Joe), a tutti gli effetti protagonisti della scena, quelli secondari (il vicino, Gray e soprattutto Raymond) sono essenziali quanto loro, come a suggerire che l’intero intreccio di una singola vicenda umana, correlato di tante piccole sfaccettature e tanti dettagli, è indissolubilmente legato a quello di tutte le altre. Nel microcosmo raccontato da Koepp traspare limpida l’affermazione aristotelica dell’uomo animale politico (per istinto o per necessità poco importa). Ritornando ai fatti filmici, Matt se ne torna con le pive nel sacco da Annie e Joe, ma non si è arreso, anzi. Prende il fucile, ripercorre nuovamente i chilometri che lo separano dalla fattoria e vi fa irruzione armato. Anche Raymond però ha un'arma da fuoco e la punta sull’intruso (gli spettatori più attenti ricorderanno che lo avevamo infatti intravisto al negozio di armi, la sua presenza era di contorno, potremmo dire quasi una sfuocata comparsa, e simbolizza chiaramente il concetto secondo il quale anche durante la rappresentazione di un’azione individuale i personaggi di contorno “vivono”, “esistono”). I due si minacciano e intimoriscono a vicenda senza sparare, ma la tensione è a mille. A questo punto entra in scena una bambina impaurita. “Torna dentro, piccola” dice Ray. È sua figlia. Capiamo adesso che la persona in bagno attesa da Ray al bar era lei. In un lampo ci salta all’occhio la vicenda (non raccontata) di quest’uomo, la immaginiamo ricca delle stesse peripezie dei nostri protagonisti. Forse Matthew ha la stessa nostra empatia nei suoi confronti e smette di urlare. Cerca di riprendere lentamente il controllo della situazione: “Mi serve la tua macchina, ma ti giuro che te la riporto” e abbassa l’arma. Anche Ray adesso sembra calmo, ma ha ancora Paura. “Perché dovrei fidarmi di te?” gli chiede, e Matthew risponde (riassumendo l’intero contenuto dell’opera e fornendone finalmente una “possibile” soluzione): “perché io mi fiderò di te”. Posa delicatamente l’arma sul tavolo e raccoglie le chiavi dell’auto. Poi, in maniera estremamente lenta, gli volta le spalle e si incammina in strada. Ray gli punta ancora la pistola addosso, ma è come pietrificato, non spara. Prende in braccio la piccola e dice: “veniamo con te”. Anche Raymond non ha più Paura, o quantomeno comincia, in parte, a fidarsi di quell’uomo e opta per un compromesso ragionevole, accompagnarlo. Riescono ad avvisare i soccorsi, un’ambulanza arriva e soccorre Joe. Se la caverà. Un gesto eroico, come può essere quello di voltare le spalle ad un uomo armato, unica possibilità contro il caos, unica soluzione contro la natura latente di lupo e contro la famelica Paura degli altri lupi nascosti nel bosco. Ma cos’è precisamente questo baluardo da erigere contro questa paura insita nella natura umana? La Fiducia. Fidarsi del prossimo, non perché è giusto, non perché è bene, ma perché tutto sommato è forse l’unica cosa che può aiutarti. L’atto eroico quindi è indissolubilmente legato alla sua controparte, un gesto di fiducia reciproca, un cavernicolo “contratto sociale” che faccia da cura contro l’incancellabile Paura che ci portiamo dentro. Nell’ultima scena un lampione accesso ci informa che la corrente elettrica è tornata e con essa l’ordine, intanto Annie racconta, al calduccio del lettino, una favola al suo piccolo.

 

 

 

Retrovisioni

The Trigger Effect (Effetto black-out)

regia David Koepp

con Kyle MacLachlan, Elisabeth Shue, Dermot Mulroney, Michael Rooker, Richard T. Jones

produzione Amblin Entertainment

prodotto da Michael Grillo

sceneggiatura David Koepp

paese USA

lingua originale inglese

a colori

anno 1996

durata 94 min

 

 

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