“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Domenica, 03 Novembre 2013 05:21

Giusta al centro

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Quinto lungometraggio di Abdellatif Kechiche, La vita di Adèle ha vinto la Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes e si è aggiudicato anche la palma per la migliore interpretazione femminile, premio condiviso dalle sue interpreti principali Adèle Exatchopoulos e Léa Seydoux. Il film prende spunto da un graphic novel di Julie Maroh – giovane fumettista francese – che viene pubblicato nel 2010 per i tipi della Glénat con il titolo di Le bleu est une couleur chaude (in questi giorni stampato in Italia per Rizzoli come Il blu è un colore caldo).

Il regista sviluppa la sceneggiatura insieme a Ghalia Lacroix, montatrice e sceneggiatrice anche di altri suoi due lavori (La schivata e Venere nera), cambiando nome alla protagonista e mantenendo quello dell’attrice scelta per interpretarla (dall’originaria Clementine si passa ad Adèle). Fin qui le analogie, perché il film non ha nulla di fumettistico (né avrebbe potuto averne dato che è la forza delle storie narrate a spingere molti registi a cercare in questi romanzi in strisce gli spunti per le messe in scena, essendo i graphic novel degli storyboard già belli e pronti), ma si declina secondo i dettami del più concreto realismo. Kechiche inscena il romanzo di formazione di Adèle, la presa di coscienza della natura della sua sessualità, la costruzione della sua personalità nel confronto con la famiglia e il gruppo di amiche a scuola, la maturazione che si esprime in scelte di vita concrete (vuole fare la maestra e lavora come tirocinante mentre studia all’università) e non in ambiziose velleità giovanili. Tutto questo con una fondamentale scelta di campo, anzi di primi e primissimi piani che hanno al centro i volti di protagonisti e comprimari che occupano la scena. La camera a mano pedina i volti e i corpi con una fedeltà che poco lascia ai campi medi o lunghi o a dettagli ambientali che possano – per analogia – lasciare allo spettatore il compito di ricostruire i sintagmi visivi della grammatica filmica, tutta tesa qui a non lasciare nulla d’intentato ma sempre perfettamente all’erta nel circoscrivere l’azione nel perimetro dell’inquadratura. Una scelta che si è rivelata vincente nel cinema europeo degli ultimi decenni – si pensi al dogma di Von Trier (e dei suoi dogmatici) o ai pedinamenti dei fratelli Dardenne – e che costringe il nostro sguardo a fissarci su un volto nell’illusione di cogliere la profondità di un pensiero, di un’azione (o di un non-detto o di un gesto routinario), di favorire l’immedesimazione con il/i protagonista/i e il nostro coinvolgimento emotivo diretto. Scelta che fino ad oggi ha centrato l’obiettivo (metafora quanto mai calzante) di sviluppare l’empatia con quanto narrato (e quindi deciso) dal regista. Indubbiamente Kechiche è anche abile direttore d’orchestra, e la partitura scorre piena e armoniosa senza inutili convulsioni o affanni, adottando il ritmo della quotidianità più naturale (e in ciò decelerando il ritmo nervoso e eterodiretto dei personaggi di Assayas), mentre la fotografia particolarmente luminosa accarezza i volti e la natura con colori nitidi dove prevale una dominante azzurra in quasi tutte le inquadrature.
Adèle accetta di sperimentare ciò che la vita le offre nel tentativo di capire qual è il suo posto nella geografia sentimentale e sociale in cui si muove: studentessa all’ultimo anno di liceo, cede alle avances di un ragazzo del suo stesso istituto, si sorprende di aver provato sin troppo piacere la prima volta, si rende conto che l’appagamento sessuale non coincide con la sua esigenza di affettività, lascia il ragazzo per rendersi libera di cogliere l’occasione giusta, si confida con una compagna simile a lei che però non accetta il suo amore e infine, per caso, conosce il vero amore che le si palesa sotto le sembianze (e i capelli azzurri) di Emma, aspirante pittrice all’ultimo anno di Belle Arti. Attraverso l’amore per Emma Adèle allarga i suoi orizzonti culturali senza lasciarsi coinvolgere più di tanto dall’ambiente artistico-intellettuale dell’amata. Il loro è un rapporto totalizzante che si nutre di una forte passione sessuale e che non ammette ipocrisie o vuoti da parte di nessuna. La ragazza sembra aver trovato il suo centro di gravità, ma le procelle sentimentali sono dietro l’angolo di un periodo storto (di Emma), e come nei migliori melò le incomprensioni acuiscono i risentimenti e rompono i legami. Adèle ritroverà il suo centro, ristabilirà l’equilibrio che pende solo dal lato della realizzazione professionale eludendo quello sentimentale? Come un’eroina dei primi romanzi francesi (a scuola studia letteratura con passione e divora con entusiasmo La vie de Marianne di Marivaux) Adèle vive le gioie dell’amore e le amarezze dell’abbandono, tenendo testa agli arbìtri degli uomini, delle donne e del caso.

 

 

La vita di Adèle
regia
Abdellatif Kechiche
con Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux, Salim Kechiouche, Mona Walravens, Jeremie Laheurte, Benjamin Siksou
soggetto da Il blu è un colore caldo
di
Julie Maroh
sceneggiatura Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix
distribuzione Lucky Red
fotografia Sofian El Fani
paese Francia
lingua originale francese
colore colore
anno 2013
durata 179 min.

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