“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Giovedì, 17 Settembre 2020 00:00

Un film in cui lo spettatore torna protagonista

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Il 4 settembre, sulla piattaforma Netflix è arrivato il nuovo film scritto e diretto da Charlie Kaufman Sto pensando di finirla qui (I’m Thinking of Ending This); i fan del regista, sceneggiatore premio Oscar per Se mi lasci ti cancello e di film premiati dalla critica come Il ladro di orchidee, Essere John Malkovich e poi Anomalisa, attendevano con ansia quest’ultimo lavoro che, a mio avviso, non ha deluso le aspettative.

Sto pensando di finirla qui è un dramma psicologico, ispirato all’omonimo romanzo dello scrittore canadese Iain Reid, che è anche tra i co-produttori del lungometraggio. Per chi non avesse visto il film, attivo subito uno spoiler alert, il racconto dei fatti e dei personaggi nonché dei significati del film sono analizzati minuziosamente, quindi consiglio di riprendere la lettura dopo la visione, semmai ne aveste ancora voglia.
Chi conosce Kaufman sa bene che non bisogna aspettarsi un classico film con una linea temporale e spaziale ben definita, manca infatti un plot reale che parta da un principio e si snodi in una serie di fatti e conseguenze per arrivare a una soluzione o a un significato unico e razionale. Il suo cinema è ricco di simbolismi e suggestioni che si inseriscono all’interno di una narrazione complessa in cui lo spettatore è chiamato a trovare il bandolo della matassa per sbrogliare tutti i significati; non contano i fatti, ma le reazioni della mente umana e le emozioni che gli avvenimenti provocano nel personaggio.
Non è dunque facile raccontare i fatti in maniera lineare ma proverò a fare un tentativo. I protagonisti sono due giovani fidanzati, Lucy e Jake, i due intraprendono un viaggio per conoscere i genitori di lui che vivono in campagna. Il film si divide in quattro momenti e in tre spazi; l’abitacolo della macchina nel viaggio di andata e di ritorno, la visita ai genitori nella casa di campagna e la scuola in cui Jake ha studiato. Le premesse fanno pensare a un evento abbastanza comune, eppure sin dall’inizio notiamo qualcosa di ambiguo nei personaggi.
Il film si apre con alcune riprese a una casa vecchio stile, tipica della prateria americana, con carta da parati floreale molto kitsch probabilmente risalente agli anni ’50/’60. All’interno appare vuota e silenziosa, i mobili sono vecchi, il lavandino incrostato, gli esterni sembrano deserti e desolati, la telecamera si sofferma su una sedia a rotelle lasciata in un angolo, simbolo di malattia e vecchiaia. Un solo quadro è appeso alla parete; Il Viandante sul mare di nebbia del pittore tedesco Caspar David Friedrich, realizzato nel 1818, opera simbolo del romanticismo e della sua poetica del sublime. Durante questa lenta panoramica sugli interni, ascoltiamo una voce fuori campo, quella di una donna, che in una sorta di monologo o flusso di coscienza avverte subito lo spettatore che sta pensando di farla finita. Non si parla mai chiaramente di suicidio ma le parole e il tono angosciante e sincopato lo lasciano chiaramente intendere. La parole e la voce che ascoltiamo sono di Lucy, per la ragazza questo è il primo viaggio lungo con il suo nuovo fidanzato, sa che dovrebbe essere emozionata e felice ma in realtà avverte già nostalgia di questo rapporto. Per tutta la durata del film, in ogni scena, le parole e i pensieri dei personaggi risultano sempre calcolate e ben ponderate, questa nostalgia di cui parla, sin dai primi minuti, suggerisce che questo rapporto, così come tutto ciò che seguirà, non è reale; si prova infatti nostalgia per un pensiero o un’immaginazione che ci è cara e che non si concretizza, come avviene per i rimpianti e per il passato. Mentre Lucy attende in strada l’arrivo di Jake, la telecamera riprende nuovamente la casa di campagna, questa volta però compare un anziano signore (Guy Boyd), suo unico abitante. A questo punto le voci dell’anziano e di Lucy si sovrappongono, unendoli in un unico pensiero suggerendo tra questi due personaggi, una legame che più avanti si chiarirà. L’uomo anziano altri non è che Jake, vero protagonista, tutto ciò che viene raccontato è frutto dei suoi ricordi e della sua immaginazione. In macchina i due fidanzati sembrano felici e innamorati ma Lucy, in quanto proiezione della mente del vecchio Jake, continua a fare pensieri tristi che il giovane fidanzato riesce a sentire, proprio come se fossero i suoi. Lungo la statale osserviamo un paesaggio desolato, invernale e imbiancato dalla neve. Lucy nota che i fienili sono tutti uguali e la monotonia del panorama che resta immobile nonostante loro siano in movimento. Il viaggio in sé rappresenta simbolicamente il percorso della sua vita segnata solo dallo scorrere del tempo e non da un’evoluzione. Ovviamente anche queste riflessioni appartengono alla mente del vecchio Jake. Lucy osserva il suo fidanzato e lo descrive come un bravo ragazzo premuroso, interessato, molto istruito e nonostante i campi di studi diversi si informa sempre sul suo lavoro; la giovane donna pensa che insieme sono interessanti ma solo come coppia, ricorda infatti che Jake da solo si sente invisibile. Nonostante la stima per Jake e il suo fascino, Lucy è convinta che tra loro non funzionerà, ovviamente perché lei è lo specchio della mente del Jake anziano che vive nel futuro e che conosce quindi già la vita che condurrà il suo giovane alter ego immaginario: un lavoro poco soddisfacente, la solitudine e la malattia, essendo tra l’altro affetto da disturbi della personalità e schizofrenia.
L’anziano protagonista, è nella realtà bidello del liceo che lui stesso ha frequentato; per esorcizzare la sua insoddisfazione vuole estraniarsi dalla sua vita e inventa o forse ne sogna una diversa, interessante e soddisfacente, accompagnato da una donna intelligente, attraente e dolce. Una vita immaginaria, parallela, in cui non è un uomo vecchio solo e abbandonato ma un giovane uomo realizzato. L’immaginazione però non può essere la cura e la risposta alle sue ferite, quindi il desiderio di finirla continua trasformando il sogno ben presto in un incubo; Durante il viaggio Lucy nota tutta una serie di elementi simbolici ricchi di significato; tra questi una vecchia casa con un’altalena rotta e abbandonata, la stessa che vedremo anche alla fattoria dei genitori di Jake. L’altalena fa riferimento all’infanzia, ma anche alla sua paternità mancata; l’altalena è abbandonata perché non ci sono stati figli, non essendoci stata mai nella sua vita una moglie o una compagna.
Oltre ai pensieri di Lucy, nella prima parte della pellicola, importante è anche il dialogo tra i due fidanzati, dal quale emerge un Jake sapiente, intellettuale e brillante con idee interessanti, motivo per il quale la ragazza è attratta da lui. Mentre Jake vuole apparire disinvolto e di successo, improvvisamente, diventa ambiguo, si mangia le unghie, le mani fanno scatti incontrollati; ha una strana fissazione per i musical affermando di conoscerne tantissimi a memoria.  Dopo qualche momento di silenzio Jake vuole rompere l’imbarazzo chiedendo a Lucy di recitare le rime che aveva appena scritto: Ossa di cane, poesia che in realtà fa parte della raccolta Rotten Perfect Mouth, pubblicate nel 2015 da Eva H.D. Tema centrale della poesia è la solitudine, quella di chi ritorna la sera in una casa vuota, di chi si sente come “uno strofinaccio consumato e logoro, un extraterrestre, uno straniero, un pozzo inaridito”, nei giorni tutti uguali, caratterizzati dal tedio, dall’abitudine, il tempo è immobile solo il corpo cambia e si consuma, poi arrivano la malattia e la morte.
Jake ne resta colpito ed è convinto che la poesia sia stata scritta per lui, cosicché qui perde completamente il falso atteggiamento da giovane brillante lasciando emergere tutte le sue insicurezze.
Dall’analisi sulla vita e l’esistenza il dialogo passa a un altro tema: il cinema, “guardare troppi film è una malattia sociale” dice Lucy e Jake ammette di riempire la sua testa di bugie attraverso i film per “colmare il tempo in un battito di ciglia” e aggiunge che “le false idee di un brutto film, come un virus, vogliono vivere nella testa dello spettatore per sostituire i veri pensieri”.
Nella seconda parte del film, la scena dall’abitacolo passa alla fattoria e agli interni della casa dei genitori di Jake. In questi luoghi aumenta il senso di inquietudine e lo spettatore attende un avvenimento. La domanda che viene da porsi è “cosa accadrà ora?”, non si riesce a comprendere se il film sia in realtà un thriller, se evolverà in un horror, ma lo scopo di Kaufman non è raccontare una storia in cui succedono fatti o avvenimenti. L’intero film è un’analisi sulla vita, l’esistenza, la vecchiaia, la malattia, l’insoddisfazione, l’incomunicabilità e una riflessione anche sul valore dell’arte e del cinema, per cercare di comprendere come un regista possa porsi dinanzi a tali problematiche.
Appena arrivati, Jake parcheggia la macchina vicino all’ingresso principale della casa. Alla finestra vediamo la madre di Jake che continua a salutare con la mano con un sorriso inquietante fissandoli, intanto la neve si fa più fitta e anche il vento ulula aumentando il senso di angoscia e inquietudine nello spettatore. Jake porta Lucy a visitare la fattoria, il pollaio e il recinto delle pecore; l’ambiente è lugubre, puzzolente Lucy si domanda come possa essere la vita di una pecora che non fa niente tranne che mangiare e defecare. A questo punto, la ragazza si abbandona alle riflessioni sulla vita e la morte “gli esseri umani sono gli unici animali a conoscere l’inevitabilità della loro morte, gli altri animali vivono nel presente, gli umani non possono così hanno inventato la speranza”. Lucy poi nota due particolari macabri: Alcuni agnellini morti e congelati abbandonati e una macchia nera, allora Jake le racconta che lì un tempo c’erano dei maiali, che però sono stati mangiati vivi dai vermi, sottolineando che la vita di fattoria può essere brutale e difficile come in effetti è stata anche la sua esistenza. Il maiale è un animale simbolo che ricorre più volte nel film, un animale in cui Jake si rivede perché goffo e brutto.
Entrati in casa, l’atmosfera resta inquietante, gli interni sembrano freddi e vuoti, Jake è visibilmente nervoso perché si vergogna dei suoi genitori, umili lavoratori di campagna, dediti alla fattoria e senza istruzione. Le stanze sono silenziose e poco illuminate, in giro ci sono oggetti di cattivo gusto in ceramica e legno che riprendono i motivi della fattoria.
Lucy è attratta dalla porta della cantina, completamente graffiata ricordandole quella dei film horror tanto da far sospettare alla giovane donna e allo spettatore che dietro si possa nascondere un cadavere o almeno una stanza degli orrori di un assassino seriale. Jake stesso ammette di aver avuto paura di quella cantina da bambino, luogo simbolo del suo inconscio in cui ha nascosto le sue paure, le umiliazioni ma anche i suoi desideri e aspirazioni, una porta che deve restare chiusa perché nasconde la sua parte violenta e malata.
Finalmente, dopo una lunga attesa, arrivano i genitori (Toni Collette e David Thewlis) che sin dal primo sguardo sembrano molto diversi dal figlio, per nulla brillanti, anzi abbastanza grezzi e non scolarizzati. Il padre fissa Lucy e fa spesso commenti, allusioni e battute volgari; in questa scena appare molto vecchio ma poi successivamente, a cena, in soggiorno lo ritroviamo più giovane, stesso fenomeno avviene anche per la madre di Jake. Tutte le scene che avvengono in casa sono senza tempo, perché immaginate. Si alternano; flashback, ripetizioni, e non-sense in un’atmosfera onirica, frutto della mente del vecchio Jake che immagina la sua vita e la sua relazione con questa giovane donna nel corso degli anni a partire dal primo incontro con i suoi genitori fino alla loro morte.
Lucy verrà chiamata con nomi diversi Lucia, Laura, Yvonne, Ames/Amy, presentata come un’artista che dipinge quadri, una fisica, una donna ricca talento, affabile, gentile paziente, la donna dei desideri che va d’accordo con la sua famiglia e che resta accanto nei momenti difficili. Durante la cena è difficile intavolare un discorso a causa del divario culturale tra i giovani e i genitori. Lucy mostra alcuni suoi quadri, che ritroveremo in un’altra scena nascosti in cantina e che porteranno la firma di Jake. I genitori di Jake non riescono a comprendere i dipinti, perché privi di qualsiasi sensibilità artistica essendo persone molto concrete. Palese è il riferimenti all’incomunicabilità tra Jake e i suoi genitori, colpevoli di non avere mai spronato e sostenuto il figlio nell’affermarsi come poeta, artista e fisico. La madre di Jake cambia discorso non avendo una propria opinione sui quadri di Lucy e racconta come nonostante l’impegno profuso e lo studio, suo figlio non sia riuscito a emergere e a ricevere premi e riconoscimenti se non di consolazione, come ad esempio per la sua diligenza.
Seguono alcune scene allegoriche tra passato e presente che mostrano Jake e Lucy andare avanti nel loro rapporto, come Lucy che scende e sale le scale in loop per alcuni secondi. Un'altra scena densa di significato è quella in cui Lucy e Jake si riconoscono entrambi nella foto di un bambino, a dimostrazione che loro due sono le facce di un unico personaggio; successivamente, al momento del dolce, Lucy non mangia la torta ma imbocca Jake come se fossero un tutt’uno.
Durante la cena, improvvisamente, scompaiono tutti i personaggi fatta eccezione di Lucy che raggiunge, al piano superiore, la camera di Jake. La stanza sembra quella di un adolescente, piena di libri menzionati anche durante il loro viaggio; ritroviamo la poesia Ossa di cane che avrebbe scritto Lucy, ma che ora stranamente porta la firma di Jake. lo scambio tra i personaggi Jake/Lucy caratterizza ormai ogni scena. Alle spalle, a un tratto arriva il padre di Jake molto invecchiato e malato di Alzheimer. Oltre a lamentarsi della sua malattia, commenta il fatto che il letto sia troppo piccolo per due persone e che non è comodo per fare sesso; nonostante possa sembrare una riflessione fuori luogo, in realtà ci suggerisce che Jake non solo non ha avuto una relazione amorosa con una donna ma probabilmente non ha avuto mai avuto un rapporto sessuale.
La malattia, altro tema ricorrente, non colpisce solo il padre ma anche la madre, perché la vita di campagna è difficile, spiega Jake a Lucy. Nella camera da letto dei genitori di Jake lo vediamo prendersi cura della madre malata e in fin di vita: probabilmente è stato un figlio devoto e ha curato sua mamma sacrificando la propria vita amorosa e sociale. Jake immagina Lucy essergli vicino anche nel momento della morte della madre che non riesce ad accettare e superare.
Così si chiude la parte centrale della narrazione ed inizia il viaggio di ritorno.
In macchina i due fidanzati commentano il fatto che l’incontro sia riuscito, eppure Lucy si sente confusa, non ricorda nulla, come se quell’evento non sia realmente avvenuto. Durante il viaggio Lucy si mostra anche esperta di cinema, commentando il film Una moglie (A Woman Under the Influence) di John Cassavetes e cita una recensione del 1974 di una nota critica cinematografica statunitense, Pauline Kael; la giovane commenta a voce alta l’interpretazione dell’attrice Gena Rowlands nel film, affermando che “è una grande attrice ma niente di quello che fa è memorabile”, il film pecca di un simbolismo scontato, criticato perchè poco convincente, mancano i dettagli che hanno lo scopo di definire la natura psicologica dei personaggi; Jake invece avverte empatia per la protagonista, una casalinga alcolizzata e psicologicamente fragile. Il cinema, l’invenzione e la fantasia diventano spunto per Jake per riflettere sulla propria vita e inizia a piangere pensando al futuro e alla promessa di redenzione che, attraverso la fede e la religione, gli è stata inculcata da ragazzo ma in cui non crede più. “Dio non ti dà più di quello che puoi sopportare” afferma Jake, “certo Dio è un pezzo di pane” commenta Lucy con ironia. All’improvviso dopo lo sfogo, Jake sembra regredire, si comporta come un ragazzino capriccioso e nel bel mezzo di una forte nevicata vuole fermarsi per mangiare un gelato, e svolta verso la gelateria Tulsey Town Ice Cream. In questo luogo surreale, una gelateria aperta di notte, in mezzo alla campagna, Jake ricorda i traumi dell’infanzia e dell’adolescenza. Lucy paragona sua madre al gelato: dolce ma fredda. Da questo commento, per Jake fuori luogo, la ragazza si corregge e vuole convincerlo che in fondo le patologie, gli errori dei figli non dipendono dalle madri, che sono solo “stronzate freudiane” e “sproloqui misogini” per colpevolizzare la donna in generale di ogni fallimento e  insoddisfazione del figlio maschio. Jake forse attraverso Lucy vuole convincersi della totale responsabilità dei suoi fallimenti perdonando la madre per essere stato incompreso e per le sue fragilità. Arrivati alla gelateria, si avvicinano due cameriere belle, bionde e vanesie, simili a quelle che da giovane, ai tempi del liceo, lo prendevano in giro e lo bullizzavano. Jake che ora lavora come bidello, nella stessa scuola, subisce ancora angherie e viene disprezzato per il suo aspetto e il suo lavoro dalle ragazzine più popolari. Teme ancora la loro opinione e il loro sguardo perciò non vuole avvicinarsi e chiede a Lucy di prendere il gelato per lui. C’è poi un’altra giovane cameriera, timida, spettinata e trasandata che serve i gelati a Lucy; mentre lo fa notiamo sulla sua mano uno sfogo cutaneo uguale a quello che ha Jake. Al pubblico non può sfuggire questo dettaglio in primo piano, è dunque facile comprendere che la giovane cameriera rappresenta Jake nel periodo della sua adolescenza. La ragazzina avvisa poi Lucy a bassa voce di non andare avanti con lui, che non è una bella persona, e che qualcosa di tremendo le potrebbe accadere in futuro.
Terminata la breve sosta per il gelato, ripartono verso casa e continuano le dissertazioni sul cinema e la televisione, vengono citati due saggi, il primo di David Foster Wallace E pluribus unum: Gli scrittori americani e la televisione (in Tennis, tv, trigonometria, tornado), secondo il quale nell’America degli anni ’50/’60, con l’avvento della televisione tutto si riduceva in un guardare non più uno schermo, ma uno specchio: la televisione dava, senza chiedere, un piacere gratuito che mostrava quello che le persone desideravano. Le persone belle perciò, afferma Jake, sono più piacevoli da guardare, perché vogliamo rifletterci in esse e somigliare a loro. Lucy dice di non aver letto nulla di Wallace ma di ricordare bene che è morto suicida. Jake sostiene che molti ricordano di lui non i suoi scritti ma il suo suicidio. Il pensiero costante del Jake anziano verso il suicidio nasce anche dalle convinzione che questo possa essere un ultimo e unico atto eroico degno di nota che lo riscatterà da una vita inutile e fallimentare. Il secondo saggio citato è La società dello spettacolo di Guy Debord, pubblicato per la prima volta nel 1967: “Lo spettacolo non può essere compreso come mero inganno visivo prodotto dalla tecnologia dei mass media è una visione del mondo che si è materializzata, guardi il mondo attraverso quel vetro pre-interpretato per noi influenzando così il nostro pensiero, infetta il nostro cervello perché questi media sono appunto virali”. Kaufman attraverso le parole di Jake estratte dal saggio, sottolinea come i media, cinema o televisione siano investiti da una grande responsabilità avendo la capacità di influenzare le masse, pertanto gli addetti ai lavori dovrebbero offrire solo prodotti mediatici di qualità.
Nel bel mezzo della discussione, Jake perde il controllo, cambia di umore, la sua aggressività fa nuovamente capolino, quando pensa al gelato che si scioglie sporcando il portabicchieri della macchina va in crisi, prova angoscia e si sfoga picchiando sul volante, decide di trovare un cassonetto per calmare la sua angoscia. Svolta verso il liceo nonostante il disappunto di Lucy che ha paura e vuole tornare a casa. Jake però la rassicura, le dice di stare tranquilla, perchè ogni cosa che vede è “tinta” cioè frutto del suo cervello, suggerendo che nulla di ciò che lo spettatore osserva sia realmente accaduto, o almeno non nel mondo reale. Ciò che l’occhio guarda è dato dal colore che a sua volta è opera della luce e “della sofferenza” poiché prevede anche un coinvolgimento emotivo da parte di chi osserva. Lucy allora, sempre più angosciata, si lamenta del tempo che deve trascorrere per raggiungere casa, ma il ragazzo le fa notare che ianche il tempo non esiste se non nel cervello, mentre esiste però la vecchiaia intesa come logoramento del corpo. Jake vive questa diatriba interiore: si sente un ragazzino che vuole ancora studiare, amare, costruire una vita ma allo specchio si vede in un corpo vecchio e decadente, “la gente” − dice − “ha paura della vecchiaia e apprezza chi è giovane e bello”.
Arrivati così al suo liceo, Jake parcheggia l’auto dove c’è anche il furgone del bidello (Jake da anziano), pensando a quel luogo dice a Lucy di aver sofferto per un lunghissimo tempo riferendosi a quando era uno studente poco talentuoso, timido e deriso ma anche al suo presente da inserviente dove continua a essere invisibile e frustrato, mentre le sue giornate scorrono tutte uguali nell’angoscia e nella solitudine.
Inizia qui la quarta parte del film, i protagonisti lasciano l’auto e la scena si sposta all’interno della scuola avvolta anch’essa, come la casa dei genitori di Jake, da un’atmosfera onirica e simbolica, sospesa tra passato e presente, tra realtà e fantasia, qui la storia immaginata tra Jake e Lucy continua rappresentata da un balletto proprio come in un musical.
Lucy entra nella scuola per cercare Jake che prima di lei aveva abbandonato l’auto e che sembra scomparso. Nei corridoi però si imbatte nel Jake anziano a cui domanda se avesse incontrato il suo fidanzato, l’anziano allora le chiede di descrivere il suo ragazzo ma lei non può ricordarlo perché la loro relazione non è mai esistita, questo scambio di battute termina con un abbraccio simbolico che fa congiungere il piano reale con quello dell’immaginario. Finalmente Lucy incontra Jake, i due si fermano uno di fronte all’altra, fissandosi in silenzio. Parte una musica ed entrano in scena due ballerini simili nell’aspetto e negli abiti ai due fidanzati. Attraverso la danza ci mostrano la possibile evoluzione di questa storia d’amore; che in un primo momento, sembra consolidarsi e coronarsi con un matrimonio felice ma poi la musica cambia, entra in scena un altro ballerino più adulto, il vecchio Jake, la parte pericolosa e aggressiva, tra il giovane ballerino e quello più adulto e malvagio inizia un duello danzante che vede il primo sconfitto dal secondo. Dopo la parentesi musicale, lo spettatore viene riportato alla realtà del presente. il vecchio Jake termina il suo turno a scuola e si prepara per tornare a casa, ma quando sale nel furgone, viene sopraffatto da una serie di flashback e ricordi: le offese, le frustrazioni, la vita dura e crudele della fattoria, i litigi dei genitori, le derisioni dei suoi coetanei, una donna desiderata e mai avuta, così, preso da una crisi di nervi, si denuda e decide di lasciarsi morire nel furgone durante una tormenta di neve attendendo l’ipotermia.
Jake nel suo ultimo delirio pre-morte segue l’ologramma di un maiale parlante infestato dai vermi in cui si riconosce totalmente, ma prima di farla finita, si abbandona ad un ultimo sogno di gloria. Immagina l’ultimo atto del suo musical in cui viene premiato come fisico per le sue ricerche citando apertamente la scena del film A Beautiful Mind di Ron Howard, in cui l’economista John Nash (interpretato da Russell Crowe), affetto da schizofrenia, viene insignito del Premio Nobel. Il pubblico in platea è pesantemente truccato a sottolineare la falsità della scena, i suoi genitori e Lucy, ora sua moglie, applaudono commossi e fieri di lui. Prima della morte Jake cerca un ultimo inganno, vuole realizzare quel sogno di gloria, compiere il riscatto tanto atteso, però ha compreso che, per quanto abbia cercato di compiacere per tutta la sua esistenza se stesso e gli altri, ha fallito miseramente; non resta quindi che scegliere la morte come unico possibile finale per liberarsi dal peso di una vita segnata dalla psicosi, dall’emarginazione e dalla assoluta solitudine.
Il punto di forza dell’ultimo lavoro di Kaufman risiede nel fatto di non proporre una trama ma un sogno. Non accade niente di particolare nella vita dei personaggi, perché tutto deve compiersi nella mente dello spettatore vero protagonista. Lo scopo è portarlo alla riflessione, all’analisi critica rendendolo attivo, contrariamente a ciò che avviene nella società che lo circonda che lo preferisce remissivo, e passivo nell’accettare quello che ci viene imposto. La realtà viene così mistificata e masticata per noi dal cinema e dagli altri media e il “bolo” di verità e contenuti che ne rimane ci viene fatto “deglutire” attraverso i vari canali condizionando la nostra vita e il nostro pensiero.
Nonostante la morte del personaggio principale, il suo non è un messaggio pessimista bensì realista e concreto. Kaufman ci invita a essere più tolleranti con noi stessi e con il prossimo. Non è necessario perseguire per tutta le vita dei sogni di gloria e il successo, perché se non raggiunti possono causare solo frustrazione e solitudine. Vivere accettando i nostri limiti, accogliendo piaceri semplici e rapporti umani, prefissandoci semplici obiettivi e traguardi probabilmente può essere la ricetta per una vita comunque soddisfacente.





Sto pensando di finirla qui
sceneggiatura e regia
Charlie Kaufman
soggetto
Iain Reid
con
Jesse Piemons, Jessie Buckley, Toni Collette, David Thewlis, Guy Boyd, Jason Ralph, Abby Quinn, Colby Minifie, Ashlyn Alessi
fotografia Łukasz Żal
montaggio Robert Frazen
musiche Jay Wadley
costumi Melissa Toth
produzione Likely Story
distribuzione Netflix
paese Stati Uniti d’America
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2020
durata 134 min.

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