”Restava da chiedersi se davvero le pietre avrebbero resistito, con tutta quell'acqua che scendeva e scendeva in quel quarto giorno esattamente com'era scesa nei tre giorni precedenti e insomma non sembrava proprio che la città avesse intenzione di reagire, soltanto e semplicemente si limitava ad assorbire l'acqua fin quando avesse potuto ma il problema in effetti è proprio questo: fino a che punto si può assorbire l'acqua? Qual è in realtà il nostro limite? In ogni caso accadeva, come se questo problema fosse ancora indistinto e confuso e certamente lontano, perché la rassegnazione si era trasformata in indifferenza“

Nicola Pugliese

Martedì, 26 Febbraio 2013 23:17

La signora in bianco

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Secondo appuntamento della rassegna cinematografica Visioni a cura del Centro Donna di Avellino. Tel Aviv, oggi. Shira, figlia minore di una famiglia ortodossa e appena diciottenne, è promessa sposa di un giovane (poco più grande di lei, se non coetaneo), in attesa di divenire zia: sua sorella maggiore Esther, moglie di Yohai, è in dolce attesa. Completano il quadro familiare un fratello e una sorella più grande, Frida – ancora single – una zia menomata fisicamente (ma saggia e moderna) che accudiscono con amore, la madre e il padre che riveste un ruolo importante nella loro comunità religiosa.

La morte per parto di Esther lascia nello sconforto l’intera famiglia: a Yohai è stata data l’opportunità di risposarsi e di trasferirsi in Belgio, da dove proviene la pretendente, insieme al bambino; la famiglia del promesso sposo di Shira si tira indietro, lasciando irrealizzato il sogno d’amore della giovane; c’è un rabbino vedovo che preme affinché Shira si sposi. A Shira viene allora proposto di sposare Yohai, in modo da mantenere l’unità familiare così drammaticamente interrotta e da colmare quel vuoto che si è improvvisamente venuto a creare (il titolo internazionale è Fill the Void).
Rama Burshtein, anch’essa ebrea osservante, scrive e dirige il suo primo film e lo ambienta in una realtà che conosce bene, la comunità chassidica di Tel Aviv. Il suo è uno sguardo dall’interno, che elimina quella distanza che segna molte rappresentazioni cinematografiche di comunità in cui l’osservanza ai precetti della religione è molto stretta.
La sposa promessa non è un film sui condizionamenti religiosi sulle scelte personali, ma su una dimensione generale del condizionamento, in cui le dinamiche familiari si mescolano a quelle comunitarie per delimitare le possibilità del libero arbitrio del singolo. Una gabbia dorata dove le sbarre sono costituite dall’insieme di regole sociali che presiedono agli atteggiamenti e ai comportamenti, ed anche dalle convenienze familiari e dalle scelte di chi amiamo e da cui dipendiamo.
La messa in scena è funzionale alla descrizione di un universo chiuso e rigoroso, con primi piani che segnano le inavvertibili dinamiche del cuore e i tentativi di dissimulare i sentimenti provati sul nascere. E così ogni piccolo gesto, ogni parola assumono un’importanza e un peso che non si attribuirebbero in altri contesti. Cinema essenziale e privato, dove i grandi drammi restano al di fuori e la quotidianità riempie da sola la sceneggiatura senza essere piatta e banale, merito anche di un bel cast di attori tutti in parte. La giovane protagonista Hadas Yaron si è meritata la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile alla Mostra del Cinema di Venezia del 2012, ma anche Yftach Klein che interpreta Yohai sa rendere con misura un uomo colpito dal dolore, mentre ogni caratterizzazione eccessiva dell’ortodossia religiosa è giustamente evitata.

 

 

 

Visioni
La sposa promessa (Lemale Et Ha'Chalal)
regia Rama Burshtein
con Hadas Yaron, Yftach Klein, Irit Sheleg, Chayim Sharir, Razia Israeli, Hila Feldamn, Renana Raz, Ido Samuel
paese Israele
distribuzione Lucky Red
sceneggiatura Rama Burshtein
fotografia Asaf Sudri
musica Yitzhak Azulay
lingua originale ebraico
colore colore
anno 2012
durata 90 min
Avellino, Cinema Partenio, 20 febbraio 2013

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