“Ho forse dormito mentre gli altri stavano soffrendo? Sto forse dormendo in questo momento?”

Samuel Beckett; Aspettando Godot

Domenica, 12 Maggio 2013 19:09

Eternamente Altro lo sguardo sull'Altro. La fotografia di Di Martino

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Si tratta oramai di una sorta di destino all’interno del quale si compie il senso profondo dell’Occidente, o almeno dell’Occidente degli ultimi (a occhio e croce) cinque secoli e rotti. Si tratta allo stesso tempo di ciò che possiamo chiamare l’orrore per il diverso e di ciò che amiamo definire il fascino per l’Altro. Anzi si potrebbe dire che si tratta di una forma speculare (insensata). Lo sguardo dell’Altro ci mette in crisi, ci spacca in due e orrore e fascino sono due re-azioni, cioè: non ancora azioni. C’è una sorta di filo rosso che lega l’elezione della Kyenge al Ministero per l’Integrazione, dunque: il nuovo governo di unità nazionale che ha trovato lo sponsor migliore per presentarsi al suo elettorato benpensante e sinceramente “progressista” e le reazioni balorde e sgraziate dell’Italia produttiva, quella del Nord-Est, che si muove lungo le rive del Po e che gioca con riti celtici sognando libertà comunali ma trovando soltanto il ridicolo mito del sangue puro.
Poi ci capita questa mostra.

Il problema sta nella parola “integrazione”, parola odiosa di per sé e che già presuppone un’assimilazione, una metabolizzazione, una deiezione delle differenze. La parola “integrazione” è già immediatamente (ma gradevolmente – progressisti di tutta Italia siate comunque sereni!) sintomo di un razzismo strisciante e latente (nonché patente in quanto noi, da buoni cristiani democratici e progressisti, amiamo tutti gli esseri umani, anche quelli palesemente inferiori!) e di una diffidenza in cui si mescolano fascino e orrore. Nelle immagini di questa mostra non si gioca con l’integrazione ma con il guardarsi dritti negli occhi, immersi nel mutismo. E poi c’è il nero che prende a picconate i passanti e l’italiano che spara a bruciapelo a un carabiniere e nessuno a cogliere che il senso vero di questi eventi è il medesimo e che lo stesso razzismo ha radici ben più strutturali: popoli dominati e popoli dominanti, popoli ricchi e popoli poveri, sviluppo e sottosviluppo. In poche parole: è il capitalismo, bellezza! Però bisogna giocare il nostro teatrino tutto italiano: i benpensanti che si beano di aver concesso addirittura a una nera un ministero, una nera che ha decine di fratelli perché il padre (che cosa ricca di esotismo e fascino!) è poligamo, ma poi lei è addirittura cattolica, robe strane proprio! (questo il succo dell’intervista di Lucia Annunziata, paladina della vera sinistra italiana!), e dall’altro lato, arroccati attorno a quello scalcinato Carroccio, simbolo di libertà impastato di terra e sangue, i moderni (signori!, perché sono quelli là i veri moderni!) a difendere la purezza incontaminata del nostro sangue, a difendere lo sfruttamento di manodopera servile e a basso costo, a costruire un nemico interno per immunizzarci, a far circolare porci soltanto per provocare. Questa è l’Italia, parossismo dell’Occidente.
E in questo senso si inserisce questa bella mostra fotografica di Luca Di Martino, giovane, troppo giovane forse per arrovellarsi come lo scribacchino paranoide di queste parole. Passionale e sincero a tal punto da sentire l’obbligo di perdersi negli sguardi Altri che lui ha voluto, anzi saputo, catturare, senza violentarli. Discreto ma deciso grazie al suo sguardo mediato dall’obiettivo, sguardo di un bambino che cerca nel fondo dello sguardo di altri bambini (o bambini Altri) una muta verità, sguardo insomma di chi non sente ancora il bisogno di sviluppare tassonomie di potenza. Di Martino è stato in Nepal per un mese, con tutta la freschezza e il senso della ricerca che si porta con sé. Ha vissuto in un villaggio contadino, ha attraversato genti e popoli, ha cercato di essere loro molto più di quanto loro abbiano cercato di essere lui, ha deciso di catturare volti e sguardi ma di catturarli attraverso il suo sguardo, lo sguardo di quei bambini sono lo sguardo attraverso cui il fotografo ha guardato quei bambini. Questo è il gioco sempre difficile della relazione con l’Altro, questo è il gioco sempre irrisolto. Riconoscimento e specularità: noi sempre noi e l’Altro a guardarci muto! L’immagine che fa da introduzione a questa esposizione – o almeno l’immagine che funge per noi da “apertura” – è l’unica in cui lo sguardo è mediato da una sorta di filtro: al centro della fotografia si trovano due grosse mani incrociate, mani di cartapesta, mani scavate nel profondo da solchi profondi di rughe eterne, mani che hanno lavorato duramente e duramente si sono accartocciate, mani la cui potenza immaginifica racconta storie che noi amiamo inventare per rendere più lieve la nostra grigia (troppo grigia) esistenza. Ma poi nell’intreccio di quelle dita, vecchie come il mondo, ecco che fa capolino nel fondo, in un lato, un occhio che spia, un occhio forse curioso, forse semplicemente attento, un occhio che cerca un mite, ma soprattutto “lento”, approccio. Non l’azione violenta e selvaggia della visione bulimica e occidentale, ma un’accorta e serena disposizione d’animo che non porta con sé né fascino né orrore. E si entra così, nella piccola sala della Galleria Cellamareinterno56 e ci si sente immediatamente circondati, circondati da sguardi di bambini e adolescenti. Ci sentiamo circondati, cerchiamo di rapire una storia da quegli occhi, ameremmo riuscire ad assaporare qualcosa di quella alterità, di quella differenza, e invece quegli occhi restano lì muti, semplicemente a fissarci nel loro mistero insondabile. Di Martino, consapevolmente o no (a noi non importa), ha cercato di rappresentare non soltanto il fascino dell’Altro (genitivo già sempre oggettivo e soggettivo), la curiosità esotica per l’occidentale stanco della sua vita omologante e talmente “spettacolarizzato” da cercare continuamente avventure visive, non ha voluto fare soltanto questo. O almeno noi non l’abbiamo guardata così. Ha voluto porci dinanzi a qualcosa di irrisolvibile, a quel qualcosa che rappresenta il destino di questo Occidente malsano, l’incapacità di vivere e di sentire e di provare e di riuscire, senza lo sguardo dell’Altro. Noi siamo i rappresentanti di una strana civiltà che non può vivere senza il contatto con l’Altro, contatto/violenza: sfruttamento economico e/o culturale, e che, nello stesso tempo, cerca negli Altri ciò che non è più. Che strano e ambiguo essere che è questo uomo che l’Occidente ha prodotto! che strano anfibio della relazione! perché l’Altro è ciò attraverso il quale viviamo la nostra superiorità e ciò attraverso cui vigiliamo sulla serenità della nostra origine. Se non ci fosse l’Altro non saremmo così ricchi e vincenti, se non ci fosse l’Altro non saremmo sicuri che in fondo in fondo in un passato forse non eccessivamente lontano, anche noi eravamo “buoni” e in armonia con il mondo e la natura. Questa strana perversione siamo noi – anche tu lettore, sia chiaro! – e siamo perversi ogni volta che ci affacciamo negli occhi dell’Altro, sia che lo consideriamo “un negro di merda” (ci scusiamo con il lettore benpensante per questa “volgarità” inammissibile anche se usata in senso critico) sia che lo consideriamo “il nostro paradiso eternamente perduto” che si spalanca nell’esotismo di questi “buoni selvaggi” costruiti già sempre dal nostro feroce sguardo.

 

 

Sguardi silenziosi
di Luca Di Martino
Galleria Cellamareinterno56
Napoli, dal 9 al 23 maggio 2013

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