“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Venerdì, 24 Aprile 2020 00:00

Bauhaus, pandemia e derive didattiche contemporanee

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A cento anni dalla sua fondazione, l’esperienza del Bauhaus merita di essere nuovamente indagata a partire dal particolare contesto in cui si è data, analizzandone tutte le sue potenzialità e contraddizioni, anche per cogliere i suggerimenti che ancora può riservare a un’attualità sempre meno disposta a ripensare all’esperienza didattica e creativa a partire dai suoi reali operatori (docenti e studenti) che permetta di sottrarsi da quelle figure di “esperti della didattica” che nelle aule, nei laboratori, tra gli studenti e le studentesse in carne, ossa e relativi immaginari, non mettono probabilmente piede da quando hanno terminato la loro istruzione superiore e che da qualche tempo sono occupati, nelle loro remunerate tournée nelle scuole, a dispensare il Verbo di una didattica pianificata presso le agenzie e fondazioni imprenditoriali a cui la politica sembra avere ormai delegato funzioni che le spetterebbero.

In ossequio alla cosiddetta “pedagogia delle competenze” – caldamente “raccomandata” dal Parlamento Europeo e dal Consiglio d’Europa nel 2006 –, la funzione primaria dei sistemi scolastici pare essere diventata quella di fornire a un mercato del lavoro fluido e globalizzato giovani malleabili e utilizzabili nei più diversi contesti, dotati di capacità di adattamento e del tutto privi di contenuti problematizzati.
Angélique del Rey, nel suo libro La tirannia della valutazione (Elèuthera, 2018), giunge a vedere nella valutazione lo strumento centrale della flessibilizzazione contemporanea del lavoro, strumento comportante una vera e propria “precarizzazione psicologica” dell’individuo. Attraverso una valutazione presentata come oggettiva, sostiene la studiosa che svolge attività didattica nella periferia parigina, l’individuo tende a ritenersi soddisfatto della posizione occupata nella piramide sociale in quanto da lui percepita come del tutto congrua a ciò che è riuscito a conquistare. Il sistema valutativo basato sulle “competenze” si è via via trasformato in un meccanismo che si arroga la pretesa di misurare ciò che in realtà non può esserlo, visto che non è possibile conferire un valore quantitativo a una qualità.
Tale fenomeno, sostiene la studiosa, “sta producendo l’insegnamento dell’ignoranza, depauperando i saperi, abbassando i livelli, svuotando di criticità i contenuti. Quello che è ormai divenuto una sorta di supermarket dell’istruzione, l’istituto scolastico, dà spazio a una didattica che produce segmentazione e meccanizzazione dell’apprendimento, attraverso una pratica valutativa standardizzata che si basa sul rispondere a domande (test) e che ha ormai rinunciato a stimolare la proposizione di domande e a mantenere acceso un pensiero critico e divergente”.
Inoltre, sull’onda dell’attuale pandemia, come scrive l’autore di Virus e potere: la didattica a distanza e i corpi senza corpo (in Codice Rosso, 23/04/20) – che si firma con lo pseudonimo Guy Van Stratten –, sembra che il potere politico-economico spinga l’istruzione scolastica verso modalità “disincarnate”, sancendo l’ennesimo passaggio verso “la digitalizzazione tecnologica di sempre nuove sfere del quotidiano per allontanare e neutralizzare la dimensione del corpo”. Alla luce di una progressiva estensione spazio-temporale della dimensione lavorativa e di una sempre più marcata situazione di passività studentesca di fronte all’oggetto digitale, sostiene – riprendendo i discorsi sulla centralità del corpo di Michel Foucault di Utopie. Eterotopie (Cronopio, 2011) – l’autore di Virus e potere, “c’è bisogno di un sapere e di una scuola che ponga al suo centro il corpo e che lo valorizzi come uno strumento di libertà e di resistenza a sempre più diffuse e spettrali dinamiche di controllo e di coercizione”.
È dunque anche alla luce della deriva didattico/valutativa contemporanea descritta da Angélique del Rey e del suddetto processo di “decorporeizzazione”, accentuato dall’imperante “epidemia delle emergenze”, che risulta utile ancora oggi rileggere la storia del Bauhaus e il dibattito che lo ha attraversato, spesso segnato da contrapposizioni interne e da contraddizioni di non poco conto, al fine di cogliere l’eredità lasciata da quella che è stata un’esperienza creativa, artistica e di vita che ha saputo coinvolgere anche gli studenti e le studentesse meno abbienti in un’esperienza didattico/creativa novecentesca incredibilmente avanzata.
Quella del Bauhaus è un’avventura nata nel 1919 a Weimar sotto la direzione di Walter Gropius, da una condivisione di “ideali di una vita in comunità all’insegna di un lavoro che sia anche attività artistica, di un mondo artificiale che non violenti la natura, di un universo maschile che cominci a includere le donne”.
Proprio al Bauhaus l’editore modenese Mucchi dedica il volume, curato da Marina Lalatta Costerbosa, La costruzione del futuro. Il Bauhaus a cento anni dalla fondazione (2019); opera che insiste proprio sull’attualità – non riproducibilità, si badi bene –, di quell’esperienza e del dibattito che le ha dato vita e l’ha attraversata. Si tratta di un’esperienza che, a ben guardare, come suggerisce la curatrice, già rivela la sua “originaria destinazione culturale ‘globale’”, la sua “proiezione non aleatoria verso nuove frontiere dell’espressività artistica, dell’architettura industriale, di una creatività democratica e sociale”, oltre che didattica. Piace leggere nell’enfasi posta nel titolo del volume sul termine “costruzione” un riferimento anche a questo suo aver saputo costruire, appunto, una pratica e un dibattito duraturi nel tempo, tanto da palesare, come dimostra il libro, la loro estrema attualità a un secolo di distanza.
Il Bauhaus, scrive Lalatta Costerbosa, “è stato un movimento culturale di avanguardia critica e di rinnovamento, dalla marcata cifra popolare, la quale traspare dalla facile accessibilità della formazione artistica, dalla non scontata relazione con la società industriale di massa, dalla considerazione positiva e rispettosa del lavoro manuale e, al contempo, dalla ricerca non elitaria della qualità dei prodotti di homo faber, dell’uomo in quanto produttore del mondo delle cose e delle macchine”. Un movimento che ha saputo guardare “al lavoratore, alla proletarizzazione della massa lavoratrice, alla mercificazione che la produzione industriale tende a estendere alla produzione artistica. E immagina di mescolarvisi, di avvicinarla, rifiutando il cliché dell’artista dislocato ‘altrove’, avulso dalla durezza della metallica dialettica sociale. Verso il dominio della ragione strumentale nella forma reificante della fabbricazione industrializzata, massificante e alienante, il Bauhaus vuole creare attrito e contribuire alla protesta, rilanciando: tenta il recupero e la rigenerazione di un’immaginazione artistica chiamata a ‘sporcarsi le mani’ e a socializzare, a rendersi protagonista di un mutamento che riguardi anche se stessa”. Non a caso nel Manifesto-programma del Bauhaus si ricorre al disegno della Cattedrale di Lyonel Feininger, sottolineando così l’ideale continuità dell’esperienza che si viene a costituire in una Germania ormai proiettata sugli anni Venti del XX secolo, con il cantiere medievale, vero e proprio crogiolo creativo-realizzativo che vede la partecipazione dell’intera comunità cittadina.
Il volume edito da Mucchi propone una rilettura a più voci di quell’avventura, a cui Gorpius ha il merito di aver dato il via, incentrata sul difficile ma esaltante tentativo di costruire continuità tra attività artistica e manufatto artigianale, tra arti “maggiori” e “minori”, tra oggetti d’uso quotidiano, dimensione estetica e loro riproducibilità industriale sull’onda dei tentativi intrapresi prima dall’Arts & Crafts di William Morris e successivamente dall’intera stagione dei Modernismi che, nonostante le innegabili ingenuità, ha tentato di conciliare arte e produzione industriale spingendosi, con le loro finalità sociali, a introdurre negli spazi pubblici e nelle abitazioni dei contemporanei oggetti d’arredo lavorati sì industrialmente, ma in maniera originale e stilisticamente ricercata.
Troppo spesso, denuncia Lalatta Costerbosa, per descrivere l’avventura del Bauhaus, si è fatto ricorso a semplificazioni tendenti a “banalizzarne quella forza, alla quale certamente la distruttività colpevole e intenzionale del nazismo ha tarpato le ali, negando, interrompendo, costringendo alla dispersione; ma che essa non è riuscito a cancellare nel tempo”. Quella proposta dal volume è un’indagine che intende dunque affrontare nella sua complessità il progetto del Bauhaus, con l’esplicita intenzione, scrive la curatrice del volume, di “cogliere il bisogno di radicalità, non meramente istintivo, anzi pensato e condiviso, del quale esso è pervaso, di notare come esso ‘miri a usare la visione per esplorare lo spirituale e quindi ricerchi antidoti per la nascente società dello spettacolo’, per una società che – come notava Guy Debord – massifica nell’indifferenza uniformante e omologante, con un linguaggio ‘costituito da dei segni della produzione imperante’”.
A dimostrazione dell’attualità del Bauhaus, il contributo di Manlio Iofrida individua in quell’esperienza elementi utili anche a una contemporaneità segnata dalla questione ecologica e dalla crisi economica. Della figura di Gropius, che lo studioso legge ricorrendo ad alcuni aspetti delle filosofie di Adorno e Merleau-Ponty, viene valorizzata soprattutto la tensione tra un’idea di società nuova e il recupero del rapporto con la natura nella società industriale.
Lalatta Costerbosa ricorda come alcune questioni riguardanti il Bauhaus siano al centro di diversi studi recenti, come nel caso di Anja Baumhoff che indaga il concetto di mascolinità in riferimento all’esperienza tedesca o di Elizabeth Otto che, a tal proposito, si sofferma sull’intrecciarsi in essa di “gender fluidity” e radicalismo politico. Il Bauhaus dimostra insomma ancora oggi la sua anima d’avanguardia nell’aver anticipato questioni estremamente attuali. Per certi versi, scrive la curatrice del volume, “che possa essere questa la fine senza una fine del movimento lo si può intuire riflettendo sulla sua stessa genesi storica. La forza critica del Bauhaus si erige sul terreno propulsivo e originariamente ambivalente della cultura weimariana”. A tal proposito, il contributo dello storico Enzo Collotti si focalizza proprio sull’influenza esercitata dal contesto sociale e politico tedesco – segnato dalla Repubblica di Weimar e dal successivo nazismo – sull’esperienza del Bauhaus mettendone in luce le sue non poche contraddizioni in ambito politico, sociale ed economico.
Le coordinate generali del fenomeno Bauhaus sono ricostruite nel volume dallo scritto (in lingua tedesca) di Winfried Nerdinger, incentrato sui motivi del duraturo successo internazionale di tale esperienza, e da un intervento di Diego Donna e Romano Martini che approfondisce la relazione tra civiltà e razionalizzazione capitalista, tra pianificazione funzionale e libera creatività dell’artista e del lavoratore, oltre che tra utopia e design. I due studiosi si soffermano sul tentativo compiuto dalla Scuola, sull’onda di altri esempi sorti a cavallo tra Otto e Novecento, di eliminare il divario tra arte e vita quotidiana, questione che finisce per essere dibattuta anche nell’ambito del “postmodernismo” della seconda metà del XX secolo e che, ancora oggi, induce a una riflessione circa il raggiungimento o meno degli scopi e delle intenzioni che hanno attraversato l’intera parabola dell’esperienza tedesca della prima metà del Novecento.
Un saggio di Vittorio d’Anna prende in esame Wassily Kandinsky negli anni del Bauhaus, mentre uno scritto (in lingua inglese) di Anja Baumhoff si sofferma su una questione forse poco indagata dell’attività didattica di Paul Klee al Bauhaus: le questioni di gender così come emergono nei suoi insegnamenti giocati sui dualismi e sulle ambiguità. Un contributo di Luca Guidetti prende invece in esame l’interesse di Paul Klee nei confronti degli studi di Ernst Mach – in particolare contenuti nel suo saggio del 1886 Analisi delle sensazioni – relativi al rapporto fra fisico e psichico da cui Klee deriva il concetto di Gestaltung, a cui ricorre nelle sue lezioni berlinesi per evidenziare la relazione indissolubile tra arte e vita presente nel suo pensiero pittorico. I riferimenti a Mach vengono poi abbandonati dal pittore nella sua ultima produzione artistica in concomitanza con le urgenze delle problematiche scaturite dalla realtà degli anni Trenta.
Il saggio (in lingua tedesca) di Anne-Kathrin Weise è incentrato sulla figura di Marianne Brandt, probabilmente l’artista donna più importante all’interno del Bauhaus diretto da Gropius; sua è la celebre teiera in argento ed ebano, vera e propria icona di quel design progettato secondo una logica funzionale alla produzione in serie. Weise si interroga circa l’attualità delle riflessioni e delle proposte della Brand, artista che, al termine del secondo conflitto mondiale, nonostante l’ostracismo delle istituzioni accademiche, ha tenacemente tentato di riproporre lo spirito del Bauhaus presso il dipartimento per il design da lei creato all’Accademia d’arte di Dresda e Berlino.
A un’altra importante figura femminile della Scuola, Friedl Dicker-Brandeis, è invece dedicato lo studio (in lingua inglese) di Elizabeth Otto che presenta un aspetto poco indagato del “mondo Bauhaus” mettendo in luce il ruolo pedagogico della Dicker-Brandeis all’interno del campo-ghetto di Theresienstadt durante la sua prigionia, culminata con l’uccisione nel 1944 dopo essere comunque riuscita a nascondere numerosi disegni prodotti nel corso di quella tragica esperienza. Scrive a tal proposito Lalatta Costerbosa nell’introduzione al volume che con il suo intervento dedicato alla Dicker-Brandeis, Elizabeth Otto “ci restituisce l’appassionato ritratto di un’artista, in parte sottovalutata a fronte del suo valore artistico ed esistenziale e, più in generale, ci offre l’occasione per riflettere sull’immagine della donna nella Scuola, tra luci e ombre (tra il 1919 e il 1933, si registra l’attività di ben 462 donne, ovvero, un terzo dei frequentanti le lezioni e i laboratori è costituito da ragazze). Ma tutto questo fermento, questa libertà ed energia, si innesta – dobbiamo ricordarlo – su uno sfondo angosciante; ci raggiunge insieme al sentore cupo dell’incombente tragedia: dell’approssimarsi, ormai, delle deportazioni, degli internamenti nei lager, del genocidio”.
Oltre alla Dicker-Brandeis, ricorda la studiosa, vengono uccise almeno altre otto donne del Bauhaus; tra queste trovano la morte ad Auschwitz Zsuzska Bánki, Otti Berger e Lotte Rothschild. “Palpabile, persino mortale dunque, è l’intersezione tra il Bauhaus e il suo tempo: un mondo che conosce proprio negli anni dell’affermazione del movimento la sanguinaria vicenda del nazismo. Una violenza che il Bauhaus, in un certo senso, immortalò attraverso l’obiettivo di un’altra sua esponente, Ricarda Meltzer, compagna dell’artista comunista, ebreo, sempre legato al Bauhaus, Heinz Schwerin. Ricarda Schwerin nell’esilio sulle Montagne dei Giganti, nell’attuale Repubblica Ceca, riesce a documentare per tre mesi i segni delle efferatezze più disumane, le tante torture, inflitte dai nazisti agli internati sfuggiti dai campi di concentramento, in un reportage fotografico (l’altra sua passione accanto alla costruzione di giocattoli in legno per bambini). Saranno sempre suoi inoltre negli anni alcuni tra gli scatti più famosi per il mondo intellettuale, molti dei quali compiuti in occasione dei lavori del processo giudiziario a carico di Adolf Eichmann a Gerusalemme”.
Il volume si chiude con saggio di Franco Farinelli incentrato sull’influenza esercitata dal Bauhaus sul pensiero e sulla pratica dell’artista argentino Tomás Maldonado a proposito di design industriale e ambientale.
Sono dunque tanti i motivi per cui vale la pena rileggere, soprattutto oggi, una delle esperienze culturali, artistiche, lavorative e didattiche più innovative della prima metà del Novecento. Di cose da dire a noi oggi sembra averne ancora parecchie.








Marina Lalatta Costerbosa (a cura di)
La costruzione del futuro. Il Bauhaus a cento anni dalla fondazione
Mucchi Editore, Modena, 2019
pp. 255

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