“Tutti noi riusciamo a vivere solo perché, a un certo punto, ci rifugiamo in una menzogna, una qualsiasi. Lui invece non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo: è assolutamente incapace di mentire, come è incapace di ubriacarsi. Franz è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È un individuo nudo tra individui vestiti”.

Milena su Franz Kafka

Lunedì, 20 Novembre 2017 00:00

Vulnus della memoria

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Si dice che il tempo guarisca le ferite, ma ci sono ferite che il tempo non rimargina, forse proprio perché hanno a che fare con il tempo, quello che è passato, il nostro passato, la storia.
Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) si sta aprendo ad una presenza tentacolare sul territorio, integrando gli aspetti della fruizione e della tutela con la comunicazione con le altre forze intellettualmente produttive. Il 14 e 15 novembre ha ospitato un seminario internazionale di studi, durato due giorni, organizzato insieme all’Università degli Studi di Napoli Federico II e accreditato dall’Ordine degli avvocati di Napoli, dedicato al traffico illecito e alla distruzione dei beni culturali: Archeologia ferita. Lotta al traffico illecito e alla distruzione dei beni culturali.

Giuristi, archeologi, forze dell’ordine, giornalisti si sono confrontati multidisciplinarmente su approfondimenti giuridici, prassi di tutela, casi studio, per fare il punto su un tema che entra nel dibattito contemporaneo solo in occasione di eclatanti sequestri, per poi tornare nell’ombra il giorno dopo, come se una sorta di pudore, come è stato detto, o di colpevole indifferenza, tornasse a ricoprire vicende che poco hanno di romantico e molto, invece, di concreto, di concreta aderenza a pratiche ed ambiti criminali che inquinano la società contemporanea.
Il seminario è stato anche la cornice nella quale è stato consegnato il premio Person of the year 2017 dell’Osservatorio internazionale archeomafie all’archeologo Giancarlo Garna, che ha condotto scavi in Siria e più di recente in Iraq, in prima linea nella tutela del patrimonio archeologico, in Italia e all’estero, e soprattutto impegnato nella difficile opera di tessitura diplomatica che le missioni in paesi “difficili” comportano. La pace può essere considerata un ideale utopistico, impossibile considerata la violenza che sembra insita nella natura umana da Caino in poi, ma dalla conoscenza può nascere il rispetto reciproco, dalla conoscenza del proprio passato può nascere l’orgoglio e la volontà di difendere la propria terra dall’avanzare della barbarie, da schiere di sedicenti combattenti islamici, l’Isis o Daesh che dir si voglia, che in realtà non hanno nulla a che fare con l’Islam, ma perseguono un proprio progetto politico e, soprattutto, economico. In pochi minuti Giancarlo Garna ha tratteggiato un quadro di traffici, legati e spesso conseguenti alle spettacolari e propagandistiche distruzioni e saccheggi di monumenti operati dai militanti dell’Isis.
Gli ultimi anni sono caratterizzati da una crescente, seppure generica, richiesta di cultura da parte della società, che tuttavia raramente approda ad una reale consapevolezza del patrimonio culturale, ma spesso si concretizza solo in iniziative di edutainment, intrattenimento educativo. Chiariamo subito: non si tratta qui di condannare l’intrattenimento in nome di una presunta serietà della cultura che dovrebbe condurci tutti a vagare con lo sguardo grave per le sale di un museo, ricolmi di timore reverenziale, sussurrando come ladri per tema di essere scoperti a respirare o, peggio ancora, a godere creativamente di ciò che si sta osservando. Questa non è cultura, ma solo un paludato scimmiottamento di essa. Il problema che qui si pone è quello della necessità di trasferire, in tutti gli strati della società, la nozione che il patrimonio culturale non è solo un insieme di oggetti di cui godere esteticamente o dal quale trarre una legittimazione in nome della loro antichità. Il patrimonio è anche questo, certo, ma il patrimonio è tale, come è stato ripetuto in varie forme da tutti i relatori, per quello che ha da raccontare, per quello che ha da trasferire al presente, perché i beni (culturali) da cui è composto possano essere utilizzati dagli esseri umani del presente per costruire il proprio futuro. Il patrimonio culturale è risorsa da tutelare perché possa esplicare il proprio ruolo, perché possa fruttare per noi e per le generazioni future.
Ogni manufatto del passato, seppure frammentario, racconta almeno una storia: come è stato fatto, quando, da chi, dove, in quale contesto produttivo, per chi è stato fatto, a chi è stato donato o venduto, dove è stato rinvenuto, in quali circostanze, associato a quali altri materiali, come è stato scavato, da chi, con quali tecniche e quali motivazioni, cosa ha significato la sua scoperta, come ha influenzato la collettività... queste sono solo alcune delle domande che ci si può porre, domande cui solo lo scavo stratigrafico e una accurata schedatura dell’oggetto possono rispondere. La storia può essere considerata come un libro di cui abbiamo perso molte pagine, di cui i singoli oggetti e i monumenti rappresentano solo dei frammenti, più o meno grandi, da cui cerchiamo di ricostruire l’intero.
Ogni oggetto sottratto al proprio contesto, ogni oggetto scavato illecitamente, trafugato, smembrato cessa di essere una risorsa, cessa di essere parte di un patrimonio, ma resta solo un oggetto, muto, fine a se stesso, passivo, può essere goduto esteticamente, ma non ha più nessuna storia da raccontare.
Di tutto questo, comunemente, non si parla. Quando si pensa al traffico di reperti archeologici l’immaginario comune dipinge il ritratto romantico del tombarolo, che lavora di notte, alla luce della luna o di una torcia elettrica, per portare alla luce i tesori delle civiltà sepolte. Il tombarolo viene alternativamente visto come un poveraccio, che si arrangia come può con la ricerca di “tesori”, e un appassionato, che cerca la bellezza dell’antichità e (!!!) la preserverebbe dalla cementificazione. La due giorni del MANN, se ce n’era bisogno (e forse ce n’è bisogno, fuori della cerchia degli addetti ai lavori), ha chiarito che non c’è nulla di romantico in questa bassa manovalanza criminale, non c’è niente di romantico negli oscuri ricettatori locali, nei trasportatori (che seguono gli stessi canali “sicuri” del traffico di droga e armi), nei collezionisti, che investono in opere d’arte, e nei grandi e piccoli musei, che acquistavano, e talvolta continuano ad acquistare, reperti archeologici di dubbia provenienza.
Se c’è un’offerta di reperti clandestini è perché c’è una domanda, in un circolo vizioso che si alimenta a vicenda e che ha come effetto il depauperamento del patrimonio dei popoli, di ciascuno di noi. Il nocciolo del problema, infatti, non è la violazione di legge, della legge dei singoli Stati, ma la sottrazione di informazioni, di quel bagaglio di possibili storie, che ogni scavo clandestino comporta.
“La storia siamo noi”, cantava De Gregori, ed è vero, perché la storia è il prodotto dell’interazione tra gli esseri umani tra di loro e con l’ambiente, la storia è fatta di grandi monumenti e semplici capanne, di capolavori artistici e oggetti seriali, di parate militari e azioni quotidiane e ripetitive, di regnanti e governati, di uomini illustri e oscuri protagonisti. Ogni società del presente è il frutto del passato, la conoscenza della storia ci dice qualcosa di ciò che siamo e può darci indicazioni feconde per essere ciò che vogliamo nel futuro, e non per un gioco di corsi e ricorsi storici, perché la storia non si ripete mai identica a se stessa.
Se si abdica alla storia, se si preferiscono gli oggetti muti, si rinuncia ad una parte di noi e al posto di germi fecondi per il futuro resta solo la ferita, il vulnus: la ferita nel terreno, il fosso dello scavo clandestino, potrà rimarginarsi, riempirsi, ma lo squarcio nella memoria è incancellabile, proprio perché ha cancellato ciò che avrebbe potuto raccontare.

 





Archeologia ferita. Lotta al traffico illecito e alla distruzione dei beni culturali
comitato organizzatore
Paolo Giulierini (Direttore del MANN), Luigia Melillo (Responsabile dell’Ufficio Relazioni Internazionali dell’Ufficio Restauro del MANN), Daniela Savy (Università degli Studi di Napoli Federico II)
comitato scientifico Paolo Giulierini (Direttore del MANN), Valeria Sampaolo (Conservatore capo del MANN), Paola Rubino de Ritis (Responsabile dell’Ufficio Mostre e Prestiti del MANN), Luigia Melillo (Responsabile dell’Ufficio Relazioni Internazionali dell’Ufficio Restauro del MANN), Daniela Savy (Università degli Studi di Napoli Federico II), Luca Luparia (Osservatorio giuridico sulla tutela del patrimonio culturale – Università Roma Tre)
con il patrocinio di Regione Campania, Comune di Napoli, Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, Europe Direct, OGiPaC, dipartimento studi umanistici
segreteria organizzativa Giuseppe Codispoti, Annamaria Cafarelli, Cinzia Martorelli (Coopculture)
coordinamento servizi educativi, promozione, comunicazione, ricerca e valorizzazione del MANN Lucia Emilio (responsabile), Amelia Menna, Elisa Napolitano, Antonio Sacco, Angela Vocciante
uffici stampa Francesca De Lucia (MANN), Antonella Lacchin (Villaggio Globale), Maria Esposito (Federico II)
Museo Archeologico Nazionale Napoli, Sala della Meridiana
Napoli, 14 e 15 novembre 2017

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