“Lumino oscillante, un uomo camminava di notte sulla riva del mare tenendo una pila puntata su un libro. Chi cazzo è? Italo Calvino, mi dissero”.

Edoardo Albinati

Lunedì, 20 Marzo 2017 00:00

Jeanne Fredac, racconti fotografici socio-culturali

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Ci vogliono alcuni anni per passare in rassegna dei luoghi, per cercare sia ciò che vuole essere trovato sia quello che vorrebbe continuare ad essere celato ai nostri occhi. Jeanne Fredac ha camminato adagio lungo le strade della Germania Est, scovando fra gli scomparti di uno spazio inabitato ed impolverato il lascito di quel tempo che fu.

La desolante e pacata dignità di stanze che una volta erano private e che in fondo sono rimaste tali grazie alla silenziosa assenza di visitatori, i grandissimi ambienti pubblici sul punto di collassare definitivamente ma in realtà sospesi ancora e sempre in bilico su quel sottile filo, abitano le fotografie tratte dal lavoro Rovine contemporanee.
Non una teoria di specifici indirizzi, non un’enciclopedia di precise zone e quartieri, ma posti sparsi in quella terra dell’est, suggeriti da una luce caratterizzata talvolta dalla qualità olandese della trama, quale potrebbe essere in un dipinto di Vermeer, come nell’immagine della camera dalle mura consunte e “squamate”, in cui regna un elegante pianoforte di legno. Ciò che interessa all’autrice girovaga, nata in Germania, naturalizzata francese ed ufficializzata cittadina del mondo, è qualcosa che ricusa la fretta, è lo stesso percorso che l’ha portata a tali immagini; una raccolta paziente di ombre, dettagli e luce che non possono essere afferrati in una sola occasione, pena la perdita dei momenti più autentici offerti da quel determinato luogo. Come un’attenta ricercatrice ella si reca più volte nelle medesime stanze, negli edifici, nei teatri abbandonati, e lì aspetta l’istante giusto per scattare. È lei stessa a parlarci della sua abitudine di utilizzare l’analogico, della scelta per cui la grana dell’immagine ci inviti a varcare la soglia ed entrare all’interno di quel mondo e non si proietti aggressivamente fino a schiantarsi sui nostri occhi impassibili come potrebbe accadere con il digitale, a causa di un eccessivo nitore delle linee, di un’innaturale ridefinizione dei particolari.
Fra tutte le opere pochissimi sono i segni evidenti della politica, tanti invece quelli della storia sociale, intima, di quel versante di Germania, del modo in cui il teso ed oppressivo corso degli eventi si sia tradotto, invadendo l’esistenza delle persone, investendo della sua ondata devitalizzante il loro mobilio, i loro spazi, gli oggetti quotidiani più direttamente collegati alle loro vite, dai più semplici e mesti ai più vividi e grandiosi. Osserviamo insieme al console di Francia a Napoli, Jean-Paul Seytre, la piastra metallica su cui si staglia la fotografia di un interno disastrato, una sorta di locale delle caldaie annerito che presenta in primo piano un tubo metallico massiccio, esteso in senso verticale. Scopro che la piastra su cui è posto lo scatto è proprio lo stesso oggetto che si trovava nel luogo fotografato, nell’angolo al di sopra del lavabo. Sulla parete ancora presente l’impronta scura della sua sagoma, la quale riporta nella zona inferiore un ritaglio irregolare sul bianco sporco dell’intonaco. L’oggetto conserva infatti alcuni dei pezzi di vetro rimanenti sul margine inferiore della figura rettangolare, quei pezzi che un tempo andavano a comporre il piccolo specchio. Una porzione della realtà “incisa” su carta fotografica è così traslata nella nostra contingente realtà, facendo persistere quell’impressione visiva come immagine dentro l’immagine tangibile di un oggetto, una testimonianza riscaldata dai toni bruniti dell’ossidazione, dalla carta ingiallita dei frammentari ritagli apposti lungo il profilo del riquadro, ancora un invito a far scorrere lo sguardo in profondità, dentro la dimensione dell’opera, e non viceversa.
A fianco delle Rovine contemporanee, le quali si snodano lungo gli ambienti dell’Istituto Grenoble e del Goethe Institut, si mostrano le fotografie della serie Cuba, all’interno dell’istituto culturale spagnolo di Napoli, il Cervantes. Qui lo sguardo della fotografa cattura il colore di una società che si rimesta continuamente, raccontando, anche in questa sede attraverso oggetti e luoghi afferenti all’umanità più che attraverso soggetti ed azioni, l’esuberante spirito di un popolo ed una terra grandiosi ed insieme decadenti, in ascesa ed in rovina allo stesso tempo, per certi versi all’interno di una sospensione della propria identità, che è però, a differenza di quella della Germania dell’Est, trepidante di situazioni ed attese poiché animata dalla vita e non immortalata dall’autrice nell’involucro della memoria, seppur di una memoria chiaramente preziosa e densa di nuove e feconde potenzialità. La proposta culturale qui offerta nel molteplice lavoro di Jeanne Fredac è così sostenuta dalla scelta di condivisione dei tre istituti, che a Napoli trovano terreno fertile per la diffusione dell’idea di un reale incontro fra culture, di un continuo interscambio e di un’entusiasta compartecipazione la quale, ruotando intorno all’arte, promuoverà lo sviluppo di altri progetti a venire, già in nuce.

 

 

 

 

Jeanne Fredac
Rovine contemporanee
Institut français Napoli e Goethe-Institut Neapel
Cuba
Instituto Cervantes Nápoles
Napoli, dal 9 al 24 marzo 2017

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