"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Roberta Andolfo

“Locked”, l'identità segregata. Un cortometraggio

Locked è espressamente votato all’idea di un’impavida introspezione. E così, nel silenzio degli affetti da cui si è stati allontanati, nel silenzio della privazione totale e nella solitudine della segregazione, lì dove si è in contatto, per coercizione, con quella realtà consistente nell’essere soli, sempre, con se stessi, il più grande mistero della vita lo si ricerca nella pura semplicità del desiderio indiscusso, primordiale e fondante l’esistenza. In quella libertà che sola permette di scardinare la desolazione in cui ognuno è immerso per formare legami con il mondo e con gli altri, nel modo che più ci appartiene.

Il fragore del silenzio (Quarta parte)

... l’ultima immagine di quel viso e di quelle cangianti ciocche svanì fra le trame sovrapposte di bianchi merletti. Anche quelli, a poco a poco, si dissolsero del tutto. Sulla parete dei morti, poco oltre una profonda crepa tra le lastre di marmo, il ritratto di un uomo corpulento e non troppo anziano, con baffetti da sparviero ed un elegante cappello da chef, di quelli morbidi che scendono dolcemente su di un lato della testa, mi sorrise in modo galante. Di nuovo avvertii la musica girarmi intorno ed ebbi di fronte il soffice copricapo bianco, inghiottito da uno sfarfallio di nubi opalescenti, sfrangiate sullo sfondo di un cielo terso, in pieno giorno. Sotto quella luce accecante, d’un tratto, l’argenteo grigio di un masso calcareo si frantumò in una miriade di piccole pietre...

“Gyneceo”, il tempo della consapevolezza

La semplicità di una vita, e del dolore nella vita. La facilità e la velocità con cui si arriva a soffrire, con cui si incorre nell’errore e si incespica nelle situazioni che compongono il percorso, facendo torto a se stessi, scoprendo a poco a poco, con il passare del tempo, che in fondo di chi può essere la colpa, se non nostra?

Riflessioni sul “nuovo” e sull'espressionismo astratto

Senza il passato non si crea il futuro. Se l’eredità del passato è ingombrante forse bisognerà infrangerla allo scopo di approdare al nuovo, ma per provocare la rottura si avrà bisogno che quel passato esista appieno, che sia percepito come reale, consistente, già lontano e insieme ancora vicino.

Il fragore del silenzio (Terza parte)

... I miei occhi erano ancora all’altezza di quelli dell’anziano canuto, fin quando delle due sagome rimase solo una lieve traccia. Poi il mio sguardo venne attratto dalla sofisticata acconciatura di lei. Si trattava di un tre quarti, forse degli anni trenta del Novecento. Una donna matura dai tratti piuttosto decisi e vivaci, mora, con i capelli raccolti in diverse trecce che terminavano annodate sulla nuca, e con qualche etereo, sottile boccolo lasciato sciolto ad incorniciarle il viso. Una di quelle ciocche iniziò ad ondeggiare lieve al sospiro del vento, dipartendosi da un volto improvvisamente ringiovanito, mentre le note di Satie sfumavano in quel soffio e tutt’attorno ai boccoli il colore dell’aria virava rapidamente nello scurissimo bleu della notte...

Il fragore del silenzio (Seconda parte)

Mi avvicinai alla parete di loculi sospesa nella nebbia, al di sopra di quelle fosse che si datavano a non più di un secolo prima, ma avevano l’aria di appartenere a tutt’altra epoca. Il muro bianco dava le spalle alle strutture in vista del cimitero, che affacciavano sulla parte interna, verso il viale di cipressi. Il posto non godeva dello stesso livello di manutenzione della zona più nuova, si vedevano alcune crepe sparse qui e lì lungo gli spazi fra le lastre di marmo e talvolta anche sulla superficie delle stesse. C’era qualche pianta rampicante. Pensai che quell’angolo per così dire “ameno” fosse degno argomento del più evocativo dei racconti d’ispirazione romantica, e decadente.

Il fragore del silenzio (Prima parte)

Mi trovavo nel piccolo e solitario paese, nel suo più puro ricordo d’inverno. Ero arrivata già da due giorni e mi ero sistemata per bene nella casa anticipatamente fredda di neve, di quella che non era ancora caduta e che il meteo preannunciava per la settimana seguente. “Qual buon vento?” l’interrogativo più comune, tra gli sparuti abitanti rifugiati nelle proprie case, era questo. Ognuno trovava il suo personale modo per domandarmi la ragione di quel soggiorno. Qualcuno mi chiedeva della famiglia, voleva sapere quanto mi sarei trattenuta in quel nostro tranquillo villaggio. “E viene anche tuo marito?” mi chiedevano, affrettandosi poi a sapere “come stanno i ragazzi?”.

“The Generi” e Maccio Capatonda

Questi nostri ultimi anni sono stati caratterizzati da diverse situazioni cinematografiche, dal riaffiorare di una sperimentazione e di una volontà di approfondimento di tematiche di cui si è poco usufruito, di specifiche istanze che complicano e condividono in modo puntuale una molteplicità di prospettive afferenti a quei gruppi ed a quegli individui che hanno ancora poca voce pur essendo parte strettamente integrante dell’identità sociale. Un lavoro più ricercato, nel cinema d’autore come in quello indipendente o nelle produzioni web e televisive, sta interessando già da un po’ anche la nostra Italia. L’offerta torna finalmente ad essere diversificata e, passando in rassegna le varie proposte, non può non balzare agli occhi un fenomeno del genere comico abbastanza nuovo ma già fortemente radicato nella nostra cultura mediatica, curioso fattore di disarmante umorismo: Maccio Capatonda.

L’ottava meraviglia del mondo in mostra a Napoli

Nel cuore dell’antichissima città, all’interno della Basilica dello Spirito Santo, si trovano ora riuniti centinaia di simulacri di persone un tempo viventi, guerrieri cinesi facenti parte dell’esercito del III secolo avanti Cristo, la grande armata del Primo Imperatore Qin Shi Huangdi, “ottava meraviglia del mondo” racchiusa tutta nella riproduzione di figure umane, cavalli, armi, oggetti e carri da utilizzare sul campo di battaglia.

Numero civico (quinta parte)

Alla fine dovetti cedere alle circostanze, quando le iridi sbarrate, grigie ed immobili fecero luce sulla tragedia che si era appena compiuta nello studio situato al civico duecentonovantanove. Stavolta non si trattava di una situazione in cui ci si poteva ritrovare per puro caso, assistendo all’altrui delitto per mano di una fredda, irruenta, spietata essenza maligna fattasi persona. Stavolta io ero al centro. IO ERO quella malignità personificata, non più la creatura che ora si era dissolta per restituire la vera forma a quel corpo umano giacente sul pavimento.

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