“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Roberta Andolfo

“Urban Rainbow” al Museo Michetti

Al Museo Michetti si apre un percorso già aperto, inoltratosi nei diversi spazi dell’arte, proiettatosi nel campo visivo di architettura, pittura, scultura, performance, dell’installazione e del design. Franco Summa, chiamato a risintonizzare le aree del museo sui diversi canali del proprio cammino artistico/filosofico, presenta un’accurata selezione delle “invenzioni” concretizzate da metà anni ’70 ad oggi.

"Segni svelati", opere grafiche per la Cappella Sansevero

Disvelare il segno. Disadornarlo per poter osservare la verità di cui si ammanta, di cui è portatore. Una volta fatto questo ricoprirlo nuovamente, ricostruirne la segretezza, reintegrandone il senso. È l’eterno processo di approccio al simbolo, che si rinnova all’infinito. Ed è affascinante quanto l’apparato semiologico e simbolico possa essere antidoto al fraintendimento di un messaggio, quanto possa fungere da catalizzatore di energie, di componenti sottese a quel messaggio, che vengono interiorizzate proprio perché mostrate di traverso, tra le righe.

Otto artisti giapponesi a Villa di Donato

Villa di Donato, con il suo essere così nel mezzo delle cose della città, ed allo stesso tempo distinguendosene ed elevandosi dalla “norma”, dai vicoli più contorti, dagli angoli solo abbozzati e dai modesti dettagli dell’abitato circostante, fascinosamente incongrui, è in grado di guidarci in uno scenario a parte, in una porzione al di fuori dell’urbe, come calatasi in quel luogo per incanto. Ma fa questo senza alterità, senza volontà di trionfo sugli anditi più dimessi, bensì restando “aperta” a ciò che l’attornia, e soprattutto a coloro che vogliono scoprirla.

Intervistare Leonardo

È intima e ad un tempo formale la conversazione che si intesse fra intervistatore e intervistato. Imbarazzata, magari da uno solo dei due punti di vista, congestione di sguardi e perlustrazione di aride o rigogliose lande mentali, di fresche idee o stantii pregiudizi, è indagine da parte di chi domanda ed anche di chi risponde. È spettacolarizzazione per visionari avidi di pensieri o pettegoli ricercatori di misere bassezze, di sciocchi ritegni o sfacciate quanto inutili confessioni. Ma cosa accade quando si interroga il passato? Cosa, quando il nostro passato è racchiuso in una mente che è stata in grado di oltrepassarlo e preludere a tutto ciò che di più impensabile sarebbe stato in giorni lontani, nei nostri giorni? Il Leonardo di Finazzer Flory è conscio di essere chiamato a rispondere dal nostro presente. Ed il confronto è divulgazione, tentativo di soddisfare curiosità emotive oltre che razionali, e visione suggestionata ancor prima che suggestiva. Ma il gioco consiste nel far sì che questa consapevolezza si fermi alla conoscenza del momento temporale, in modo da restituire un Leonardo che, per quanto immaginato, risulti il più credibile ed il più “integro” possibile.

Rosaria Matarese e “L’Uroboro (che) si rigurgita”

Si va avanti e indietro fra le sale, come stanze private delle strutture/relitti/rovine dell’artista, cercando non tanto una direzione, e di certo non un’univoca e sintetica assimilazione di quel tutto che così tanto difende il suo essere diversificato e mutabile, bensì il sostrato del diverso. La sottodimensione in cui non solo gli assemblaggi, i disegni e le variegate installazioni comunicano con noi, ma noi stessi comunichiamo con loro, agendo sullo status quo, perturbandolo e modificandolo in parte, senza che l’identità donata dall’artefice venga irreparabilmente dissolta.

"Gran Serata Futurista" a Napoli

Lo spazio bianco della sala inizia ad essere rapidamente intriso di un’atmosfera che si legge, e si vuole, ad un tempo sognante e concreta. Tra, e sul pubblico, s’insinua ed aleggia la consueta calma in attesa della performance, ma stavolta qualcuno si starà figurando quale relazione, quale contrasto potrà esservi tra la silenziosa concentrazione degli spettatori e l’irruenza, la quale è da considerarsi promessa, di un’esibizione che s’immagina, molto più di altre, conformata in un corpo di pura energia, saettante missione creativa.

“Polifonia di un paesaggio”. Fino a che punto possono sfiorarsi pittura e musica?

Quelli che nel gruppo degli esperimenti di interazione tra i due campi, l’arte visiva e la musica, possono essere considerati lodevoli, hanno riflettuto sull’argomento prendendo in esame diversi punti di vista, esplorando di volta in volta le reazioni di due diversi organi di senso a stimoli di natura così differente eppure in un certo qual modo affine. E proprio su questo “modo” si sono intessute le dissimili e ripetute incursioni da un mezzo all’altro.

Isotta Bellomunno o il ritorno all'origine feconda

Componenti di diverse iconografie si interfacciano, si mescolano o si “cambiano d’abito”, in questa personale di Isotta Bellomunno. Nel bel mezzo della ricerca, o meglio, nell’atto di riproporre la riflessione su di un “eterno femmineo”, si presenta qui il compendio dei risultati e delle tracce di un lavoro materico e concettuale che scorre l’immaginario personale  e collettivo per ritrovare il punto in cui i due sentieri, talvolta vere e proprie fazioni in lotta, si manifestano come inscindibili e a tratti, forse, addirittura interscambiabili.

“Oltre lo specchio”: la personale di Maryam Bakhtiari

Nel segno di Maryam Bakhtiari la musicalità della vita dipana la linea flessibile della grafia, trasformando quello che è il midollo strutturale della letteratura in arte da leggere e da ascoltare, attraverso sottili vibrazioni. In Oltre lo specchio ci troviamo a conoscere un sentiero fatto di sezioni di memorie ed idee, resi come battiti secchi o melodiosi, sfrangiati o netti, in un ritmo battente ed armoniosamente cadenzato dove gli elementi s’intrecciano, si solcano e sfiorano in una composizione informale limpida e a un tempo fluida, sfuggente, proprio come in un riflesso.

Il progetto senza nome. L’arte in cinque personalità

Nell’antro dell’Università del Volo de L’Aquila, illuminato dal sole splendente di una giornata insperatamente calda, si è potuta ammirare un’esposizione energica e fugace, a cura di Eleonora Serafini, preludio ad una serie di mostre che seguiranno prossimamente in altre città, originate dalla volontà di mettere in scena un dialogo fra le anime creative dei loro stessi protagonisti e dunque fra ciò che da esse è scaturito. Le radici eterogenee dei diversi artisti arricchiscono un percorso d’arte che è confronto ed “azione congiunta” di diverse poetiche, nate in Sicilia, a Roma ed in Iran, in Campania, in Abruzzo ed in Francia, per giungere ad un’armoniosa ricognizione del più recente “paesaggio” artistico il quale supera i confini nazionali ed europei ed investe del suo sguardo l’intero mondo.

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