"Adesso tocca a noi, agli uomini senza talento. È arrivata la nostra ora!"

Sándor Márai

Domenica, 22 Luglio 2018 00:00

Sentieri interrotti, cammini da ritrovare: "Holzwege"

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A venticinque anni dalla sua morte, Loredana Putignani ricorda con un duplice omaggio – un laboratorio e uno spettacolo – il grande Antonio Neiwiller, autore di una ricca e variegata ricerca e sperimentazione teatrale, svolta durante quel ventennio '70-'90 così importante in quanto segna un passaggio epocale di cui noi oggi, volenti o meno, siamo figli. Un artista ancora inesplorato in fondo, nonostante importanti riconoscimenti, come del resto tutta la storia di quella stagione dell'avanguardia teatrale; esperienze che rappresentano invece un tesoro storico fondamentale per trovare, ritrovare o inventare linguaggi e coordinate per un'epoca caratterizzata proprio dalla mancanza di coordinate forti e punti di riferimento stabili, sempre più abbandanata alla sola logica del mercato, anche nella produzione artistica.

In questo modo la rassegna del NTFI ha potuto ospitare una settimana di laboratorio dedicata a Neiwiller e Kantor, una trentina i partecipanti, in cui tra l'altro sono stati proiettati molti documenti audiovisivi risalenti anche agli anni in cui Loredana Putignani ha lavorato a stretto braccio con l'artista, un'esperienza 'eccezionale' vista la scarsa reperibilità in giro dei documenti esistenti. Ad accompagnare il percorso non poteva mancare Antonio Grieco (autore del fondamentale L'altro sguardo di Neiwiller, L'ancora del Mediterraneo) e Marta Porzio (autrice tra l'altro del prezioso e pionieristico studio La resistenza teatrale, Bulzoni), voluta dalla regista per collaborare alla realizzazione della messa in scena.
Lo scenario della Chiesa della Misericordiella ai Vergini è più che suggestivo, accompagna i momenti della performance e interagisce con essa divenendone parte integrante, in un percorso di suoni, proiezioni video e luci, e la presenza di un attore, che guida gli spettatori all'interno dei vari locali e sotterranei della chiesa.
Si entra in quindici alla volta (per tre repliche a serata) e appena varcata la porta, dietro la lunga tunica bianca di un tuareg girato di spalle e rivolto verso la parete di fronte, è posta a terra una scritta illuminata di alcuni versi del poeta Rilke, come a offrire una ‘traccia’ dei “sentieri interrotti” da percorrere (Holzwege, da un'opera di Heidegger) che dà il titolo allo spettacolo:

“dalle mani del mercante / la bilancia passa / all’Angelo che in cielo / la placa e pareggia con lo spazio”.

L'apertura della poesia indica uno spazio oltre e altro, non asservito a interessi e ‘commerci’, in cui le cose si illuminano di nuova luce, si mostrano al di là dell'apparenza, del ‘discorso’ della “quotidianità inautentica”, per utilizzare una terminologia heideggeriana.
E così, la figura dell'immigrato, del migrante, su cui da sempre Loredana Putignani ha lavorato, è incarnata dal nobile aspetto del tuareg vestito con una lunga tunica tradizionale bianca che, entrando nella sala, vediamo immobile osservare le immagini proiettate di fronte sul soffitto dell'altare, anch'esse immagini di immigrati, provenienti da altri lavori della regista. Eppure sotto la tunica spunta una camicia bianca con una cravatta nera, segno del contrasto/incontro di identità e culture differenti, di viaggi in direzioni diverse che si incrociano. Tiene in mano una sorta di nacchere metalliche, uno strumento tradizionale, che comincia a suonare mentre l'audio manda ritmi africani. Si muove pochi passi fino a tramortire a terra.
Il quadro successivo è centrato sul movimento strisciante del corpo del tuareg lungo il pavimento verso l'altare (ormai privo di tunica e vestito tutto all'occidentale), che si muove ad intervalli, corrispondenti all'intermittenza della luce che illumina il suo corpo, al suono ritmico che riprende e si arresta, e la scena di un cavallo che rotola per terra e fa per rialzarsi, proiettata in verticale proprio sopra la linea disegnata da una colonna dell'altare: fasci sonori, visivi e corporei che si ripetono semplici e uguali diventando un sussulto ciclico di una forza elementare, ma essenziale, vitale. Sul pavimento sono proiettate delle figure chiare, come delle finestre con al centro delle croci, che rimangono visibili anche quando abbandoniamo lo spazio.
Uscito di scena l'attore, seguiamo le maschere che ci portano per le scale di tufo e ci conducono in un nuovo locale nel sotterraneo. Da un'altra stanza il tuareg esce lentamente facendosi spazio tra gli spettatori con un sibilo, un fiato che diventa un vento che porta immagini chiare che illuminano le pareti della stanza in cui l'attore si inoltra, con passo cadenzato, ancora sibilando frasi incomprensibili, fino a scandire sempre meglio, con lentezza, sempre più chiaro, “ricordo... mio nonno... mi parlava della terra... promessa”, citando poi Pasolini: “In nome degli uomini semplici che la povertà ha mantenuto puri / in nome della grazia dei secoli oscuri / in nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato”.
Le azioni del corpo, insieme con i suoni, le immagini e lo spazio che si attraversano e corrispondono, semplici, scarni e ripetuti, anziché un volto da compatire dell'immigrato, restituiscono una figura evocativa di qualcosa che potremmo chiamare il sacro, l'essenziale, ciò che rimane quando le cose sono sfrondate, “l'invisibile”, per riprendere invece Rilke, una dignità e ricchezza profonda, la speranza di un tesoro e di una bellezza da condividere. E l'attore stesso, così vicino al pubblico, spesso a muoversi tra esso, nel farsi spazio per passare, più che allontanare sembra volere accogliere gli spettatori, come in un abbraccio, o in un racconto.
Anche la presenza, tra le immagini proiettate, della stella di David con figure geometriche interne, oppure la forma di un sistema concentrico che sembra disegnare i movimenti degli astri, sembra suggerire una visione profetico-messianica, un orizzonte cui dirigersi che trova nel passato la sua forza, “la scandalosa forza rivoluzionaria del passato”. Come se il sentiero del destino fosse inscritto, nonostante tutto, nella risorsa storica del proprio patrimonio culturale, per quanto fragile possa essere (due piatti che si infrangono a terra all'improvviso!), quasi a suggerire l'esistenza di leggi profonde, ‘cosmiche’ o ‘geometriche’, che regolano le forze e le spingono in avanti, così come mostra la danza dell'attore – con i due piatti che cadono (un monito?): una danza ritmata, circolare e lieve, come le immagini che l'accompagnano, che scorrono illuminando le pareti come il muoversi delle nuvole, che vanno e vengono, e ciclicamente ritornano.

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Holzwege – Sentieri da ritrovare
concept
Loredana Putignani
regia Loredana Putignani
con video sound performed Youssef Tayamoun
foto di scena Guglielmo Verrienti
produzione Visionimigranti – Napoli Teatro Festival Italia
paese Italia
lingua italiano
durata 45'
Napoli, Chiesa della Misericordiella ai Vergini, 9 luglio 2018
in scena 9 e 10 luglio 2018

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