“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 20 Novembre 2013 01:00

Sottosuolo mancuniano

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Craig Dyer, nativo di Blackpool (a suo dire un posto terribile in cui vivere) non si sente parte di una nuova scena di Manchester – anzi, a leggere i riscontri alla loro musica sui blog dei loro fan inglesi, questi ultimi lamentano la poca riconoscenza che l’ambiente indie-rock dell’antica colonia romana riserva ai loro beniamini. È indubbio però che qualcosa nell’atmosfera di quella città abbia influenzato le scelte musicali del Nostro. Del resto è un’impressione che Craig ammette candidamente, quella cioè di sentirsi pienamente debitore nei confronti dei Joy Division.

Proprio gli alfieri del post-punk cittadino (e di tutta la scena inglese) godono del posto d’onore in una ipotetica graduatoria dei gruppi che hanno sedimentato il loro suono nelle realizzazioni personali di Mr. Dyer. Il quale rimane l’unico titolare del progetto musicale, sia compositivamente che materialmente.
La sua carriera musicale nasce come evoluzione mediale alla sua vena poetica: come dare consistenza alle sue liriche, se non imbracciando una chitarra e registrare il tutto nella propria cameretta, magari con l’ausilio di un laptop per registrare e apporre basi ritmiche al tutto? Il fai da te è la pratica cui Craig si è scrupolosamente attenuto, almeno per la registrazione dei suoi lavori, gli ultimi dei quali realizzati in un appartamento che guarda al centro della città, trovando riparo dal caos del traffico cittadino in una musica che verrebbe da dire sviluppatasi molti metri sottoterra, lontano dall’entropia metropolitana come dai colori visibili alla luce del giorno. Una musica non ricca ma scarna, essenziale, minimale, fedele all’essenzialità del post-punk e del dark originali.
A Craig non piace molto il recupero delle sonorità oscure e geometriche fatto da band contemporanee come Editors o Interpol, preferisce ispirarsi direttamente alla scena originale di fine Seventies, primi Eighties, bypassando newwave of the newwave e nushoegaze alla moda. E così dal 2009 gli Underground Youth (nome preso da una sua lirica musicata, finita poi sul primo album) pubblicano i loro lavori in formato digitale o su cd-r. Sono di quell’anno Morally Barren e Voltage, seguono nel 2010 Mademoiselle e Sadovaya. Delirium e l’ep Low Slow Needle conoscono anche una diffusione in vinile, grazie alla Fuzz Club Records che li ristampa nel 2012, sull’onda del positivo riscontro critico e di pubblico che nel frattempo il gruppo riceve, o meglio il duo, essendo la sigla divenuta il monicker di Craig e di sua moglie Olya, originaria della Siberia e impegnata a pestare le pelli della snare drum e del floor tom (sull’onda dei mitici Jesus and Mary Chain, e più vicina a noi, di Sharin Foo dei Raveonettes). Ai due si aggiunge il chitarrista Thomas Joseph Evans da Liverpool per accompagnarli nei live e nelle registrazioni di questi ultimi lavori. Seguono un sette pollici che recupera due tracce da Sadovaya (Morning Sun e Art House Revisited) ed uno split dall’analogo formato condiviso con la band americana Lil Daggers (Juliette è l’inedito per questo 45 giri a marchio Song Toad Records). Completa la discografia The Perfect Enemy for God (Fuzz Club Records) uscito nell’agosto di quest’anno.
Il tour di presentazione dell’album li ha condotti per un lungo giro in Italia: giovedì 14 novembre hanno fatto tappa al Godot Art Bistrot di Avellino, che si conferma nella sua gestione attenta ad un’offerta interessante e di qualità della scena contemporanea indipendente. Sotto le immagini in bianco e nero di Metropolis Craig e Olya si sono presentati con Mark al basso e David alla seconda chitarra, nuovi elementi cooptati per i live, a conferma dell’esclusiva titolarità dell’impresa.
Apre la serata Strangle Up My Mind e nel pubblico si staglia netta e immediata l’impressione di ritrovarsi al cospetto di Ian Curtis e soci, impressione avvalorata dal particolare riverbero che si genera nel locale, quell’eco frutto dell’intuizione di Martin Hannett in sede di registrazione dei Joy Division alla Factory. Il ritmo aumenta per I Need You (ancora da Delirium) e la voce di Craig sembra quella di un Dave Gahan nel periodo più oscuro dei Depeche Mode. Le chitarre intrecciano gli effetti sul dark minimale di Art House Revisited prima che il ritmo si faccia più sostenuto per il primo brano dell’ultimo album, In The Dark I See. La fissità del suono e del cantato potrebbe essere quella dei Red Lorry Yellow Lorry e delle loro granitiche bordate nervose. Il pubblico si smuove sulle note di Morning Sun che assume giri armonici shoegaze per un cantato che riporta alle inflessioni di Adrian Borland dei Sound. Ritmo ancor più accentuato e tiepide aperture melodiche nella musica di Delirium, che risulta molto più potente che su disco, come in generale tutto l’intero concerto. La marcia oscura di Lost Recording, con i tamburi a scandire il tempo su un tappeto di feedback, prelude alle malinconie di Tokyo Blue e alle sottili angosce dei New Order del dopo Curtis. La lunga The Rules of Attraction prepara alla chiusura del gig inseguendo i fantasmi dei primi Killing Joke e Christian Death, tra distorsione e flanger ad accompagnare il possente ritmo dei tamburi che accelera nel finale. La corsa riprende, al ritorno sul palco, con Radion e le sue aperture shoegaze che narrano di una figura misteriosa ( “Stressato, solo, infreddolito / con una pistola in mano / guarda attraverso il fiume / ma non ha altri piani / la chiave che gli pende dal collo / del vecchio gulag / egli conserva tutte le sue altre memorie / in una borsa di cuoio consunta”).
Chissà se un domani le musiche e le atmosfere degli Underground Youth si evolveranno verso nuove forme compositive più elaborate, come è accaduto a gran parte degli esponenti storici del post-punk e del dark. Sarebbe auspicabile un’evoluzione verso un suono più personale: a tal proposito Craig ci ha confidato che il prossimo lavoro manterrà l’attitudine oscura ma con forti iniezioni di elettronica. Staremo a vedere. Nel frattempo in quel di Manchester la gioventù ancora teme di venire alla luce.

 

 

 

 

 

The Underground Youth
voce, chitarra
Craig Dyer
drums Olya Dyer
basso Mark
chitarra David
Avellino, Godot Art Bistrot, 14 novembre 2013

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