“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Domenica, 31 Marzo 2013 23:38

Le biciclette di Ryad

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Continua l’appuntamento settimanale di Visioni, rassegna del cinema d’autore al cinema teatro Partenio di Avellino. La settimana scorsa è stata la volta de La bicicletta verde primo lungometraggio di finzione della regista saudita Haifaa Al-Mansour, la quale è anche la prima regista donna del paese arabo. Dopo essersi laureata all’Università Americana del Cairo e aver conseguito un master in regia all’Università di Sydney ha realizzato tre cortometraggi e un documentario, Women without Shadows (2005).

L’Arabia Saudita è un Paese in cui non ci sono sale cinematografiche, anche se la fruizione domestica di videocassette prima e dvd poi è molto diffusa. Il film si è avvalso di una partecipazione tedesca alla produzione, oltreché di operatori e tecnici tedeschi. Si dice che la regista abbia diretto alcune scene all’aperto dall’interno di un furgone in collegamento con gli operatori all’esterno. Già questo segna la forte dimensione politica, di testimonianza, della pellicola, omaggiata in vari festival di numerosi premi. Presentata all’ultimo Festival di Venezia nella sezione Orizzonti, si è aggiudicata i premi del C.I.C.A.E. (Confédération Internationale des Cinémas d’Art et d’Essai), di Cinema Avvenire e di Interfilm (per la promozione del dialogo interreligioso), oltre al premio come miglior film al Festival di Tallinn ed altri ai Festival di Friburgo e di Rotterdam.
La storia è quella di Wadjda, ragazzina dodicenne di una città saudita (presumibilmente Ryad) che cerca in tutti modi di racimolare i soldi per comprarsi una bicicletta, così da poter sfidare il suo amichetto Abdullah in una gara di bici. Wadjda è l’unica figlia di una coppia del ceto medio, dove la madre è insegnante in una scuola in una città molto distante (che raggiunge servendosi di un autista di fiducia immigrato, come altre passeggere, dato che in Arabia le donne non possono guidare da sole) e dove il padre è spesso fuori casa per lavoro. La donna non può avere altri figli, per cui la suocera spinge il figlio a prendere un’altra moglie che possa esaudire il desiderio di un erede maschio. Tutto questo celandolo alla ragazzina che ha gusti decisamente occidentali: ascolta musica rock, porta sneakers al posto degli anonimi scarponcini d’ordinanza, tesse braccialetti di cotone che rivende alle compagne e ama cantare e giocare con i ragazzi. Un vero maschiaccio che procura non poche preoccupazioni alle docenti e all’inflessibile direttrice che vigila sul decoro della scuola, così come il controllo esercitato dalle famiglie e dall’ambiente sociale vigila ossessivamente sul rispetto delle norme morali che rispondono alle aspettative di ruolo, soprattutto delle donne. Donne costrette a dare sempre un’immagine conforme alle prescrizioni religiose, ad indossare il velo completo quando escono di casa per non farsi vedere dagli uomini, a cercare un lavoro conveniente in cui non si è a contatto con colleghi maschi, a non andare in bicicletta, pena la perdita della reputazione. Ma Wadjda non si da per vinta e per raggiungere la somma necessaria si iscrive ad un concorso scolastico sulla conoscenza e la recitazione del Corano, impegnandosi seriamente per poter vincere il premio in palio consistente in una cifra utile per acquistare l’agognata bicicletta.
Ancora un film sulla religione vissuta in modo totale, sull’impatto che le norme confessionali, ma in questo caso compiutamente sociali (data la quasi completa pervasività della sfera sociale da parte di quella religiosa) hanno sulla vita, le possibilità di scelta, la definizione dell’identità delle donne, consapevoli che la modernità offre loro possibilità di emancipazione e cambiamento, ma che perpetuano una tradizione cui sono state educate e che è difficile modificare se non si vuole rischiare di perdere la dignità sociale e la stessa immagine che si ha di sé. L’importanza del tema non si traduce, però, in una rappresentazione schematica e dicotomica: il padre di Wadjda non è meno vittima del contesto di quanto non lo sia sua moglie, ed anche la severa direttrice cerca di costruirsi un’immagine di rispettabilità e decoro, specialmente dopo che si è diffusa la notizia che “un ladro” si è intrufolato nel suo appartamento (cosa esecrabile la manifestazione del sentimento amoroso in pubblico, come ben sa un’allieva punita per essere stata vista in giro con un ragazzo non suo parente). La camera si insinua all’interno della casa, unico regno delle donne, spazio incontrastato cui le relega la mancanza di autonomia all’esterno. Anche la classe femminile, il cortile della scuola, la presidenza, sono i luoghi dove lo sguardo maschile non può arrivare e dove le ragazze si riappropriano di un’identità negata all’esterno.
Wadjda sembra quasi riconoscere che i giorni della spensieratezza stanno per finire, che oramai è giunto il tempo per la fine dei giochi e l’inizio di quella precoce maturità (segnata dalla comparsa delle mestruazioni) che la rende oggetto di matrimonio (come è successo a una sua compagna).
Il film si avvale di un notevole uso della fotografia dai toni caldi e naturali, dove la macchina segue Wadjda lungo le strade e gli interni costruendole un set a misura di ragazzina, un regno dove gli adulti è meglio non lasciarli entrare. Almeno per ora.

 

 

Visioni
La bicicletta verde (Wadjda)
regia Haifaa Al-Mansour
con Waad Mohammed, Reem Abdullah, Abdullarahman Algohani, Ahd Kame, Sultan Al Assaf
sceneggiatura Haifa Al-Mansour
fotografia Lutz Reitemeier
musica Max Richter
paese Arabia Saudita, Germania
distribuzione Archibald Enterprise Film
lingua originale arabo
colore colore
anno 2012
durata 100 min
Avellino, Cinema Partenio, 27 marzo 2013

 

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