“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Giovedì, 16 Maggio 2013 19:47

Ciclo Bergman (parte XII) - Un mondo di marionette

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“La redazione di Un mondo di marionette è molto rigorosa. Dopo aver scritto la sceneggiatura, cancellai più del venti per cento del dialogo. Quando poi girammo, se ne andò un altro dieci per cento. Il film perciò ha una forma molto compressa: corte sequenze con interventi didascalici alla Brecht che illustrano lo sviluppo dell’azione fino alla catastrofe finale”.

(Ingmar Bergman)

Il 1981 è l’anno di Un mondo di marionette, ultima opera girata lontano dalla Svezia ed epilogo teoretico scelto da noi per questo ciclo dedicato al Maestro scandinavo. Il film è stato erroneamente classificato tra le sue opere minori, molti critici ne hanno infatti sottolineato la scarsa vena artistica considerando che il film abbandona metafore e simbolismi, che avevano caratterizzato il cinema di Bergman, preferendo nel racconto un’analisi didascalica e fredda. È lo stesso autore che prende le difese della sua opera, produzione che a nostro avviso è tra le più belle ed interessanti del suo lavoro: “Ho fatto brutti film che tuttavia mi stanno a cuore. Ne ho fatto di buoni che però, obiettivamente, mi lasciano indifferente. Altri ancora sono comicamente sottoposti ai miei mutamenti di atteggiamento nei loro riguardi […] In ogni caso, sono abbastanza orgoglioso del mio Un mondo di marionette. La sola critica che posso accettare è quella che riguarda la forma, duramente annodata” (Immagini, Garzanti 1992). La storia si svolge con un prologo (la scena chiave dell’intera vicenda), undici capitoli introdotti da didascalie ed un epilogo. Il tutto in maniera cronologicamente disordinata. Nel prologo infatti assistiamo all’omicidio, da parte del protagonista Peter, di una prostituta di nome Katarina. Seguono i vari capitoli che cercano di fare chiarezza sul gesto estremo raccontato nel prologo. Peter è un uomo professionalmente realizzato, ha una bella moglie anch’essa dalla felice carriera lavorativa, una casa ed un conto in banca da star sereni, eppure quell’assurdo dolore interiore che i più chiamano “male oscuro” scardina le sue sicurezze. È seguito da un suo amico psicanalista al quale confessa che da ormai due anni fantastica di uccidere sua moglie. Capitolo dopo capitolo il puzzle si compone: l’amico psicanalista ha in realtà una tresca con sua moglie, quest’ultima esercita su di lui una forza dominante che lo opprime fino a far vacillare la sua virilità sessuale. Sua madre, inoltre, una vecchia attrice in pensione, sembra aver avuto in passato su di lui lo stesso effetto opprimente della moglie. Ad un certo punto, insomma, il nostro Peter si accorge di essere sul punto di esplodere e, durante una notte insonne, dice per la prima volta a sua moglie una frase che sarà il motivo conduttore del film: “Tutte le strade sono chiuse”.
Pochi giorni dopo, Tim il collega omosessuale della moglie, segretamente innamorato di lui, gli consiglia di far visita ad una sua amica prostituta. Peter va dalla donna e, dopo aver scambiato serenamente due chiacchiere con lei (scopre che si chiama Katarina come sua moglie) improvvisamente si incupisce e pronuncia per due volte quella oscura frase pronunciata qualche notte prima alla moglie: “Tutte le strade sono chiuse”. Decide di andarsene, ma la porta è bloccata poiché si aprirà solo alle 6 (l’orario pattuito in precedenza con un inserviente del club privé che ospita la prostituta). Peter non ha più scelta, è bloccato in quel luogo, adesso anche materialmente tutte le strade sono chiuse, così in preda alla disperazione uccide la povera malcapitata. Lo psicanalista registra il suo responso: moglie dominatrice, incomunicabilità con la madre, rapporto di odio con il defunto padre, omosessualità latente, alterazione della realtà tramite la costruzione di un mondo fittizio. La diagnosi potrebbe essere da manuale, ma potrebbe anche valere per altri milioni di pazienti. Che cosa ha spinto veramente Peter all’omicidio? Il suo gesto è tanto estremo quanto incomprensibile. Peter è un uomo apprezzato e stimato da tutti. Eppure quest’uomo, considerato unanimemente normale, ha ucciso una donna e sodomizzato il cadavere. Il quadro scientifico dell’amico psicanalista rappresenta un desiderio di morte, egli infatti sottolinea la pulsione omicida di Peter con il desiderio di possessione: uccidere per possedere interamente quell’individuo. Poi aggiunge: uccidersi per possedere interamente se stesso. Secondo il parere del medico dunque Peter è prossimo al suicidio. Nell’epilogo vediamo Peter rinchiuso in una cella. Ha scelto il mutismo,  rifiuta l’aiuto di tutti, passa le giornate a riordinare maniacalmente la sua camera, poi fa delle lunghe partite a scacchi col computer e un orsetto di peluche, forse unico simbolo felice della sua infanzia, gli fa compagnia.
A differenza di quanto affermato dai critici dell’epoca, Un mondo di marionette è, ancora una volta, un film complesso e tutt’altro che di facile lettura. Innanzitutto ricordiamo che prologo ed epilogo sono le uniche sequenze a colori del film. Per capire il significato, o meglio, i significati di questa scelta bisogna interrogarsi sul senso del titolo. Il mondo raccontato da Bergman in quest’opera è un cosmo affollato da personaggi stereotipati, figure senz’anima, marionette appunto. C’è lo psicanalista che, dall’alto della sua professione, probabilmente non ha capito nulla. C’è la moglie Katarina, donna in carriera, sempre pronta a farsi beffe dell’impotenza del maschio. C’è l’omosessuale che ha paura di invecchiare e si addolora per il proprio corpo di vecchio e di maschio. Infine c’è Peter, un uomo che, come molti protagonisti di storie bergmaniane, sembra aver dato tutto alla professione lavorativa trascurando i bisogni più intimi e veri. Un corollario di personaggi che sono dunque semplici luoghi comuni, figure come tante (in questo senso è emblematico il resoconto qualunquista fatto dallo psicanalista). Il bisogno di uccidere di Peter possiamo interpretarlo in senso metaforico quindi come un tentativo disperato di uscire dall’anonimato, dal bianco e nero. I colori infatti sono presenti solo durante l’omicidio e nella scena della reclusione finale. Ma Bergman è artista di genio, e l’interpretazione della sua arte non è mai così semplice. Sappiamo infatti che il Maestro considerava il bianco e nero i suoi colori preferiti per descrivere una narrazione rigorosa e razionale, diceva invece che il colore faceva correre il rischio di distrarre lo spettatore. Dunque, il significato delle sequenze a colori potrebbe essere completamente diverso. Potrebbe cioè voler simboleggiare la perdita definitiva dell’autocontrollo del protagonista, quando ormai durante e dopo l’omicidio Peter ha perso ogni riferimento con la realtà. A ben vedere le due soluzioni non sono in contrasto, anzi estremamente legate e per questo fanno dell’opera una delle più suggestive della produzione recente del Maestro. La sua ribellione al mondo delle marionette lo porta infatti all’omicidio, liberandolo finalmente dai fili del destino, ma tale condizione provoca conseguentemente un totale annullamento della realtà, da questo mondo di marionette che è comunque vero e reale nella sua rappresentazione esistenziale (l’uomo è comunque da sempre una maschera, e negare questa condizione significa negare la realtà). Tralasciando alcuni passi degni del più attento conoscitore di profili caratteriali di serial killer (ci riferiamo ad esempio alla sodomia sul cadavere della vittima, atto che rappresenta il desiderio di rispondere in modo inconscio alle accuse di impotenza sollevate dalla moglie tempo prima, molti assassini seriali riescono a possedere una donna solo dopo averla uccisa proprio perché il giudizio della partner suggestiona la loro impotenza psicologica), possiamo sintetizzare tutto il processo di alienazione del soggetto con la frase più volte da lui ripetuta: “Tutte le strade sono chiuse”. Questa frase è metafora dell’eterno comune denominatore che sta alla base delle opere di Bergman: l’Amore. La ricerca dell’Amore, per Peter, non ha più alcuno sbocco, non c’è più empatia (altro interessante riferimento ai profili caratteriali di assassini seriali, la mancanza di empatia, di comprensione del dolore altrui, è un elemento fondamentale per l’adempimento dell’atto omicida). Quando non c’è più amore, tutto è vano e allora uccidere o uccidersi non ha più alcun valore negativo. Il film non offre alcuna via d’uscita, risuonano ancora come fossero il lascito definitivo dell’autore le parole di Peter: “Tutte le strade sono chiuse”. Il percorso iniziato ormai alcuni mesi fa con Il settimo sigillo, nel quale si intravedeva una luce di speranza all’orizzonte della morte, e passato per quella eterna ricerca di Amore che a volte ha assunto i tratti di un Dio al tempo meraviglioso e al tempo mostruoso, si ferma nell’ultima porta della stanza della mente e non trova nient’altro che il nulla. La scelta è drasticamente tragica, come dice lo stesso Bergman “catastrofica”. O la rassegnazione di un mondo in bianco e nero controllato dai casuali fili del destino, o la negazione di tutto e tutti, un mondo a colori che altro non è che metafora del sogno e della morte.
Poco dopo la realizzazione del film, Bergman tornò in patria. Lì darà alla luce l’ultimo suo grande capolavoro, Fanny e Alexander. In un certo qual modo, benché completamente diversi, i due film sono molto legati, forse proprio in quanto diversi. Il film successivo infatti sembra una smentita di quanto detto in Un mondo di marionette. Alexander e Fanny infatti riescono a vincere la loro lotta contro i rancori e l’odio e rappresentano senza alcun dubbio la dichiarazione di fiducia, o quanto meno di speranza di Bergman alla vita. Il Maestro si spegnerà nella sua casa della sempre amata Fårö il 30 luglio 2007. In quel triste giorno il mondo perderà, per un assurdo scherzo del destino, due grandi maestri ed intellettuali del nostro tempo, Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni.     

 

 

Retrovisioni
Aus dem leben der marionetten 
(titolo tedesco)
Ur marionetternas liv (titolo svedese)
Un mondo di marionette (titolo italiano)
regia Ingmar Bergman
con Robert Atzorn, Christine Buchegger, Martin Benrath, Rita Russek, Walter Schmidinger
produzione Ingmar Bergman e Horst Wendlandt per Personafilm
sceneggiatura Ingmar Bergman
paese Germania, Svezia
lingua tedesco
colore  b/n e a colori
anno 1981
durata 99 min.

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