“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Mercoledì, 31 Dicembre 2014 00:00

Un cinema sapiente

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Alexandre Schmidt è un giovane e promettente architetto francese, premiato a Parigi con l’ambìto riconoscimento della Corda d’Oro. Solo che le autorità locali gli "consigliano" di apporre delle modifiche al progetto di riqualificazione urbana per il quale è stato premiato. Amareggiato, il nostro decide di realizzare un sogno da tempo desiderato: andare in Italia per osservare le opere di Borromini e completare così uno studio sul grande architetto.

Sua moglie Aliénor è una studiosa di scienze sociali che si interessa alle comunità svantaggiate. La coppia raggiunge Milano in aereo, poi in macchina vanno a Bissone, nel Canton Ticino, paese natale di Borromini. Da qui fanno tappa a Stresa, dove per caso soccorrono una ragazza svenuta mentre passeggia con il fratello. I due, Lavinia e Goffredo, sono figli di una donna che gestisce un elegante caffè. La ragazza soffre di periodici svenimenti, seguiti da fasi di riassestamento, che la costringono ad una vita disagiata (che non le impedisce però di studiare). Il fratello, invece, si è appena diplomato e vuole iscriversi alla facoltà di architettura a Venezia (in ciò scoraggiato cinicamente da Alexandre). La donna va a trovare la ragazza, prende a cuore la sua situazione, le si affeziona, complici le conversazioni in francese che Lavinia studia a scuola. E così, quando Alexandre decide di continuare il suo viaggio sulle tracce del Borromini, Aliènor lo convince a farsi accompagnare da Goffredo, offrendogli questa opportunità come un viaggio studio, mentre lei seguirà la convalescenza della giovane.
In concorso al Festival di Locarno, al Festival di Toronto, presentato in anteprima italiana al Festival di Torino nella sezione Onde e in svariati altri festival internazionali (tra cui il New York Film Festival, il Vienna International  Film Festival, il festival di Rio e quello di Siviglia – dove ha vinto il Premio Azecan), La Sapienza è il sesto lungometraggio di Eugène Green, newyorkese naturalizzato francese da circa quarant’anni.
Innamorato della cultura d’oltralpe, specialmente della sua tradizione barocca, Green ha fondato la sua compagnia, Il Théâtre de la Sapience, con cui ha messo in scena opere di Corneille, Racine, Rameau, oltre che sue proprie. Alla fine degli anni Novanta si interessa di cinema, e contemporaneamente comincia la sua attività di saggista e romanziere. La Sapienza è anche il suo primo film distribuito in Italia, essendo girato quasi per intero nel Belpaese, con dialoghi per metà in francese e per metà in italiano (notevole lo sforzo di Fabrizio Rongione – belga e francofono a dispetto di nome e cognome – e di Christelle Prot Landman) e con coproduzione nostrana (della torinese La Sarraz Pictures più contributi Rai e ministeriali).
In attesa di recuperarne le opere precedenti, Green fa bella mostra di sé già dai titoli di testa, con un campo lungo del lago Maggiore che poi stacca sulla loggia di Palazzo Falconieri a Roma, da cui parte una panoramica che fissa facciate e finestre, sale su per le linee verticali, inquadra gli stucchi dei soffitti, d’oro e d’azzurro, mentre in sottofondo scorrono le note del Magnificat a sei voci dal Vespro della beata Vergine di Monteverdi (nell’esecuzione del Concerto Italiano di Rinaldo Alessandrini). E prima dell’inizio, citazioni quali "La sapienza è la più attiva delle azioni, essendo un riflesso della luce eterna" (Libro della Sapienza), e ancora "Sapienza non entra in anima malevola e la scienza senza coscienza non è che rovina dell’anima" (François Rabelais) indicano le precise coordinate di un universo di riferimento etico e culturale.
Tutto è rappresentato geometricamente: inquadrature fisse, gesti, dettagli, nella dialettica dei campi e dei controcampi, nei tagli della luce.
Nelle posture dei dialoghi, quando traspare dai volti e dai silenzi dei coniugi il loro disamore, la loro disillusione, Green ricorda Dreyer (chiara la citazione da Gertrud, con i due rivolti verso lo schermo, l’uno dietro l’altra). E la recitazione ha un taglio volutamente antinaturalistico. Anche le conversazioni basate sul comune terreno dell’empatia sono enfatizzate con un gioco di campi e controcampi in cui il volto degli interlocutori è ripreso, nel mezzo dell’inquadratura, con leggeri avvicinamenti ad ogni stacco, mentre gli sguardi si riallineano progressivamente verso il centro.
Un cinema che ha fatto lezione di quanto insegnato da Rohmer, Bresson, De Oliveira, Straub-Huillet. Che sembra abbia attinto da Cavalier e che risale su fino a Rossellini, per il disinteresse verso il timore di mostrarsi fuori luogo, fuori tempo. E invece è un cinema che si dimostra quanto mai adeguato alla materia narrata. All’arte, all’architettura, all’arte di riprendere cinematograficamente i volumi, le decorazioni, i vuoti, i pieni, le illusioni prospettiche. Un cinema che non teme di apparire didattico perché interessato all’essenza concreta delle cose, così come alle dimensioni soggettive dei vissuti, dei rimossi, del desiderio. Si instaura così un evidente parallelo tra architettura e cinema: ambedue devono convocare le "presenze" tramite la luce, devono essere dimore di essenze concrete fatte di chiari e scuri, ospitare le essenze di chi li ha costruiti, le ombre (elettriche) dei loro morti.
L’itinerario artistico diviene anche una roadmap dell’anima, un progressivo avvicinamento alla verità interiore occultata da rimpianti e rimorsi che hanno inaridito il gusto per la vita. Alexandre non ha mai accettato la disabilità della figlia, morta a soli otto anni, e Aliénor è rimasta profondamente colpita da questa perdita. Inoltre, prima di sposarsi, Alexandre non ha aiutato un collega più giovane (e più bravo di lui, che invidiava) che in un momento di crisi si è tolto la vita.
I due fratelli sembrano incarnare l’innocenza e l’entusiasmo che un tempo avevano i due protagonisti maturi: "Mio marito dice che ogni incontro è un caso". "Io non credo". "Ma allora non abbiamo libertà?". "Quando ci troviamo all’interno di un’architettura siamo chiusi in uno spazio, ma siamo liberi". Così tra la donna e il ragazzo. O Alexandre: "L’architettura non c’entra niente con la passione".
Nella tappa a Torino i due visitano la Chiesa di San Lorenzo di Guarino Guarini, che razionalizzò il Borromini (che a detta di Alexandre non avrebbe mai fatto carriera in Francia). "Borromini è andato al di là della scienza e della bellezza". "Che cosa c’è al di là della scienza e della bellezza?". "Non riesco a trovare la parola per dirlo".
A Roma il primo incontro con il genio ticinese è a San Carlino alle Quattro Fontane. Borromini realizza prima la chiesa e il convento dei Trinitari e poi la facciata della chiesa. "Nel chiostro il movimento delle forme sfocia in cielo. Anche la facciata è un perpetuo movimento, contenuto però nella sua stessa forma: non svela niente della struttura reale della chiesa, ma annuncia uno spazio che si trasforma continuamente e la cui verità è nascosta". "Borromini è il barocco mistico che propone a chi entra nello spazio costruito un’esperienza personale; Bernini è il barocco razionale, rispettoso del potere, delle gerarchie, delle regole". Alexandre si sente Bernini.
La narrazione alterna al viaggio architettonico in Italia le visite di Aliénor a Lavinia: un giorno a Stresa il Teatro della Sapienza (gioco dell’autocitazione) rappresenta in francese Il malato immaginario e le due vanno a vederlo. Si consolida così la loro amicizia, tanto da confidarsi i loro dolori segreti.
Vero nome di Borromini era Francesco Castelli (probabile che volesse distinguersi dai cittadini romani con lo stesso cognome). Il suo genio gli permette di realizzare il piccolo capolavoro di incastonare alla perfezione la Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza nel cortile del complesso universitario già esistente. Non manca una leggera frecciatina alla corte di intellettuali facoltosi, romani e francesi, che popolano l’accademia di Francia a Villa Medici, né ai disservizi (aggravati dalla burocrazia italiana) dei musei.
Il regista si ritaglia la piccola parte di un esule caldeo, incontrato da Aliénor sul lungolago di sera, narrando la sua storia di uomo sfuggito al fanatismo (che gli ha già portato via un figlio), costretto a veder sparire la sua gente, la sua cultura, la sua lingua. Un richiamo agli orrori della contemporaneità, all’attualità più urgente e dolorosa, anche per sviare la tentazione di pensare che il suo sia uno sguardo rinchiuso all’interno di un universo ideale e imperturbabile: "Tutta la nostra disperazione deriva dal fatto che ci è stato negato uno spazio, dove avremmo potuto ricevere la luce di Dio e amare gli altri uomini".
Già, la luce. Dicevamo delle scene girate a Villa Medici, riprese con toni caldi e naturali, anche sotto la pioggia. Una Roma tersa ma non cartolinesca, nitida, osservata con rispetto e discrezione. Giusto per non destare il sospetto di accodarsi al coro di chi ha magnificato la grandeur di un prodotto discreto (e ridondante) assurto – giustamente – a simbolo del nostro cinema (e dei suoi limiti). Forse le parole di Alexandre dovrebbero essere condivise dai tanti autori (?) che ingabbiano con le loro politiche l’esperienza della visione: "Mi credevo artista e pensavo di essere serio, ma la sorgente della bellezza è l’amore e la sorgente del sapere è la luce. Quando si risale alle fonti si trova la sapienza". Ed ancora: "Se intravedo la sapienza vorrei trasmetterla". "Come?". "Dando un luogo a coloro che cercano la luce".
Un’ultima considerazione: sembra banale affermare che la bellezza non è mai disgiunta dall’azione morale, dalla ragione del sentimento, e che l’estetica delle immagini non può fare a meno del substrato emotivo, intimo, del detto, del narrato. Ma val bene ribadirlo, prendendosi i tempi e le pause che l’argomento richiede, per riflettere e segnare uno scarto (ogni tanto, si potrà?) dal ritmo imposto di informazione-fruizione-profitto dell’industria massmediale che ha colonizzato il nostro modo di guardare. E di riflettere.

 

 

 

 

 

La Sapienza
regia Eugène Green
con Fabrizio Rongione, Christelle Prot Landman, Ludovico Succio, Arianna Nastro
soggetto e sceneggiatura Eugène Green
fotografia Raphael O’Byrne
musiche Claudio Monteverdi
distribuzione La Sarraz Pictures
paese Italia/Francia
lingua francese, italiano
colore a colori
anno 2014
durata 107 min.

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