“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Caterina Serena Martucci

Dannata perfezione

Ci sono lavori che hanno un potere evocativo che travalica i limiti dello spettacolo stesso. Ci sono lavori in cui il tema oltrepassa la vicenda narrata e fa divagare la mente in quei fecondi sentieri in cui ci si interroga profondamente sul senso del proprio percorso terreno.
Una vita circoscritta nel tennis. Una scena chiusa tra pareti rosse, rosse come la terra battuta del campo, sormontate dalla bassa rete del campo. La quarta parete è trasparente, davanti a noi, e se fosse visibile offrirebbe una visione a quadretti, tra le maglie della rete.

Requiescat in aeternum

Ogni genere letterario ha le sue regole, ogni forma di comunicazione i suoi codici e passare dall’uno all’altro, generalmente, determina una perdita, legata alle necessarie scelte da operare, per restituire un nuovo senso, appropriato alla forma scelta, alle parole prese a prestito. Difficilmente il gioco riesce, ma EterNapoli è uno di quei casi felici in cui la parola, sollevandosi dalle pagine destinate alla lettura per transitare sulle tavole del palcoscenico, acquista nuova vita e, se possibile, si colorisce di sfumature che ne migliorano il senso, lo precisano.

Troppa carne a cuocere

Ci sono pietanze dal gusto caratterizzato che colpiscono olisticamente i sensi, costituiscono il sostrato del gusto di ciascuno oppure l’esperienza del nuovo; ce ne sono altre, invece, in cui la mescolanza di mille sapori, mille odori, mille condimenti, può incantare il palato, o l’olfatto, soddisfare la fame, ma che scivolano via dalla memoria, nell’indifferenziato flusso digerente.

È il teatro, bambini!

Nel blu del fondale del Teatro dei Piccoli si stagliano le sagome di una casetta di legno, di un albero e di un roseo bambino saltellante, disegnate nello stile inconfondibile di Emanuele Luzzati. L’Edenlandia è chiusa e dismessa da anni, lo zoo, vista l’ora, ha chiuso i battenti, consegnando gli animali alla quiete della notte che sopraggiunge, ma la sala festante di bambini rischiara a giorno il pomeriggio calante. Sono eccitati e dopo i saluti di rito, le presentazioni delle autorità e le ammonizioni sul comportamento da tenere in sala, la fiaba musicale di Prokof'ev ha finalmente inizio.

Magmatico Borrelli

Una sedia a sdraio blu, del Lido Fusaro, campeggia di spalle sul lato sinistro della scena, unica notazione topografica di un'opera che trasuda fuoco flegreo da ogni piega, da ogni nota, da ogni parola, da ogni gesto. Mimmo Borrelli arriva in scena a piedi nudi, con voce dolce, quasi dimessa, si presenta, "Io sono Mimmo", e come un antico corifeo racconta i nodi essenziali della storia, che "parla del nostro famigerato vulcano". Il Vesuvio, frutto della terrificazione di Lucifero, nel senso di discesa sulla terra, l'angelo ribelle che aveva osato guardare in faccia Dio.

Nella scatola di Eugenio

Un rumore cigolante avvolge la sala del Ridotto del Mercadante. Non è forte, ma alquanto inquietante. Ancora nel buio si sente una voce, che vuole simulare le grida di incitamento di una folla, come in uno stadio, come in un’arena: “Eugenio! Eugenio! Eugenio!”. Poi arriva la luce e quella voce assume un volto, le fattezze di un ragazzino (Francesca De Nicolais), capelli a calotta neri (un berretto calzato in testa), una maglia color sabbia con su scritto IO SON♥ EUGENIO, calzoni al ginocchio, neri come le scarpe di cuoio, calzettoni sabbia come la maglia. “A tredici anni Eugenio portava ancora i calzoncini corti”, recita il ragazzo, accovacciato per terra con le ginocchia rivolte all’interno e le gambe fuori, leggendo da un grande libro con la copertina rigida bianca e il titolo scritto in blu, in corsivo, La notte blu del tram.

La scatola dei sogni

Spoglie di vita in scena sulle tavole del Teatro Area Nord, (TAN). Scarpe, abiti, un mucchio di coperte colorate accuratamente ripiegate, bambole, oggetti vari. Un disordine ordinato, una casualità consapevole.
"Marò, ma pecchè è tutt' scur'?", dice una voce, "Forse nunn' hann' pavat' a bullett'". "Quando vengo al laboratorio di teatro sto bene con me stessa e 'mparo quaccosa!".

Ce ne sono volute otto di birre

Ce ne sono volute otto di birre per condurre il faccia a faccia tra Andrea Renzi e Tony Laudadio. Sergio e Marco. Il birraio e il professore. Il padre e il mentore del figlio. Ci sono volute otto birre, sorso dopo sorso, per mettere a nudo due uomini e condurli, su strade diverse in un percorso di autoanalisi, conoscenza e consapevolezza.

“Sono un aedo e raccontare è il mio mestiere”

Il teatro è sacro. Lo sapevano bene gli antichi. Lo sapevano i nostri più antichi antenati, quando caricavano di forza magico-simbolica le rappresentazioni animali sulle pareti delle grotte. Lo sapevano i Greci. Lo sapevano tutte le culture antiche in cui l’indossare una maschera implicava l’accesso ad una dimensione limbica sospesa tra la vita e la morte. I Romani utilizzavano il termine persona,da personare (in questo caso amplificare il suono della voce). L’attore ad ogni modo esce da se stesso, muore al suo io abituale, per assumere un’altra identità.

"Director's Cut": vinca il migliore

Sala Assoli si presenta nera e spoglia ad accogliere la terza edizione di ImproTeatro. Nero l'assito, nere le quinte, nero il fondale. Nessuna scenografia, se non una sedia bianca da regista a sinistra, due bianchi sgabelli al centro, due cubi neri di legno e qualcosa che luccica argentato sulla destra (capiremo alla fine che si tratta della statuetta dell'Oscar). Nero e bianco sono gli unici colori (non colori...) in scena, alternatamente declinati negli abiti degli attori.

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