“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Caterina Serena Martucci

Eterna Nora

 

Rischiamo di ripeterci, pertanto non si darà contezza della difficoltà nel trovare il Teatro 99 posti. Teatro pieno per il grande classico di Ibsen. Confortante in tempi di crisi per il teatro. Rassicurante per un teatro che non gode di contributi pubblici, ma va avanti grazie all’affezione del pubblico e alla qualità delle proposte. Ma veniamo subito a noi e alla rappresentazione.

Con le lacrime agli occhi

Magica e paradossale Napoli. Piena di realtà in fermento e di realtà consolidate, ma spesso sconosciute. A volte ci si può trovare a percorrere una anonima strada, tra il deposito degli autobus e palazzoni senza stile e senza storia, e ci si imbatte in uno slargo, che fa da ingresso ad un bel palazzo, che alla sua epoca doveva godere dell’aria pura delle prime colline della città.
Il prologo non è recitato da Spazzola, soprannome col quale è conosciuto il servo di Menecmo, ma da una flessuosa fanciulla (che nel resto della commedia reciterà la parte di Fisicle, un’ancella della cortigiana Erozia), con voce un po’ artefatta a dire il vero, non si sa se per eccesso di dizione o per scelta registica. Non è l’unico stravolgimento rispetto al testo originario, ma non mette conto qui farne l’elenco.

Lievito madre

Sono nata in ospedale, il 24/10 di un anno le cui cifre, avessero avuto un altro ordine, sarebbero state una serie interessante. Altri numeri e altre storie sono state raccontate nella casa che un pastore luterano, a Torre Annunziata, complice DT (Diffusione Teatro), ha prestato ad una donna, Alessandra Asuni, per raccontare una storia e farla mescolare, lievito fecondo, alle nostre storie.
Casa. Alessandra Asuni sembra riuscire a creare ovunque attorno a sé lo spazio circolare della casa, a trasformare, con il calore della sua presenza e l’enigma magico del suo sorriso, la luce elettrica in una candela, o magari una lampada ad olio.
Siamo a casa sua, seduti attorno ad un tavolo. Sul tavolo ci sono piccole bottiglie di vetro trasparente, dotate di tappi di sughero. Acqua. L’elemento umido.

Disaccordi di suoni, gesti, parole

Benevento. Arco del Sacramento. Un fresca serata di inizio settembre. Non più estate e non ancora autunno. Un po’ come le emozioni che suscita il tango. Passione e controllo. Improvvisazione all’interno di una cornice preordinata, un sistema di regole, un canovaccio di passi che la fantasia dei ballerini accende di volta in volta di nuova vita, di inatteso sapore, di imprevedibile brio.

A zonzo, cercando Mr. Samuel

Complice il caldo e l’imminente chiusura dei battenti virtuali del Pickwick, mi godo le spiagge assolate, la frescura dell’acqua, ritmi meno preordinati e urbani. Il 10 agosto (S. Lorenzo io lo so... etc., la citazione pascoliana è d’obbligo...) però mi giunge un biglietto di Mr. Samuel, non so come, non so recapitato da chi, so solo che c’era. Il nostro gentile anfitrione, che ha accolto tante penne sotto la benevola ala del suo sorriso, mi invitava a recarmi a Cetraro (CS), al mercato, per un abboccamento e per degustare insieme uno chou allo zabaione. Quale ghiotta occasione (e non solo per lo chou), sicché ho preso senza indugio il mio storico mezzo di locomozione e mi sono recata sul posto.

Orfeo. Altrove

Il mito è eterno. Nessuna versione è quella giusta. Ciascuna versione è quella giusta. Il mito è eterno. Ogni epoca, ogni società, lo ha rivestito di forme diverse, intrecci diversi, contenuti diversi, per esprimere l’archetipo universale che agisce dentro ciascuno di noi. Orfeo, il cantore tracio, Orfeo, l’incantatore di fiere, Orfeo, fatto a pezzi dalle Menadi. Orfeo approda in Africa. “Orfeo all’inferno. Orfeo negro”.
Dolce è il profumo delle resine sui gradini del teatro del Pausylipon. Si sentono anche i grilli, ma qualche ambulanza e il ritmo non troppo lontano della musica dance ci ricordano che siamo a Napoli nel 2013 e non una ventina di secoli fa. Eppure la magia dei luoghi abitati da Dioniso resta.
Daniela Giordano scrive, dirige, interpreta e danza questo Orfeo. Un po’ troppo per una sola persona. Per fortuna vengono in soccorso la musica di Ismaila Mbaye e Djibril Gningue e la danza di Jean Ndiaye.

L'ultimo canto del pagliaccio

Una calura che sembra minacciare pioggia avvolge la città, ma l’Orto Botanico, luogo magico, si avvolge di fresco e di respiro di piante. Un cortiletto interno di quello che doveva essere uno degli ambienti di studio, oggi si immagina corpo di guardia, è la nostra platea, la campata di un’esedra con volta a crociera il palco. Semplice e perfetta la scenografia: una specchiera a tre ante al centro, un attaccapanni e un mobiletto basso con la radio a destra, una scrivania di legno con la macchina da scrivere a sinistra.

Uno, due, tre... Imprò!

Bacoli, Cast Cafè, una serata non troppo calda, una bellissima falce di luna che fa capolino tra le aperture del telone di copertura, atmosfera simpatica, bevande corroboranti, sentore di vacanze, di allegria. Complice l’arrivo troppo puntuale, scegliamo un tavolino, non troppo laterale, sì da vedere lo spettacolo e intanto godere della piacevolezza del luogo, carico di secoli di ameno godimento.

"La guerra è appena cominciata"

La Sala Performance si raggiunge abbastanza facilmente. Attendiamo pochi minuti sotto il portone, il tempo di essere tutti, il tempo di non essere in tredici e comunque c’è Sabrina ad attenderci, dicono, una garanzia, immaginiamo. Ultimo piano di un palazzo antico, non troppo alto. Lasciamo il superfluo all’ingresso e ci accomodiamo, passando attraverso il sipario, la spessa tenda di broccato color ocra che copre la porta di accesso alla sala vera e propria, dove si svolgerà la breve performance.

Umano Non umano Ultraumano

“Corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure”. Italo Calvino, Le città invisibili. È Raissa, la città infelice che contiene, inconsapevolmente, la città felice.
FragileFrana si presenta come la messa in scena dei racconti residui di un romanzo non scritto. Narrazione per immagini in cui il gesto prescinde dalla parola. La parola è puro suono, si confonde con lo scrosciare di acqua o col crepitio di fuoco. È il regno del gesto. Il gesto consapevole, il gesto misurato e controllato. Il gesto puro. Il gesto in sé, che assurge ad apoteosi di se stesso, fosse pure uno starnuto.
La premessa è “Provare a non rimettere subito in ordine. Provare a non ricostruire ciò che c’era. Lasciarsi franare, chiudere gli occhi in mezzo al frastuono e alla calca, per fermarsi a considerare quello che stiamo vedendo e vivendo”. Bene. Seguiamo il flusso, seguiamo il respiro, inseguiamo le immagini.

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