“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Caterina Serena Martucci

The Dark Side of The White

Si spengono le luci in sala, si accendono le lampadine sul palco. Qualche schermo di telefonino continua a brillare azzurrognolo, continuerà così per tutto lo spettacolo, siamo così assuefatti alla tecnologia e alla schiavitù della connessione totale e continua, che pare non sia possibile separarsi da quello schermo, nemmeno per le due ore di una (pur lunga) rappresentazione.

Tra due fuochi

Si prende posto in Sala Assoli e la scena, illuminata fiocamente, è già apparecchiata. La stessa, per tutta la rappresentazione, l’uso sapiente delle luci farà apparire ai nostri occhi l’una o l’altra cosa, facendola esistere al nostro sguardo, dandole consistenza di realtà, una parte da giocare nella rappresentazione. Ogni dettaglio è curato, ogni dettaglio evoca un’atmosfera, un personaggio, una situazione. Al centro un altare, solo più tardi ci renderemo conto che la mensa poggia su dei grossi bidoni blu, a giudicare dal simbolo si tratta di rifiuti speciali. Sull’altare, in piedi, una statua vivente della Madonna, scopriremo più tardi che è la Madonna di Lourdes (anzi della piccola Lourdes, a Pianura). Ai lati due labari, con Cristo e Padre Pio. Un banco con le candele e l’offertorio.

Un enorme macigno al centro del petto

Mentre prendiamo posto sulle panche del Ridotto del Mercadante la classe è già seduta nei suoi banchi. Noi i sani, (i maestri?), loro i malati (gli allievi?). Ma il presupposto è sbagliato, lo capiremo nel corso di questo lungo percorso, di questo incubo al rallentatore in cui niente succede davvero e tutto si ripete, vorticosamente, sulle note ricorrenti di un valzer di Karacinski.

Sono andata lontano

Il nastro di corso S. Giovanni a Teduccio ci porta via dalla città, ci conduce ad una strada senza uscita, ai binari morti della prima stazione ferroviaria d’Italia, oggi il museo di Pietrarsa. Questi binari si illuminano per condurci al mare, di cui inaliamo a pieni polmoni l’odore. A mani rigorosamente libere e non perché è una rapina. O forse sì. Rapina nel senso di ratto, siamo rapiti in un’altra dimensione, passando attraverso alcune delle cento (o più porte) che si potrebbero aprire in una esperienza sensoriale.

In silenzio e in punta di piedi

Sarbadori Loi. Questo è il mio nome. Il nome che mi è stato dato. Questo è il nome che ho trovato in fondo alla tasca dei miei calzoni. I calzoni che mi sono stati dati. Alessandra Asuni è l’accabbadora. Ci accoglie tutti insieme, consegnandoci un pezzo di carta da musica (il pane azzimo sardo), il corpo di Cristo.

La legge e la misura. Oggi

Al centro della media cavea del teatro greco di Siracusa. Il sole del tardo pomeriggio accarezza dolcemente le gradinate di calcarenite. Qualcuno si ripara con ombrelli colorati, saranno lì da ore forse. La folla affluisce lentamente, cuneo dopo cuneo le gradinate, protette da tavolati di legno, si riempiono. La gente prende posto, oggi come duemilacinquecento anni fa. Oggi come allora un popolo di cittadini, ma forse oggi solo di spettatori, si riunisce a celebrare il rito della catarsi.
Lo spazio circolare dell’orchestra è coperto di sabbia chiara, al centro un’apertura circolare, un buco. La scena rappresenta Tebe e le sue mura, grigio scuro, monolitiche, cupe e opprimenti.

"Noi siamo le mani di Dio"

Attendiamo la rappresentazione nel piacevole fresco del vico del Fico al Purgatorio ad Arco, cullati dalle note ipnotiche di un valzer. Il TIN, Teatro Instabile di Napoli, è decisamente sotto il segno di Pulcinella. Alle finestre del palazzo di fronte un bambolotto pende tristemente, appeso a testa in giù. Doveva essere stato un bel palazzetto quello di fronte, o forse l’ingresso laterale del palazzo su via dei Tribunali, prima di essere chiuso da brutte superfetazioni che lo hanno trasformato in un cortile cieco. Vico del Fico al Purgatorio ad Arco. Un vicolo. Con i panni stesi, sugli stendini per strada, con le piante, per strada, con delle vuote fioriere, sembra appena collocate, ancora mezze avvolte nel cellophane, speriamo presto riempite di belle piante prima che di immondizia... Doveva esserci una cappelluccia poco più avanti del teatro, lo immaginiamo dal cuore di Gesù al centro di ciò che resta di un frontone in stucco che sormonta una porticina di legno chiusa, si direbbe, da tempo immemore.

Ma la sostanza?

Teatro. Theatrum. Theatrom. Theaomai (vedere). In principio era teatro, ciò che credevamo di andare a vedere. L’appuntamento era innegabilmente presso un teatro, la Galleria Toledo. C’è un regista, c’è una compagnia, insomma tutti i presupposti (mai presupporre, si rischia di diventare supponenti...) per una rappresentazione teatrale. Verrebbe da porsi, ci si sarebbe dovuti porre, ci si dovrà porre la domanda: cos’è il teatro? Cos’è oggi qui teatro? Narrazione? Sembrerebbe di no. Denuncia? Chissà. Pura espressione? Forse. Ma per il momento fermiamoci con queste elucubrazioni, ché alla partenza eravamo bendisposti, sicuramente curiosi, accolti con un bicchiere di vino da Woyzeck in persona (ma non lo sapevamo...).

"Perché non vi siete ribellati alla morte?"

La pizza fritta della signora Fernanda concilia l’animo e lo prepara alla visione. Il tripudio dei cicoli, del pepe e della ricotta miracolosamente avvolti nel loro dorato involucro di pasta, sono il viatico migliore per affrontare un lungo viaggio, anche nel deserto.
Mentre prendiamo posto Omar Suleiman è già in scena, sdraiato per terra su un fianco, e in mezzo al nostro rumore nel prendere posto risuona distinto un suono, un battito si direbbe, il battito di un cuore, sempre più forte.

La leggera sacralità del gesto

Domanda iniziale: può la parola spiegare il gesto? Ha senso che la parola spieghi il gesto?
Sei quadri. Sei momenti scenici (?) o forse sei movimenti. Due donne da un lato, un androgino e un felino, una donna e due uomini dall’altro.
Scene di seduzione. Tutto è affidato al corpo, al gesto, al movimento sinuoso di un dito, di una mano che plasma lo spazio. Ogni movimento è una storia a sé, comune sembra l’inseguirsi dei corpi, l’afferrarsi e lasciarsi andare, i contrasti dei colori e soprattutto la padronanza e la consapevolezza del gesto.

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