"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 23 Aprile 2013 09:23

Basta ricordare

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Applaudiamo ancora sorpresi dal finale. Gli attori sono così vicini, proprio ad un passo. Manlio Santanelli, che ha scritto la pièce, guadagna il centro della stanza mentre i protagonisti vanno a rinfrescarsi. Noi gli sediamo tutti di fronte, chi su un divano, chi su una sedia da cucina, chi su una pieghevole. Con l’umiltà di un maestro ci ringrazia e ci fa partecipi del suo mondo. Ci spiega che per scrivere una storia si parte sempre da un dato, nel caso di Disturbi di memoria, la piéce appena terminata, si tratta della rimpatriata tra amici del liceo.

Severo e Igino, infatti, si ritrovano nella stessa stanza dopo trent’anni di separazione. I giorni del liceo sono lontani e ognuno di loro ha seguito la propria strada, divenendo l’uomo che è adesso. I loro caratteri sono contrastanti così come gli stili di vita: sregolato e senza freni l’uno e misurato e riservato l’altro. Cominciano a parlarsi con un certo imbarazzo e i silenzi sono lunghi. D’altra parte è proprio la loro diversità a permettere che esista lo spettacolo, come continua a spiegarci Santanelli. Una ragazza seduta in prima fila interviene dicendo che durante quei lunghi silenzi si è sentita anch’ella a disagio. “È naturale! Eri seduta proprio in mezzo a noi!” le risponde Mario Porfito ritornando nella stanza scatenando le risate di tutti.
In effetti è proprio così, assistiamo stando in mezzo ai due attori che si muovono nello spazio della stanza. Anche se le nostre sedie sono tutte sullo stesso lato una netta separazione non c’è. Lo spazio domestico trasforma lo spettacolo che era già stato portato in scena a teatro. Tutto si riduce nell’atmosfera più intima della casa, le scenografie come il suono delle voci. È Lello Serao, che ci raggiunge per ultimo, a soffermarsi su questo punto: in casa il tono della discussione deve essere più basso e si diventa migliori ascoltatori di quanto non lo si è in teatro. E il discorso tra Igino e Severo è stato lungo, un’ora a disposizione prima che un aereo porti via Severo dalla città, un’ora da riempire con racconti del presente e del passato.
Severo ha un’ottima memoria e per lui le vecchie storie sono immagini divertenti che tira fuori per prendersi gioco dell’amico. Igino, invece, aveva lavorato per dimenticare alcuni avvenimenti troppo dolorosi per lui, che lo disturbano quando l’amico si mette a discorrerne con leggerezza. Il disturbo di memoria è, infatti, sia di chi ha dimenticato che di chi ricorda troppo e riapre vecchie ferite non ben cicatrizzate. Il modo di fare di Severo disturba anche il pubblico. Siamo lì presenti e sentiamo da molto vicino le ansie di Igino. Credo che ognuno abbia sperato, ad un certo punto, che l’amico lo mettesse alla porta ma lo spettacolo si sarebbe concluso e invece da scoprire c’era ancora tanto. E poi la porta era al piano superiore e non ci saremmo stati tutti sulle scale per vedere Severo che faccia avrebbe fatto. Perché in casa, quando si fa teatro, bisogna prendere in considerazione tante cose.
La scenografia di Annamaria Morelli, ad esempio, mentre prevedeva per il teatro una grossa finestra sullo sfondo dalla quale veniva proiettato il movimento della luce a segnare lo scorrere del tempo, in casa ha una finestra vera. Da dove siede il pubblico non si vede, è nascosta dietro l’angolo di un muro. Per lo spettacolo è un elemento importantissimo perché pone una domanda: “Perché Severo guarda continuamente in strada?”. La paura era che l’angolo nascondesse con la finestra anche l’interrogativo ma la mia amica, che mi sedeva accanto, ha rassicurato tutti dicendo che l’angolo aveva in realtà messo in moto la nostra fantasia, permettendoci di immaginare un intero mondo oltre quell’angolo. Ed era stato davvero così.
Restano in scena un vecchio telefono e una macchina da scrivere che ci aiutano comprendere l’idea di Renato Carpentieri di retrodatare la storia negli anni ottanta, prima della Seconda Repubblica.
Ho scritto quello che è accaduto e che ci siamo detti dopo lo spettacolo, perché la recensione l’abbiamo fatta lì in casa, tutti insieme, prima di andare via. È bastato solo ricordare.
Questo non succede a teatro. Poter parlare con gli autori, gli attori, far loro delle domande rende Il Teatro cerca Casa un’esperienza più che speciale.

 

 

 

Il Teatro cerca Casa
Disturbi di memoria
di
Manlio Santanelli
regia
Renato Carpentieri
con
Mario Porfito, Lello Serao
tecnico luci e fonica
Sasà Benitozzi
foto di scena
Giuliano Longone
aiuto regia
Antonio Conforti
realizzazione scene
Ivan Gordiano Borrelli
assistente scene e costum
i Flavia Fucito
composizione grafica
Salvatore Fiore
disegno luci
Lello Serao, Renato Carpentieri
Afragola (NA), interno privato, 20 aprile 2013
in scena
20 aprile 2013 (data unica)

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