“Il desiderio del tuo fragile corpo d'attore è il desiderio di una canzone nuova, di un canto nuovo, spremuto dalle macerie”

Leo de Berardinis, in una lettera indirizzata a Enzo Moscato

Enrico Brega

Cerca in te stesso

Non è un caso che Milano sia oggi considerata la più vivibile delle città italiane. Con Luisa, la mia ragazza, siamo seduti osservando il vitale flusso umano in Corso Buenos Aires all’esterno di un bar, sul tavolino che occupiamo due bicchieri di Bitter Campari il cui contenuto scivola lento e piacevole nelle nostre gole. Quegli occhi! La sto osservando nel modo che lei sa.

Noi nel suo mondo

Stringe tra le mani un pennarello. Ovunque si trovi, appena adocchia un foglio, che sia appeso a una parete, sul tavolo o altrove, dà segni di eccitazione e senza esitare un attimo lo dipinge di giallo. Poi, rivolgendo di scatto lo sguardo a noi mostra con orgoglio il pennarello quasi fosse un trofeo e dice: “Giallo! Giallo! Giallo!”.
Tonino è nostro figlio. Sette anni. Autistico. Oggi è sabato, io e Linda siamo venuti a trovarlo a La Nostra Comunità, dove per l’intera settimana l’Associazione ONLUS qui nel quartiere Forlanini di Milano, dove abitiamo, si prende cura di disabili giovani e adulti.

I giorni della ricerca

No. Non ho saputo dargli una risposta. Lui, Giuliano, mio fratello gemello, mi ha guardato col suo solito mezzo sorriso come fosse disegnato sul volto.
− Cosa ne pensi della postura uomo-tastiera-schermo? − mi ha chiesto.
Abbiamo diciotto anni, e da quest’anno frequentiamo l’Università Statale di Milano. Io, Marcello, Lettere Moderne, Giuliano Filosofia.

Cose che dovresti sapere

È il 2013. “Era nell’aria. Ed ecco che è venuto il momento che te ne parli. Sin dai tempi dell’università tra noi due c’è sempre stato un forte legame amichevole che, mi azzardo a dire, non aveva eguali. Poi ognuno ha preso la sua strada. E oggi se ci domandiamo perché ciò è avvenuto abbiamo difficoltà a darne una spiegazione. Il che non ha senso.
Quando abbiamo deciso che, una volta laureati, avremmo scelto un lavoro da svolgere in comune − non fosse altro per gli interessi culturali che meglio interpretassero le nostre capacità, i nostri obiettivi − ci siamo messi alla ricerca della strada da percorrere per raggiungere il successo al quale aspiravamo. E il caso ci ha aiutato, ammettiamolo. Ce l’abbiamo fatta. Abbiamo trovato il lavoro che faceva per noi.

Ti lasciano diverso

Succede dopo che hai letto certi libri. Non sei più quello di prima.
Quanto sto scrivendo è parte della mia storia. Della mia vita, insomma. L’ho già detto in altre occasioni: quando avevo poco più di tredici anni mi è capitato di leggere Martin Eden di Jack London. Da lì ha avuto inizio il mio rapporto con la letteratura. Ma non solo come lettore, bensì − e forse in modo quasi ossessivo − come aspirante scrittore. Con quali risultati in termini qualitativi fino a ora non spetta a me dirlo. Sta a chi mi legge giudicarmi.
La vita ha il suo corso. Allo soglie dell’adolescenza non potevo permettermi di dedicare tutto il mio tempo a scrivere. C’era da studiare e, una volta terminate le superiori, non ho potuto sottrarmi al mio dovere di essere d’aiuto alla famiglia cercandomi un lavoro. Nel tempo libero, tuttavia, ero chino in buona parte sulla Lettera 22 che mi aveva regalato mio padre.

Il mondo attorno

Gli è parso di essere stato preso da una sorta di smarrimento. Da dieci anni un matrimonio felice con Jenny. Successo sul lavoro che desta l’invidia dei colleghi. Stimolanti amicizie con gioiose frequentazioni. Tutto quanto un uomo possa desiderare per una pienezza di vita. C’è voluta la nascita del piccolo Andrea per dargli la carica necessaria a liberarsi dalle incertezze e lanciarsi alla ricerca del suo quadro esistenziale.

Una cosa passeggera

Fortuna che me ne sono accorta in tempo. O meglio, l’ho percepito casualmente andando a rivedermi le sue più recenti interviste che tanta materia del contendere avevano dato nel campo televisivo − e anche di certa stampa − sulla funzione culturale dell’intrattenimento.

When the Leaves Come Falling Down

È il 2010. Settembre. Sto guidando l’auto, e ascolto una delle canzoni di Van Morrison che da sempre prediligo. Con Cristina ci siamo appena salutati. Un addio, senza alcun rimpianto da parte di nessuno di noi due.
Ci siamo conosciuti in un incontro conviviale nello chalet dell’Oltrepò Pavese del mio amico Alex. Una serata resa allegra e vivace quanto basta da una cena squisita accompagnata da abbondanti libagioni. Ogni tanto i nostri sguardi s’incrociavano. Ma niente più.

Un flusso di vita

Non avevo ancora compiuto diciott’anni, quando una mattina ho deciso di trasformare la mia stanza da letto nella cella di meditazione. Domandarmi il perché era del tutto inutile. Una perdita di tempo. Ho cominciato presto, dalla prima adolescenza, ad avvertire una forte esigenza di immaginare il mio futuro percorso di vita. E per quali finalità. Così come se mi fosse stato possibile dare sostanza al mio eventuale obiettivo a dispetto di quello che avevo già intuito, ovvero il dover fare i conti con la casualità o gli schemi tradizionali.

Fantasie in sala conferenze

Quei lati nascosti 


Lunedì mattina di ogni settimana. Puntualmente, alle nove. Ci siamo tutti, più uno. È lo Staff Meeting: ognuno di noi cinque dirige un Department che tratta singoli Rami assicurativi. L’altro è il General Manager.
Siamo al quarto piano del grattacielo nel centro di Milano dove ha sede la rappresentanza italiana della Multinational Insurance Financial (MIF) con Headquarter negli USA, il più grande gruppo al mondo del settore.
Nell’entrare e subito sederci al nostro solito posto, nemmeno una parola.

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