“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Delio Salottolo

Ucciderò Roger Federer (parte 4)

4. Intermezzo e delirio. “Il mio nuovo caro amico… eccolo qua: il signor Risentimento!”

Non era andata propriamente così come si era prefissato. Niente niente niente.

Silenzio o del significato del rumore

C’è sempre un modo per raccontare qualcosa. Del resto è il modo umano di rapportarsi all’esistente, di creare relazioni, di sviluppare connessioni, che è capace di questo ed è soltanto in quella dimensione che costruisce metafore e racconti, che lavora su stessa come sul mondo, che si crea la possibilità del nuovo ed è soltanto in quella folle attitudine che si costruisce quel mondo umano (troppo umano, forse) che è la nostra specifica realtà. Ma tutto questo potrebbe sembrare fuorviante in questa nostra piccola “narrazione” (sì! noi concepiamo la nostra scrittura sempre e comunque come narrazione), ed è invece essenziale perché quello di cui abbiamo provato a fare esperienza oggi è stato il silenzio o, come suggerisce il titolo dell’esposizione, afonia, assenza di suoni, assenza di suoni che si costituisce come produzione polifonica di sensi altri e che racchiude una ricchezza (e una lentezza, nel senso chiaramente positivo del termine) di possibili significati, liberando la nostra grigia e burocratica quadratura esistenziale.

Ucciderò Roger Federer (parte 3)

3. “Non mi venderò più, mai più!”

Non si può certo dire che il piccolo signor F non si desse da fare nella vita, non che si dannasse l’anima pur di fare qualcosa ad ogni costo ma, come si suol dire, si muoveva parecchio, si guardava intorno con attenzione, non era una di quelle persone che si arrendevano facilmente, anzi era attentissimo a ogni evento che accadeva all’interno delle agenzie di lavoro interinale dei cui destini si sentiva partecipe – le disprezzava, chiariamo, e il suo odio a tratti era feroce, molti possono testimoniare di averlo sentito inveire contro quelle “vergognose istituzioni figlie di una vergognosa gestione dell’amministrazione pubblica” (usava spesso queste parole, ma ancor più spesso balbettava e sbagliava qualche finale di parola) ma egli non poteva fare a meno, nella sua “analitica” ricerca del lavoro, di entrare in contatto con quella “gentaglia incompetente” (ci scusiamo con tutti coloro che spendono la loro vita soffrendo e lavorando per le agenzie di lavoro interinale, ma per dovere nei confronti del lettore riportiamo le parole esatte del piccolo signor F così come c’è capitato a più riprese di sentirle pronunciare).

Madonne, pistole e pitbull. La nostra città evidente

C’è una città evidente ed è quella che abbiamo costantemente davanti agli occhi, quando passeggiamo per i nostri Quartieri Spagnoli e inciampiamo con lo sguardo in una delle tante edicole votive che gareggia in kitsch con i peggiori saloni di bellezza dove i nostri concittadini fanno le “lampade” tutte le settimane. C’è una città evidente ed è quella di quando ci guardiamo intorno e troviamo cumuli di vecchi materassi nel solito cumulo di munnezza nel solito angolo della scuola elementare all’interno dei quali si aggirano le figure della marginalità nostrana o immigrata. C’è una città evidente ed è quella di quando cerchiamo ancora nel fondo di uno sguardo, di un gesto, di un comportamento di mutuo soccorso, di un sorriso anche nei confronti della povertà più totale, di lacrime urlanti per la morte di un qualsiasi parente, insomma quando cerchiamo e crediamo di trovare e ci convinciamo che ci sia lì qualcosa che assomigli alla genuinità, allora ci facciamo prendere dal vecchio male dell’intellettuale napoletano, il primitivismo fine a se stesso e a-storico. Eppure c’è questa città evidente ma non c’è la città evidente che ricerchiamo nella nostra costruzione immaginaria, nella nostra fragile e commovente fantasia antropologica. Eppure c’è questa città evidente anche se non c’è e c’è poco altro da dire.

Ucciderò Roger Federer (parte 2)

2. “Il mese peggiore è ottobre, senza ombra di dubbio”

“Uccidere Roger Federer, mica cosa da poco”, ragionava il piccolo signor F mentre disperatamente cercava di tamponare il sangue che a leggeri ma rapidi e costanti fiotti fuoriusciva da un piccolo taglio situato poco sotto l’orecchio, “Uccidere Roger Federer” sembrava proprio il titolo di un romanzo o di un racconto, o addirittura il titolo di un film, un po’ come “Essere John Malkovich”, film che il piccolo signor F non aveva mai visto ma di cui amava profondamente e senza darsene ragione il titolo.

Sullo scivolamento e altri annegamenti

Che il mondo, così come si presenta quando apriamo gli occhi in un mattino uggioso o di sole, sia soltanto una delle mie rappresentazioni, quella prediletta, quella rassicurante, quella che la nostra mente costruisce nella sua relazione con il reale, che la realtà quotidiana insomma sia questo è indubbio, ma (appunto) è soltanto una delle forme di rappresentazione, quella sulla quale si adatta la nostra burocratica azione sul mondo, quella da cui prende avvio ogni opaco discorso sull’esistente opaco in una opaca condivisione. Le sue forme proprie sono in un certo senso l’accettazione e lo sbadiglio.

Ucciderò Roger Federer (parte 1)

Parte da oggi la pubblicazione, con gusto tipicamente ottocentesco ma tonalità (ahinoi!) più che contemporanea, di un racconto a puntate. Si cercherà, nei limiti delle sempre incerte sorti umane, di proseguirne la pubblicazione a cadenza settimanale.

 

1. Una verità, finalmente!

Un mattino poco luminoso (di quelli come ricoperti da un coperchio) e con un’aria sporca di latte irrancidito e con un pungente odore di vecchio armadio di pesante legno tarlato, un mattino, anzi quel mattino, in realtà comune a Napoli nei giorni che anticipano l’autunno, in quei giorni in cui l’estate non vuole farsi cacciare via e resta sospesa nell’aria con la sua umidità estenuante, il piccolo signor F aveva appena letto una strana notizia su Repubblica.it e sembrava incuriosito se non addirittura turbato.

Everything in Its Right Place

È pur vero che abitando in una città dalla spasmodica densità storica si accarezza sempre il sogno di riuscire a entrare in contatto con qualcosa che ci racconti la storia, il passato, vecchi personaggi e antiche figure, che si muoverebbero nello spazio cittadino odierno, come profili fantasmatici di un passato che vorremmo sempre qui presente affianco a noi, profili sorridenti e sprezzanti, deliranti e intellettuali, e noi pronti a ricevere la giusta rivelazione in vista dell’azione, noi immobili e inchiodati, noi sempre più incapaci di agire efficacemente, di trasformare intere regioni di esistente, e lo si accarezza questo sogno (chiamiamolo così!) soprattutto quando, indaffarati dagli orrori burocratici del presente e rincorrendo opache e pur necessarie sicurezze esistenziali, si ricerca chissà perché lo status di passeggiatore solitario (fermo restando che la solitudine è un modus, non un’assenza di presenza altrui) e fantasticheggiante. Noi, sia ben chiaro, non coltiviamo illusioni, ce le concediamo ogni tanto in quei minuscoli momenti in cui per gioco decidiamo (appunto) di giocare.

L'archetipo ridondante

Non saprei se definirlo una sorta di bestiario, perché non soltanto di fiere belve si tratta, né la curiosità collezionistica ed erudita è il senso di questa esposizione. Si potrebbe forse chiamarla sfilata laddove il senso profondo di questa definizione sta nel marciare delle figure e delle immagini impassibili di fronte all’occhio dello spettatore. Ma forse neanche questa definizione è quella esatta. Per cui: bisogna cercare qualcosa di più preciso. Anche perché – ma poi ci torneremo – si tratta di oscuri intagli nel cartone, con tecnica in levare, nel senso che dall’oscura nettezza del foglio nero, ecco comparire ogni forma e figura.

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