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Lunedì, 12 Ottobre 2015 00:00

Isotta Bellomunno o il ritorno all'origine feconda

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Componenti di diverse iconografie si interfacciano, si mescolano o si “cambiano d’abito”, in questa personale di Isotta Bellomunno. Nel bel mezzo della ricerca, o meglio, nell’atto di riproporre la riflessione su di un “eterno femmineo”, si presenta qui il compendio dei risultati e delle tracce di un lavoro materico e concettuale che scorre l’immaginario personale  e collettivo per ritrovare il punto in cui i due sentieri, talvolta vere e proprie fazioni in lotta, si manifestano come inscindibili e a tratti, forse, addirittura interscambiabili.

Questo immaginario attinge continuamente dall’enorme, confusionario ed inestinguibile repertorio visivo e linguistico che ci viene propinato (troppo spesso le due dimensioni finiscono per coincidere), il quale risulta, da ormai così tanto tempo, automaticamente registrato, metabolizzato e grossolanamente reinterpretato dalle coscienze. Il gioco ironico consiste qui nel ripulire i simboli originari, ammantati e sovraccaricati da una struttura superflua, volta a creare sempre nuovi eppure sempre identici punti di riferimento per l’attitudine consumistica della società. Si cerca di riportare in primo piano l’essenzialità e la semplicità di questi gesti e di queste figure iconiche. Il bisogno è di smascherare il tentativo di avvaloramento e giustificazione del processo lucrativo che la fruizione di questi emblemi e significanti (religiosi od umani in genere), legati al rapporto tra la maternità ed il senso di protezione, fra la capacità di generare la vita e la fisionomia femminile in cui tale capacità alberga, finisce inevitabilmente per innescare e sospingere.
La metaforica funzione apotropaica che può avere una sostanza pura come il latte materno, il nutrimento benevolo e la rassicurante accoglienza che l’immagine di un seno che allatta può facilmente suscitare, fungono da richiamo al senso originario di questi elementi, la cui esibizione è scevra di secondi fini commercialmente fugaci e spiritualmente impoveriti e serve a porre in risalto quello che ne è il peculiare aspetto, naturale ed umano, lo stesso che viene dunque quasi sempre volutamente ignorato o notevolmente ridimensionato all’interno di ogni moderno canale comunicativo.
Il ristabilimento di quell’espressione istintivamente materna e genuina interviene nell’istallazione in cui, sedendosi di fianco, si può poggiare l’orecchio alla membrana che riproduce il seno bovino, legato al culto isiaco, ed ascoltare la riproduzione degli stessi rumori che il feto sente all’interno dell’utero della madre.
Poco distante invece, sulla linea centrale del grande e suggestivo ambiente tufaceo della Sala delle Carceri, una slanciata struttura sorregge un sistema di pompaggio tramite flebo che succhiano il liquido dalle mammelle direzionate verso il basso, convogliandolo in alcune siringhe che rilasciano la sostanza aspirata, la quale viene poi riassorbita dai quattro piani su cui le parti terminali poggiano. Qui, la fredda e meccanica prelevazione di un elemento così indispensabile all’esistenza, viene beffardamente proposta all’attento osservatore, la cui concentrazione è agevolata dal silenzio e dalla luce soffusa che avvolge questa sorta di macchine “anatomiche/industriali”.
Tuttavia, insieme ed al di là di un atto esplicitamente ed oramai, com’è anche giusto che sia, pacificamente provocatorio (per quanto l’espressione possa in apparenza sembrare un ossimoro), i disegni o le sculture che “rivisitano” le immagini ed i significati più riconoscibili della dottrina cristiana cattolica, sottendono più che altro alla volontà di mettere in luce la costante presenza di quella cultura iconografica alla quale si è legati da un sentimento che è oggi, il più delle volte, prevalentemente profano.
La generazione di un insieme di considerazioni più o meno aspramente critico nei confronti della “svendita” di queste icone e del modo in cui si guarda ad esse, è ancora una volta riposta nelle mani dei visitatori/spettatori.
Si può dire che, nell’enfatizzazione della mammella quale strumento di fecondità, si presenti a latere la continuazione dei culti ancestrali nei riti cristiani, l’incontro tra gli archetipi delle due “mamme”, Iside e la Madonna, e che si faccia del loro latte dispensatore di vita un mezzo che ciascuno può utilizzare per riallacciarsi alle proprie radici e per adottare un diverso approccio con gli originari emblemi, tanto deformati dal tempo e dai media.

 

 

 

Latte di mamma
Isotta Bellomunno
a cura di Chiara Reale
Castel dell'Ovo, Sala delle Carceri
Napoli, dal 3 al 13 ottobre 2015

 

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