“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Lunedì, 13 Gennaio 2014 00:00

La vita sospesa o la morte ferma

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Nessuno vuole morire. È l’unico evento certo di tutta la vita, eppure non pensiamo mai veramente che ci possa riguardare. Eludiamo il pensiero, procrastiniamo l’idea, la vediamo come un evento estraneo alla vita pur sapendo che è la morte che dà senso ad essa. Dimentichiamo, più o meno consapevolmente, che la morte è un evento perfettamente naturale. Anche non volendole dare una pregnanza religiosa, la morte è la chiusura necessaria di un ciclo. Cosa accadrebbe, dunque, se la morte che tanto temiamo un giorno non ci fosse più? Da questo provocatorio interrogativo il Nobel portoghese Josè Saramago fa nascere il romanzo Le intermittenze della morte da cui la compagnia LaERTe ha tratto la pièce Piuttosto la morte che una tal sorte in scena al Nuovo Teatro Sanità per la rassegna Piccola residenza per compagnie under 35.

Saramago con l’espediente del capovolgimento della realtà, con la sua narrativa estraniante crea mondi che sembrerebbero paralleli, effettivamente possibili e realizzabili come accade anche in Cecità. La storia impossibile, con Saramago, diventa vera.
Immaginiamo una notte di fine anno qualsiasi in un certo paese. Un 31 dicembre come un altro. Cinque attori, tre uomini e due donne, vestiti di nero, i soli ad essere illuminati, seduti su cubi scuri di varie dimensioni che saranno tutta la scenografia sia nel primo che nel secondo atto, leggono a più voci dal testo di Saramago l’evento della notte di quel San Silvestro aggiungendo suoni, strepiti, giubili.
Ci si accorge subito che qualcosa non va. La gente che arriva moribonda in ospedale non muore. La notizia rimbalza subito in televisione, nascono subito i talk-show come La morte in diretta per amplificare ciò che ormai è sotto gli occhi di tutti: nessuno muore più in quel Paese. Quadri mobili e veloci fanno vedere sulla scena interviste al capo del governo, al prelato in vestito rosso che dall’alto dello scranno tuona tutta la sua riprovazione su ciò che sta accadendo. “Senza Morte non c’è resurrezione e quindi non c’è Chiesa?”, gli chiede il giornalista. L’eminenza rossa risponde cripticamente di fronte all’inspiegabile: ”La Chiesa non spiega, è stata la sua forza”.
Gli attori, sulla musica di Beethoven, si muovono rapidi intrecciando scene di giubilo a citazioni di Leibnitz sul "migliore dei mondi possibili”.
Messi da parte i grandi interrogativi etici-filosofici-religiosi che un tale evento può provocare, il resto del Paese è felice, vive un momento di euforia. Subito dopo, però, l’assenza della morte toglie il velo che copre le grosse ipocrisie e le speculazioni nascoste sotto le fragili apparenze del vivere quotidiano delle nostre meschine società. Sono le industrie mortuarie le prime a dichiarare fallimento e a ribellarsi, chiedendo al governo di intervenire. Poi toccherà agli ospedali, che scoppiano perché pieni di malati che non muoiono. Un governo inetto e lontano, come sempre, dai problemi reali del suo Paese, non sa far altro che istituire commissioni per studiare il caso; la Chiesa, poi, è descritta come capace solo di esaltare la morte perché “la morte giustifica ogni religione”. Nel frattempo una famiglia che vive al confine scopre che, dall’altra parte, la morte esiste ancora e decide di superare con dolore quel limite per mettere fine all’agonia dei propri cari, costretti a vivere una vita senza più alcuna qualità.
La criminalità organizzata, chiamata Maphia per distinguersi dall’altra più “volgare”, organizza loschi “viaggi della speranza”, con l’autorità collusa che finge di non vedere. Con una scena da operetta, sulla musica del Can-can, gli attori mettono in scena ciò di cui sono capaci di fare gli uomini per denaro, sfruttando il dolore altrui. Se non si riesce a far partire i malati, mai terminali, li si abbandona per strada.
Una delle scene più crudelmente simpatiche della pièce racconta con molta ironia dello spot pubblicitario di una telenovela messicana, La scodella di Oliver, che il governo userà per fare propaganda contro l’abbandono degli anziani. Il primo atto si chiude sulla musica dei Carmina Burana, con la comparsa della Morte in persona sulla scena che ha deciso di sospendere lo sciopero e di tornare alla sua attività premurandosi, però, di avvisare i morituri una settimana pima con una lettera viola. Il prossimo destinatario è un violoncellista che passa sul palco mentre si chiude il sipario sul primo atto.
Infatti, nel secondo atto, sarà lui (il violoncellista Roberto Soldatini) il protagonista insieme alla Morte che, non riuscendo a recapitargli la lettera viola, decide di consegnargliela personalmente. La Morte è una bella donna, enigmatica, che va ad assistere al concerto del musicista, ma la musica entra nell’animo della donna, la colpisce, la turba, la disorienta. È affascinata dal violoncellista solitario che, in casa, indossa due pantofole di peluche e suona uno dei dodici Stradivari esistenti al mondo. Sulle note di Gracias a La Vida  i due si innamorano, sulle note del violoncello lei brucia la lettera viola che doveva consegnargli. Con un tono leggero che rimane fedele all’intento favolistico dell’autore, i due, sdraiati sul letto, si scambiano tenere carezze.
I cinque attori tornano alla ribalta leggendo il testo di Saramago, chiudendo così come avevano iniziato: “Il giorno dopo non morì nessuno”.
Pensare alla Morte come un tenero abbraccio di chi ci ama. Pensare che la musica, la bellezza, l’arte, sospenda la morte.
Il regista Di Tommaso e la compagnia tutta sono riusciti a rendere leggibile e godibile questa messa in scena.

 

 

 

 

Piuttosto la morte che una tal sorte
Adattamento in due atti tratto da Le intermittenze della morte
di
José Saramago
adattamento e regia Luca Di Tommaso
con Giuseppe Cerrone, Mario Di Fonzo, Antonio Parascandolo, Antonella Raimondo, Margherita Romeo, Roberto Soldatini, Angela Tamburrino maschera Riccardo Ruggiano
violoncello Stradivari
scene e costumi LaERTe
disegno luci Paolo Petraroli
produzione LaERTe. Laboratorio di Esplorazione e Ricerca Teatrale
durata 1h 30’
Napoli, Nuovo Teatro Sanità, 10 gennaio 2014
in scena dal 10 al 12 gennaio 2014

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