“se ne restò a guardare, che stupido, Dio mio, che stupido”

Nicola Pugliese

Sabato, 03 Luglio 2021 00:00

Un teatro non è mai vuoto: le anime di "Risate di gioia"

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Fruiamo il teatro in posti che non sono teatri. Chiusi da tanti mesi, gli edifici che per anni, a volte secoli, hanno dato vita ai nostri personaggi preferiti sono davvero vuoti? In questa serata di fine giugno, un palco montato al centro del cortile della Reggia nel Bosco di Capodimonte interpreta un vecchio palco teatrale abbandonato.

È un ruolo difficile perché la struttura di metallo, legno e tessuto che vediamo, è più simile a un palco da concerto. Ma ha fondali sghembi, le quinte, un sipario strappato e due sedie. Soprattutto ha Elena Bucci e Marco Sgrosso che gli si muovono sopra e con le loro parole agiscono la definitiva trasformazione.
Usciti dalla pellicola di Mario Monicelli, Risate di gioia, Tortorella e Umberto, i personaggi che ci accompagnano nello spettacolo, capitano in un teatro ormai in disuso. Cominciano allora a ricordare i vecchi tempi, quando nei teatri c’era il pubblico, quando presi dallo spavento prima di una replica gli attori sbirciavano da un vetrino piazzato al centro del sipario la gente in sala. Ora il sipario pende da un lato con i suoi grossi strappi e sarebbe bello poter ridare di nuovo vita a tutto, gioire degli anni d’oro del teatro, quello delle primedonne e dei mattatori. Forse però il teatro, in quanto scatola magica, non lascia uscire ogni cosa dalla sua pancia, forse conserva e trattiene in sé stesso le anime di chi è vissuto al suo interno. Allora capita a Tortorella e Umberto di avvertire la presenza di spiriti e di poter dialogare con loro.
Nell’anno delle celebrazioni dantesche, Risate di gioia appare come una sorta di Divina Commedia teatrale: Tortorella e Umberto ci fanno da guida nell’incontro con le anime che abiteranno per sempre l’inferno e paradiso che è il teatro, tutti condannati a essere legati ad esso indissolubilmente, nella vita e nella morte. Quelle che ascoltiamo infatti sono anche storie di nascita e di morte in teatro: figli d’arte che hanno mosso i primi passi sulle assi di legno e già da molto piccoli hanno accolto il proprio destino di interpreti; uomini e donne che hanno speso tutta la propria vita per il teatro fino a morirne; desideri, frustrazioni e il coraggio che ha permesso ad un attore di poter sbeffeggiare i potenti del mondo. Perché, paradiso e inferno insieme, è una benedizione ma anche una maledizione appartenere alla grande scatola magica.
Il lavoro presentato da Elena Bucci e Marco Sgrosso non è pura invenzione ma studio approfondito. Grazie ad esso possiamo immaginare di rivedere la Duse, in fondo alla scena, poggiare sul tavolo un vaso di fiori. Quel momento del passato che in nessun modo potrà tornare è rievocato stasera in una memoria che non abbiamo personalmente vissuto ma che possiamo ricostruire. In sequenze di dialoghi e monologhi, riascoltiamo Giovanni Emanuel, Eleonora Duse, Adelaide Ristori, Brugnoletto, le sorelle Nava, i fratelli De Rege, Salvatore Petito, Totò e Anna Magnani ma anche un suggeritore e un portaceste. Il teatro non è fatto solo di attori e coloro che hanno la condanna più grande di vivere di teatro sono forse proprio tutti i lavoratori che non hanno la grazia del successo e dei riconoscimenti ma che restano all’ombra della scatola e possono, a un certo punto, anche non servire più alla grande macchina. È quello che è successo al suggeritore, memoria fisica esterna degli attori, di cui in un determinato momento rivoluzionario si è voluto fare a meno. Come due archeologi alla ricerca delle tracce del passato, Bucci e Sgrosso sono partiti dalle biografie e dai testi che documentano la storia del teatro per creare un lavoro a più voci. Ma sono solo loro due, unici corpi in scena, a rimodulare tutte le voci, come se le anime, una volta richiamate alla memoria, si impossessassero di quella carne messa a disposizione del pubblico per poter parlare e muoversi ancora in scena. Straordinaria la prova attoriale  di entrambi, comica e tragica insieme, sottolineata dal lungo applauso al termine dello spettacolo.
Risate di gioia mette di buon umore e allo stesso tempo affascina per la straordinarietà di certe vite che sono state dedicate al teatro. Vite tanto atipiche da meravigliarci allo stesso modo in cui lo farebbe un racconto fantastico. E invece, se come al cinema ci fossero i titoli di coda, leggeremmo: “Tratto da storie vere”.





Campania Teatro Festival 2021
Risate di gioia. Storie di gente di teatro
ispirato alle opere Il teatro all’antica italiana di Sergio Tofano detto Sto, Antologia del grande attore di Vito Pandolfi, Follie del Varietà di Stefano De Matteis, Martina Lombardo, Marilea Somarè, e ad autobiografie, biografie, epistolari di gente di teatro
da un’idea di Elena Bucci
progetto, elaborazione drammaturgica, interpretazione e regia Elena Bucci, Marco Sgrosso
disegno luci Loredana Oddone
drammaturgia e cura del suono Raffaele Bassetti
scene e costumi Elena Bucci, Marco Sgrosso
assistente all’allestimento Nicoletta Fabbri
collaborazione ai costumi Manuela Monti
foto di scena Ivan Nocera (Agenzia Cubo)
produzione Centro Teatrale Bresciano, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Le Belle Bandiere
lingua italiano, napoletano, veneto, emiliano, toscano, siciliano, romano
durata 1h 15'
in collaborazione con Fondazione Campania Dei Festival/Campania Teatro Festival, Teatro Comunale di Russi
Napoli, Real Bosco di Capodimonte − Cortile Della Reggia, 24 giugno 2021
in scena 24 e 25 giugno 2021

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