“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Mercoledì, 28 Agosto 2019 00:00

Una gradinata, un palco di pietra e tre spettacoli

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Avvistamenti Teatrali è una rassegna “di nuova drammaturgia” che, da quattro anni, sta rivitalizzando e valorizzando uno degli scorci più affascinanti e poco conosciuti della Calabria, l’anfiteatro di Torre Marrana, dove una semplicissima gradinata con al centro un piccolo palco in pietra acquista valore perché incastonato tra una torre antica e un panorama mozzafiato sul tramonto.

Avvistamenti ha portato opere di autori notevoli, come l’intenso Antropolaroid di Tindaro Granata o il lacerante Bestie rare di Angelo Colosimo: stupisce un po’, quindi, l'avvio di questa quarta edizione con Da quando ho famiglia sono single, a firma di Claudio Batta.


Un tema, un’edizione, tre spettacoli
Un’edizione dedicata alle varie declinazioni del concetto di “vita” e famiglia”, triangolata con diverse emozioni e punti di vista. Ma quello che interessa qui è un’altra prospettiva, ovvero quante gradazioni di “genere” possono coesistere e quanto diversa può essere la concezione di “nuova drammaturgia”. E si parlava non a caso, sopra, dell’incipit con lo spettacolo di Batta: partiamo dalle basi, dallo sviluppo elementare, anzi da un non-sviluppo, perché Batta, per chi non lo sapesse, ha raggiunto la massima notorietà televisiva interpretando un calabrese appassionato di cruciverba, calcando la mano su inflessione e dialetto e ricamando su vizi e virtù regionali. Non ci si poteva aspettare quindi altro che quanto ciò che in fondo è Da quando ho famiglia sono single: un maldestro collage con gag da cabaret, diverse scenette appena abbozzate tenute insieme da un fil rouge pressoché inesistente (la genitorialità declinata al giorno d'oggi), una comicità televisiva. Con accenti e accenni di cattivo gusto, parodiando e dileggiando il disagio adolescenziale di chi è in sovrappeso o ridicolizzando situazioni sociali addirittura stigmatizzate con troppa disinvoltura (il ragazzo bangla che spaccia o quello cinese che sa solo vendere, e altre oscenità simili), Batta è alla ricerca affannata della risata facile e grossolana, senza la benché minima cognizione di tessuto narrativo o impalcatura teatrale, mentre strizza l’occhio al pubblico con parolacce e ammiccamenti, presupponendo di avere davanti uno spettatore poco avvezzo al teatro o quantomeno alla comicità in teatro.
Un passo avanti si fa invece con lo spettacolo successivo, Farsi fuori, di e con Luisa Merloni, che ironizza su una situazione fantastica e allegorica (l’arcangelo Gabriele annuncia una nuova gravidanza celeste ad una ragazza di oggi) per poi sondare risvolti non banali sulla maternità e sul senso profondo del bisogno di sentirsi realizzati.


Farsi fuori, ma con stile
La Merloni in scena è stupefacente: disinvolta, grottesca, irresistibile, passa da un registro all’altro con facilità e coinvolge il pubblico abbattendo da subito la quarta parete, aiutata e supportata da un altro caratterista eccellente, Marco Quaglia.
Farsi fuori scaturisce da un’urgenza: quella di osservare e capire i limiti che la società di oggi disegna tra diritti e doveri, i limiti della libertà della donna di essere o meno madre, i limiti dell’integrazione del pensiero stesso di libertà aggiornato al nuovo corso dei diritti di genere. Tematiche urgenti, temi fortissimi e indagini abissali, che non vengono banalizzate mai e che si svolgono lungo la voglia di divertire e non annoiare, di coinvolgere il pubblico lanciandogli piccoli segni e segnali che poi magari potranno fermentare e diventare suggestioni, interrogazioni personali.
Ed è un testo perfettamente bilanciato tra consapevolezza femminile e interazione, con la spiccata tendenza della Merloni a coinvolgere meravigliosamente il pubblico. È però sul piano compositivo che si notano alcune crepe, nel momento in cui gli snodi drammaturgici risentono di una regia poco solida e troppo acerba, incapace di tenere sotto mano tutti i concetti e tutta la drammaturgia in una situazione coerente e fluida. Resta comunque la capacità, non ovvia, di tenere fissa la relazione con la platea, di non smettere mai di porre domande in maniera impercettibile, di aprire continuamente piccoli dibattiti che riguardano la coesistenza di diritto umano e dovere naturale. E non è mai poco.
E facendo qualche altro passo in avanti, e in profondità, ecco che però la commedia può soltanto vestire ciò di cui in realtà si vuole parlare, nascondere problemi e problematiche fin troppo violente anche solo da guardare dritto in faccia, ammorbidire spicchi di realtà eccessivamente dolorosi: ecco allora il terzo appuntamento della rassegna, lo straordinario Simu e Pùarcu di Angelo Colosimo, giovanissimo autore calabrese già punto di riferimento importante nello scenario della nuova drammaturgia italiana.


Oggi siamo di porco
La tradizione, gli usi popolari che si colorano come quelli tribali, il ricordo: e appena sotto il retaggio familiare, la difficoltà di vivere e sopravvivere in luoghi dove la criminalità organizzata ti invade la quotidianità, il dolore della perdita. Simu e Pùarcu è tutto questo, oltre ad essere una sorta di capitolo conclusivo di una ideale trilogia di Colosimo, aperta con Bestie rare e continuata con Agnello di Dio, spettacoli e testi che mettono impietosamente a confronto il profondo senso di religiosità tipico di alcuni gruppi sociali del Meridione con una realtà fatta (ancora) di criminalità e aberrazioni intrisa di tradizione e doveri ancestrali.
Lo spettacolo di Angelo Colosimo non è solo coinvolgente e “giusto”, ma a tratti soffocante: per l’incredibile, superiore presenza scenica dell’attore/autore che canalizza tutta l’energia del palcoscenico e la sa racchiudere in uno sguardo, un movimento, una parola: con una fisicità assordante, Angelo racconta della barbara uccisione di Santino Panzarella, ragazzo di Acconia di Curinga, che aveva vissuto sempre all’ombra di una famiglia ‘ndranghetista e che commise l’errore di innamorarsi, ricambiato, della moglie adulterina di un boss: scoperto, venne ucciso e gettato in un fiume, probabilmente dopo essere stato divorato dai cinghiali. È questa la ricostruzione dell’omicidio che ha fatto la mamma Angela Donato, da anni impegnata a tentare di gettare luce sull’atroce scomparsa del figlio, e sulla quale non è mai stata fatta chiarezza. Da questo punto fermo, Colosimo fa partire una serie di storie e racconti, personaggi e riflessioni che restituiscono allo spettatore la dimensione claustrofobica di un mondo chiuso in sé: un fiume in piena di parole, situazioni, colori e suoni volti a comporre uno specchio − oscuro, naturalmente − dove vedere i propri errori e concezioni errate, mentre con una forza sovrumana Angelo ricostruisce sul palco dei momenti che restituiscono, come violente epifanie, momenti apparentemente nella memoria di tutti (come appunto l’uccisione di un maiale) che sono riti scolpiti nella pietra, norme non scritte ma segnate con il sangue degli innocenti.







Avvistamenti Teatrali

Da quando ho famiglia sono single
scritto da
Claudio Batta, Riccardo Piferi
regia Riccardo Piferi
con Claudio Batta
luci e suoni EM Sound
produzione Comici Associati
lingua italiano
durata 1h 10’
Ricadi (VV), Anfiteatro Torre Marrana di Brivadi, 9 agosto 2019
in scena 9 agosto 2019 (data unica)


Farsi fuori

testo e regia Luisa Merloni
con Luisa Merloni, Marco Quaglia
voce Alessandra Di Lernia
collaborazione artistica Fiora Blasi
produzione PsicopompoTeatro
lingua italiano
durata 1h 15’
Ricadi (VV), Anfiteatro Torre Marrana di Brivadi, 16 agosto 2019
in scena 16 agosto 2019 (data unica)


Simu e Pùarcu
di e con Angelo Colosimo
regia
 Roberto Turchetta
disegno luci
 Nicola Caccetta
consulenze musicali
 Marianna Murgia
produzione Wobinda
lingua italiano, dialetto calabrese
durata 1h 5’
Ricadi (VV), Anfiteatro Torre Marrana di Brivadi, 23 agosto 2019
in scena 23 agosto 2019 (data unica)

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