”In coscienza, Kàtja, non lo so.“

Anton Pavlovič Čechov

Giovedì, 02 Maggio 2019 00:00

Numeri e "contronumeri" sul Teatro Stabile di Napoli

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Un esempio giornalistico
Il 27 febbraio scorso Fabrizio Coscia firma un “commento” intitolato Il Teatro Stabile nella città che non guarda ai risultati: è il modo nel quale Il Mattino prende posizione in merito alla conferma o meno di Luca De Fusco, in carica dal 2011 e il cui contratto scade nel dicembre 2019: è giusta una proroga o è meglio nominare un nuovo direttore?

Coscia elabora uno scritto che può essere diviso in due parti: nella prima mette a disposizione dei lettori “l’aridità dei numeri” e i “dati nudi e crudi”, buoni per “fotografare una realtà” che va testimoniata attraverso i risultati “oggettivi della gestione De Fusco”, mentre nella seconda rafforza il discorso elencando “considerazioni” (e meriti) in aggiunta: il “lusinghiero successo di pubblico e critica parigino con I sei personaggi in cerca d’autore”, che racconta il lavoro svolto in termini di tournée all’estero dallo Stabile; “la scuola di teatro diretta da Mariano Rigillo”, che impegna “i giovani attori diplomati” nelle “principali produzioni” del Nazionale; “la rassegna di drammaturgia antica nel Teatro Grande” di Pompei, “che ha ridato vita a una location unica al mondo” e infine: un cartellone che di anno in anno ha tenuto assieme “vivacità culturale e professionalità”, “tradizione e sperimentazione”, generando una “qualità della programmazione” della quale (tra “registi internazionali”, “nomi di indiscusso prestigio” e “il meglio della cultura teatrale napoletana”) è complicato dubitare. “Si può discutere su tutto”, per carità – afferma quindi chiudendo l’articolo – “ma non può sfuggire la valenza anche simbolica di questo percorso virtuoso tracciato dal Mercadante negli ultimi anni” ed è per questo motivo che – “per il bene di Napoli” – “tutti dovremmo auspicare che si continui” sulla strada intrapresa.
Già, ma quali sono i numeri con i quali Coscia caratterizza il suo editoriale? Si tratta dei dati che De Fusco presenta nel corso della riunione del consiglio di amministrazione avvenuta il 19 dicembre 2019; è in quell’occasione infatti che l’attuale direttore espone i risultati che ha raggiunto facendo un’analisi della sua gestione “a partire dalla nomina nel 2011 al 2017” e dunque: il “fatturato aumentato del 73%”; l’“incremento del 220% di finanziamenti FUS”; “un numero di artisti e tecnici scritturati cresciuto rispettivamente del 281% e del 97%” a cui “va aggiunto il numero di dipendenti a tempo indeterminato (+278%)” mentre, per quanto concerne il pubblico, “tra Mercadante, Ridotto e San Ferdinando si arriva a un incremento del 71,98%” e gli abbonamenti “sono aumentati del 234,5%”.
Queste sono le cifre con cui De Fusco – in ogni occasione possibile (nelle sedute del CdA, nelle interviste che rilascia, durante le conferenze stampa) – avvalora la sua direzione così chiedendo implicitamente o esplicitamente il rinnovo del mandato (“confesso che mi piacerebbe molto continuare a Napoli” dichiara a Stefano De Stefano il 25 gennaio 2019); queste sono le cifre in base alle quali Coscia ritiene opportuno vi sia “continuità di metodo e di percorso”.

 

Tacere affermando
L’articolo di Coscia, nel realizzare un bilancio della direzione di Luca De Fusco, è interessante perché affermando rimuove, dimentica e decontestualizza.
Rimuove, ad esempio, alcuni eventi avvenuti: rimuove che l’aumento del personale a tempo indeterminato (“quindici assunzioni per concorrere a divenire Teatro Nazionale”) è stato ottenuto attraverso un concorso il cui esito ha generato proteste, ricorsi e denunce alla Procura e all’autorità nazionale anticorruzione per “procedure opache di selezione”; rimuove che la Scuola − le cui lezioni sarebbero dovute essere “ospitate dall'Accademia delle Belle Arti insieme a un altro luogo ancora da individuare” (e che non è mai stato individuato) − ancora oggi ha una collocazione inadeguata (“è un po’ scassatella” confessa De Fusco il 16 aprile 2019 in conferenza stampa), rimuove che c’è chi ha rinunciato all’insegnamento a causa dei ritardi nel pagamento degli stipendi e che di questa Scuola – fortissimamente amata da Luca De Filippo, che ne fu il primo direttore – oggi la stessa Fondazione De Filippo non vuole saperne più nulla a causa delle “disattese promesse” e delle modalità con cui viene gestita (“vorremmo che il nome di Luca non fosse più legato a una situazione che non avrebbe gradito” scrive al sindaco De Magistris Carolina Rosi nel luglio 2016); Coscia rimuove – nel compiere l’elenco dei fatti oggettivi – le responsabilità che l’allora presidente Ferrara, il CdA e il direttore hanno avuto nella chiusura improvvisa (e durata cinque mesi) del Mercadante e del Ridotto, avvenuta il 24 marzo 2017 “a causa dell’inadeguatezza alle norme del sistema antincendio” (accadimento che, tra l’altro, ha messo a rischio la conferma dello Stabile di Napoli come Teatro Nazionale) così come rimuove che le tournée all’estero sono il frutto quasi esclusivo di scambi, che la rassegna di Pompei prometteva “in termini di indotto, per il turismo, l’albergatoria e la ristorazione” una “ricaduta importante” che non è stata mai monitorata e rimuove che la presenza dei neodiplomati della Scuola nelle produzioni dello Stabile è stata episodica, spesso di contorno e che neanche la stagione del Ridotto è stata loro davvero “dedicata” (solo un terzo della programmazione ivi collocata, infatti, li ha avuti come protagonisti quest'anno). Non solo. Coscia dimentica di dire che “i dati nudi e crudi” che “snocciola” (crescita del fatturato, incremento del FUS, personale a tempo indeterminato, numero di artisti e tecnici impiegati) sono il presupposto al o la conseguenza immediata del riconoscimento dello Stabile come Teatro Nazionale e che tali numeri possono essere ostentati anche dagli altri teatri di pari grado e dimenticandoselo dunque decontestualizza le cifre proposte nell’articolo dando della gestione di De Fusco una mera (e assai parziale) lettura quantitativa. Tant’è. Il Nazionale di Roma – ad esempio – nel 2018 rimarca “i risultati di un triennio importante e di obiettivi raggiunti”, quello 2015/2017, vissuto “all’insegna del grande fermento creativo e produttivo” e contraddistinto (nello specifico) da “336 spettacoli, 300 accadimenti culturali, 576 alzate di sipario, ricavi di botteghino crescenti del 20%, crescita del numero di spettatori (447.919) e degli abbonamenti (che si attestano oltre i 13.600 nella stagione 2017/2018 rispetto ai 5.500 della stagione 2013/2014)” mentre a Torino – leggo da un articolo dell’ANSA intitolato 2018 record per il Teatro Stabile – si festeggia l’ennesimo anno “straordinario” essendo stati ottenuti “i massimi storici per biglietteria, presenze, abbonamenti, produttività, giornate lavorative e contributi FUS”. Insomma: esattamente – in proporzione – come a Roma; esattamente – in proporzione – come a Napoli.
Cosa vuol dire?
Che per compiere una seria valutazione della direzione pluriennale di De Fusco non ci si può affidare solo ai dati diffusi dallo stesso De Fusco e che – collocato il meritevole sviluppo strutturale del Teatro Stabile di Napoli all’interno di un sistema che il Decreto Ministeriale del 2014 ha indotto complessivamente al gigantismo aziendale, al rigonfiamento amministrativo e all’iperattività produttiva – occorre associare alle risultanze quantitative anche un’analisi qualitativa per comprendere cosa davvero sia accaduto (cosa davvero stia accadendo) qui a Napoli.



La questione del pubblico, ad esempio
Il numero cui (in apparenza) Luca De Fusco tiene di più è quello relativo all’aumento degli abbonamenti; ci tiene al punto tale da ribadirlo addirittura due volte nel corso di una stessa intervista (a Natascia Festa; Il Corriere del Mezzogiorno, 29 marzo 2018) e da segnalarlo puntualmente nella cartella stampa che ci viene data prima di ogni conferenza di presentazione della stagione: “La mia direzione artistica” scrive quindi nell’aprile 2019 “ha portato i nostri abbonati da 2300 a oltre 7000 unità”. È il +234,5% che cita Coscia. Il dato è oggettivo e dunque non smentibile ma va analizzato, contestualizzato e motivato ed è così facendo che si scopre che è la conseguenza della scelta di titoli volutamente rassicuranti (“facciamo sempre gli stessi titoli” puntando “sugli autori di chiamata” dichiara De Fusco il 24 aprile 2018) cui segue una strategia di vendita da supermarket o, se preferite, da compagnia aerea low-cost (“facciamo come EasyJet: se compri l’abbonamento prima lo paghi di meno”). Questo ha generato l’incremento degli abbonamenti, aumento che dunque va letto soprattutto come la trasformazione della vendita del singolo tagliando in un’offerta (a prezzo di favore) di mini-carnet di spettacoli tanto è vero che “noi sbigliettiamo pochissimo”, “il pieno lo facciamo quando vendiamo il cartellone” e “buona parte degli abbonati che vantavo dipende dai mini abbonamenti” dichiara lo stesso De Fusco. E infatti. Nonostante il rimarcato +234,5% di abbonamenti Napoli, tra i Nazionali, è in coda alla classifica per i ricavi da botteghino (“Qual è la questione più urgente? Il pubblico. Il Mercadante è fanalino di coda con 650.000 euro. È un dato inaccettabile, che dobbiamo modificare” dichiara il 2 marzo 2017 l’allora presidente Valter Ferrara) e – analizzando con attenzione i bilanci –  si nota che in realtà l'aumento degli incassi derivanti dal botteghino è del 22,02% (dai 586.290 euro del 2011 ai 715.397 del 2017) mentre gli incassi derivanti dalle produzioni e dalle coproduzioni sono cresciuti del 4,47% (da 1.414.291 euro a 1.477.616) tant'è che, in otto anni, l’effettivo incremento economico prodotto è stato di 192.432 euro (a fronte del raddoppio dei contributi istituzionali ricevuti: “Siamo passati da un bilancio di quattro milioni e mezzo a un bilancio di nove, dieci milioni”).
Non basta.
Provando ad associare alla contestualizzazione quantitativa un’analisi qualitativa possiamo adesso chiederci: per questi spettatori (cui De Fusco fa così assiduamente riferimento) quali iniziative lo Stabile di Napoli ha realizzato? Altrove si organizzano incontri pre e post spettacolo con la compagnia e/o con il regista; si ospitano laboratori di visione curati da esperti di settore; si producono e distribuiscono Quaderni-riviste di teatro; si accompagnano le principali produzioni con la proiezione di film, di documentari o di video di altri spettacoli in tema; si stringono accordi con case editrici locali per la pubblicazione dei testi di drammaturgia contemporanea che sono in scena; a Napoli invece? Una risposta la fornisce la scheda valutativa del Ministero che, per quanto concerne gli “interventi di educazione e promozione presso il pubblico a carattere continuativo”, assegna allo Stabile di Napoli un punto e mezzo collocandolo all'ultimo posto tra i Nazionali e al ventiduesimo posto (su ventiquattro) se consideriamo anche i TRIC (peggio fanno solo l’Eliseo e lo Stabile d’Abruzzo).
Cosa dimostra tutto questo?
Che limitarsi al verbale di un CdA e alla citazione di una percentuale non basta: è della qualità delle iniziative e delle scelte che (anche e soprattutto) bisogna tener conto e bisogna tenerne conto perché un teatro pubblico compartecipa alle politiche culturali e alla crescita civile di un contesto e di chi lo abita; perché lo Stato finanzia i teatri a patto che sostengano l’azzardo poetico e si assumano rischi nella creazione e nella programmazione; perché l’utilizzo di soldi pubblici obbliga alla ricerca di un alto livello estetico  (per cui non ci si può limitare alla compilazione di un cartellone né si può lavorare solo in funzione della vendibilità commerciale di questo cartellone) e perché, se tutti i soggetti teatrali che ricevono contributi istituzionali hanno il dovere di esercitare una “funzione pubblica”, un teatro i cui soci proprietari sono gli Enti territoriali ha – oltre la “funzione” – anche una “responsabilità pubblica” che non può essere valutata utilizzando solo i parametri del mercato, del consenso e del successo, gli incrementi da consumismo pubblicitario, gli imperativi che regolano le attività di un’azienda privata.



La qualità (e il cartellone, i giovani, le donne)
Definire la qualità artistica è l’impossibile con il quale ci si confronta da quando si prova ad amministrare il sostegno alla produzione teatrale: non sono un criterio certo la storicità, il numero di under 35 impiegati, la multidisciplinarietà (per cui molti si limitano a proiettare video alle spalle degli attori che recitano) né sono un criterio certo il numero di biglietti staccati, le recensioni dei critici, i premi vinti. Non definiscono oggettivamente la qualità neanche i pareri dei membri della Commissione Prosa, sia chiaro, e tuttavia è proprio il parere della Commissione Prosa che va preso in considerazione giacché, in parte, determina il finanziamento ministeriale. E d’altronde. Se – come afferma Luca De Fusco e chi lo sostiene – le valutazioni del MiBAC certificano per lo Stabile di Napoli “una posizione ministeriale salita dalla quattordicesima alla sesta” allora occorre tener conto anche di quel che il MiBAC dice rispetto alla “Qualità della Proposta Artistica”. Ebbene: il teatro diretto da De Fusco, per quanto abbia un punteggio complessivo in aumento rispetto alla prima triennalità, si colloca in penultima posizione tra i Nazionali (peggio fa il solo neo-promosso Stabile di Genova) e in nessuno dei parametri adottati (“qualità della direzione artistica”, “del personale artistico scritturato”, “del progetto”; “capacità di assunzione del rischio culturale”; “autorevolezza nel proporre e valorizzare il repertorio, la drammaturgia contemporanea, i nuovi talenti della scena”; “capacità di assicurare una proposta di alto livello, differenziata, plurale e innovativa”; “affidabilità gestionale”; “integrazione con strutture del sistema culturale”; “partecipazione a reti nazionali e internazionali”) raggiunge il massimo del punteggio previsto. Non solo: la “Qualità della Proposta Artistica” del Nazionale di Napoli è inferiore a quella di otto TRIC e di tredici Centri di Produzione e si colloca – senza considerare il Piccolo di Milano, che fa storia a sé – al ventiseiesimo posto su cinquantacinque teatri finanziati.
De Fusco (130.000 euro lordi di contratto annuo a cui occorre aggiungere, da marzo 2015, un compenso integrativo di 20.000 euro e un rimborso spese mensile di 1.000 euro) rispetto alla Qualità Artistica certificata dal Ministero non risponde e si limita – di volta in volta – a dichiarare che lui “ha il dono di sapere cosa funziona e cosa non funziona”, che è “in grado di trovare una sintonia tra il cartellone e loro che vogliono venirlo a vedere”, che “qui c’è stato un grande pluralismo” e che “d’altra parte la varietà è sempre stata il principio fondante della mia direzione artistica”. Ma a quale varietà fa riferimento? Al netto delle norme – che obbligano un Nazionale alla conferma, nel triennio, del 50% del personale artistico scritturato – le scelte operate dal direttore mi paiono stantie (ed elitarie) sul piano autorale, generazionale e di genere. Poco più del 50% delle ospitalità e delle coproduzioni in scena allo Stabile di Napoli nelle ultime cinque stagioni coinvolge o fa riferimento a sei teatri (Genova, Friuli, Catania, Torino, Roma, Veneto) e in particolare l’offerta proposta agli spettatori del Mercadante – la sala principale, destinata al teatro nazionale e internazionale – sembra dipendere non tanto dalla qualità effettiva degli spettacoli (scelti, nella maggior parte dei casi, quando non sono neanche stati allestiti) ma dal fatto che i teatri prescelti ospitano, a loro volta, la produzione principale del Nazionale di Napoli, per lo più firmata dallo stesso De Fusco. Insomma: il Mercadante serve al direttore per far circuitare le proprie regie come si comprende ponendo in correlazione la provenienza delle ospitalità con le tournée degli allestimenti defuschiani: è valso di recente per I sei personaggi in cerca d’autore tanto quanto è valso in passato per Salomè, Macbeth, Orestea, Il giardino dei ciliegi, Antonio e Cleopatra; varrà (nel 2019/2020) anche per La tempesta. Cosa determina tutto ciò? Che per gli spettatori napoletani è molto difficile assistere alla produzione di un teatro che non sia interessato a scambiare con Napoli: è la ragione per la quale – altro che varietà – nelle ultime quattro stagioni allestite (compresa quella del 2019/2020) tocca invece assistere, ad esempio, ad altrettante regie di Franco Però (direttore del Teatro Stabile del Friuli); è la ragione per cui, in otto anni, Napoli ha ospitato, prodotto o coprodotto altrettante regie di Marco Sciaccaluga (co-direttore del Teatro Nazionale di Genova). Né – detto che il San Ferdinando e il Ridotto sembrano essere stati utilizzati per placare le polemiche cittadine attraverso un’accorta distribuzione di opportunità produttive ai teatranti locali – la varietà caratterizza l’offerta napoletana come dimostrano – ad esempio – le sette regie in cinque anni (2015/2020) firmate da Claudio Di Palma o i ventuno ruoli da protagonista (in otto anni) interpretati da Gaia Aprea.
E sul piano generazionale? Prese in esame le stagioni in cui De Fusco è stato direttore dello Stabile di Napoli emerge che il 59,2% degli spettacoli prodotti, coprodotti e ospitati al Mercadante e al San Ferdinando sono stati firmati da registi tra i 50 e i 69 anni; che ai registi under 50 è stata destinata una quota del 19%, che agli under 40 è stata data poco più della metà delle opportunità (2,6%) che è stata concessa agli over 80 (4,6%). Infine, l’equilibrio di genere. La stagione 2019/2020 proposta dal Nazionale offre 25 spettacoli, tutti firmati da uomini, e il dato mi colpisce inducendomi ad approfondire; ebbene: registe e coreografe negli ultimi otto anni hanno firmato o cofirmato (al Mercadante e al San Ferdinando – in attesa di conoscere la prossima stagione del Ridotto per fare un calcolo complessivo) appena il 7,18% delle opere e – se la disparità tra uomini e donne è un tema che non riguarda il teatro italiano ma il Paese nel suo complesso – è anche vero che (per rimanere al 2018/2019) registe e coreografe hanno firmato o cofirmato il 18% della stagione de Il Piccolo di Milano, il 27% degli spettacoli in scena all’Argentina di Roma, il 28% dell’offerta dello Stabile di Torino, il 39% del programma dell’ERT.
Insomma: per De Fusco la regia pare un affare che appartiene prettamente agli uomini, bianchi, di età compresa tra i 50 e i 69 anni e che (costituisce, evidentemente, un titolo di merito) dirigano a loro volta un teatro.

 

Oltre (il modello) De Fusco
Luca De Fusco non verrà riconfermato alla direzione del Teatro Nazionale di Napoli: già oggi rappresenta un passato che continua nel presente caratterizzando l’immediato futuro dello Stabile dato che sarà il suo La tempesta a inaugurare Pompei Theatrum Mundi quest’estate e sarà il suo Sabato, domenica e lunedì a chiudere la stagione 2019/2020: si tratta di una regia che ha debuttato nello scorso gennaio al Vachtangov di Mosca, il teatro diretto da Rimas Tuminas (che, in cambio, dirigerà un Edipo a Colono riscritto da Ruggero Cappuccio e coprodotto dal Nazionale di Napoli e dal NTFI); l’opera (che sostituisce il progetto di un Sabato domenica e lunedì recitato “da Claudio Di Palma e Gaia Aprea” – progetto annunciato nella conferenza stampa tenutasi al Mercadante il 25 marzo 2015) viene ora invece interpretata da “un’eccellente compagnia di attori russi” nella “loro lingua” e sarà nell’aprile del 2020 sul palco del San Ferdinando così smentendo nei fatti quel che lo stesso De Fusco dichiara il 7 dicembre del 2018 a Natascia Festa: “Di suo De Fusco sta allestendo a Mosca una regia eduardiana, quella di Sabato domenica e lunedì, ed è scontato chiedergli se lo porterà anche al San Ferdinando” scrive la giornalista de Il Corriere del Mezzogiorno; “È un grande desiderio dei moscoviti”, le risponde De Fusco, “ma non vorrei esagerare con le mie regie”. Evidentemente ha deciso di esagerare e d’altro canto: negli ultimi vent’anni – dirigendo prima lo Stabile del Veneto e poi quello di Napoli – Luca De Fusco ha firmato trenta regie, ventisei delle quali vedono il teatro da lui diretto come soggetto (auto)produttore o (auto)coproduttore.
A meno di improvvise variazioni decisionali dunque dal 2020 non sarà lui a dirigere il Nazionale. Chi al suo posto? Detto che la sensazione è che si vada verso la nomina di un direttore-manager (con la probabile promozione di un membro già interno allo Stabile) e detto che la partita delle nomine giocata da Comune e Regione riguarderebbe adesso la consulenza artistica mi limito a sottolineare che – nel merito – le parole più sagge le ha scritte su La Repubblica Napoli Conchita Sannino il 22 febbraio 2019 chiudendo l’articolo – Mercadante, duello per la direzione il titolo – con cui ha inaugurato e stimolato l’ampia riflessione poi sviluppatasi giornalisticamente in città: occorre, scrive la Sannino, “prima una visione su quello che un teatro Nazionale può e deve essere. Poi, di seguito, l’accordo: magari pensato e non al ribasso”.
Non si tratta, dunque, di mandare via “uno dei commissari del variegato centrodestra locale d’antan, miscela di politici e professori messa insieme” a suo tempo da Caldoro e dal berlusconismo campano “per soppiantare con un’ideologia regressiva e piccolo borghese” il “potere culturale bassoliniano” (Corriere del Mezzogiorno, 6 marzo 2019) nominando ora un uomo o una donna che sia o che appaia vagamente più di centrosinistra e che tuttavia perpetui più o meno identica la prassi defuschiana; si tratta invece – proprio come scrive la Sannino – di porre come premessa a ogni scelta “una visione”: a dirigere lo Stabile (o a indirizzarne le future politiche culturali) dovrebbe essere dunque qualcuno che rispetti fino in fondo gli scopi dichiarati dallo Statuto; qualcuno che ridefinisca le funzioni degli spazi a disposizione (a partire dal Ridotto, nato per ospitare la ricerca dei più giovani, i tentativi scenici più precari); qualcuno che faccia del Nazionale il fulcro di un nuovo sistema teatrale regionale in grado di connettere differenze ed eterogeneità generando percorsi di cooperazione tra le sale off e i teatri finanziati, che consenta la formazione e la crescita professionale di artisti e operatori e favorisca il progressivo ricambio generazionale; qualcuno che sappia cosa davvero sta accadendo teatralmente in Italia (ben oltre le stagioni degli Stabili) e che sia capace di essere più avanti del pubblico, al quale andrebbe proposto non solo ciò di cui si accontenta ma anche e soprattutto quel che non conosce e desidera ancora; a dirigere lo Stabile di Napoli dovrebbe essere qualcuno che tenga conto del valore della trasparenza in merito alla pubblicazione dei bandi, all’accesso alle audizioni, alla modalità di presentazione delle proposte e dei progetti; qualcuno che intenda il rapporto con la platea non solo in termini quantitativi (come se gli spettatori fossero i clienti di un esercizio commerciale  e non dei cittadini che stanno usufruendo di un bene comune); qualcuno che riduca la propensione autoproduttiva direttoriale, che provi a sottrarsi al “così fan tutti” degli scambi e che rinunci a esportare in Italia e all'estero prevalentemente se stesso; qualcuno che non sia la mera espressione clientelare di partiti privi di progettualità e di competenze specifiche; qualcuno che sia in grado di riconnettere la proposta del Nazionale alle urgenze del presente e al contesto di appartenenza (che senta, insomma, le ferite della città e che accolga le energie che la città esprime); qualcuno che sia in grado di produrre una reale stagione di rinnovamento (che dovrà necessariamente coinvolgere anche il Napoli Teatro Festival Italia e mettere in discussione la gestione del circuito del Teatro Pubblico Campano): perché è proprio di una radicale e rigorosa stagione di rinnovamento che la teatralità napoletana ha un bisogno urgente e ormai non più rinviabile.
È su questo che Regione e Comune saranno giudicati; è su questo che – dal 2020 – giudicheremo la neodirezione amministrativa ed artistica intrapresa dal Teatro Nazionale di Napoli.



 

(le foto di scena poste a corredo dell'articolo sono di Salvatore Pastore e Fabio Donato)

 

 


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