“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Venerdì, 05 Aprile 2019 00:00

Il cerchio perfetto

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Dal suo debutto al Festival Teatrale di Borgio Verezzi il 22 luglio 2018, La scuola delle mogli di Molière con la regia di Arturo Cirillo ha realizzato più di settanta repliche e il risultato è visibile sulla scena sin dai primi minuti: un meccanismo collaudato, perfettamente in sincrono tra tutte le parti che compongono lo spettacolo, un continuo lavoro di studio e approfondimento del testo come il regista da sempre è abituato a fare.

L’immagine che viene in mente è quella che si rappresenta sulla scena: una struttura circolare, una casa che ha la sua facciata con sole due aperture, di cui una piccolissima e poco visibile, e il suo interno diviso in un piano terra dove si trova un divanetto, qualche oggetto e dove allocano una coppia di servitori-custodi di una ingenua fanciulla che vive da reclusa al piano superiore. La casetta, posta al centro scena, ha il profilo di quelle disegnate dai bambini, poggia su una struttura che la fa ruotare continuamente tra interno ed esterno, simbolicamente tra apparenza e realtà, tra inganno e verità, in continuo gioco di doppia − o doppiezza − identità.
All’interno di questo microcosmo ruotante vi è la soluzione a quanto Arnolfo, (lo stesso impareggiabile Cirillo) ricco signore avanti negli anni, considera un problema che sembra irrisolvibile nel paese: il tradimento femminile, banalmente “le corna”. Il dialogo iniziale tra Arnolfo e l’amico Crisaldo rivela chiaramente la visione misogina del primo, pronto a trovare nell’intelligenza femminile e nella bellezza il motivo del tradimento. Crisaldo cerca di convincere l’amico della naturalezza di tale situazione, figlia di un vincolo matrimoniale che bisogna accettare come un dato di fatto. L’argomentazione di Arnolfo rimanda al personaggio del Cavaliere misogino e odioso de La locandiera di Carlo Goldoni: le donne pensano troppo, più del necessario, ma il personaggio di Molière non le evita, ha pronta la soluzione: prendere una bambina dalla campagna più povera, farla crescere in un convento educandola al silenzio, all’idiozia, non incentivando nessun talento. Farla dipendere in tutto dall’uomo, renderla una serva riconoscente, un essere inutile, una bambolina leziosa che non arriverebbe mai nemmeno a pensare di poter tradire il marito.
Agnese, vestita esattamente come una bambola, dall’ampio vestito rosa lucido, vive sotto il controllo di questa coppia infingarda che ricorda i servi di plautina memoria, pigri, furbi, interessati al quattrino facile, pronti all’imbroglio. Arnolfo non abita lì, ovviamente, la sua casa è poco distante, dove si fa chiamare Signor Del Ramo, nome allusivamente premonitore. Fuori dalla casetta prigione, Arnolfo incontra spesso il giovane Orazio, all'inizio sembrerebbe casualmente, poi è sempre più chiaro il motivo di tali frequenti incontri. Con l’abile astuzia del più avvezzo doppiogiochismo, presentandosi come confidente del giovane e saggio indagatore delle abitudini della fanciulla, Arnolfo scopre che i due giovani si sono incontrati, nonostante tutto, e si amano, a dispetto di tutto. Tra equivoci, dialoghi serrati, umorismo surreale, finanche l’agnizione finale che riguarda la ragazza, finta anch’essa, ordita dal servo che si libera in questo modo della servitù servile ad Arnolfo, l’amore trionfa mettendo in ridicolo le velleità del maturo protagonista che si scopre innamorato quando scopre la beffa ai suoi danni.
“Sofferto tutto il soffribile, ora calma. Vado in cerca di quello che non voglio trovare” dice Arnolfo, svelando la modernità del testo di Molière che Cirillo mette in risalto. All’amore spontaneo e sincero dei due giovani, ingenui ognuno nella propria inesperienza, più vicino allo stato di natura che alle regole civili degli uomini, fa da contraltare l’amore ossessivo di Arnolfo, vittima del suo gioco crudele, un sentimento che è possessione, regola, grammatica cinica. Nelle note di regia, Arturo Cirillo dice: ”… Molière riesce a guardarsi senza pietismo, senza assolversi, ma anzi rappresentandosi come il più colpevole di tutti, il più spregevole (ma forse anche il più innamorato), riuscendo ancora una volta a farci ridere di noi stessi, delle nostre debolezze ed incompiutezze, della miseria di essere uomini”. Molière in quest’opera fa trasparire i suoi sentimenti poco nobili che fanno parte della sua biografia umana, e Arturo Cirillo spinge sull’aspetto comico del personaggio, a tratti ridicolo consapevole di rendersi tale, senza abbandonare quel lucido e intelligente cinismo che lo fa muovere con passi di danza, pronunciare alcune battute con toni acuti, gesticolare enfaticamente come cifra connotativa della recitazione dell’attore regista.
Con questo testo Cirillo, dopo un’escursione nella drammaturgia americana che gli ha dato maturità nello studio dei personaggi, ritorna a Molière dopo Le intellettuali, in scena nel 2005 e L’avaro del 2010, interpretando il testo con leggerezza, senza essere superficiale, e lineare, essenziale. Questa lettura emerge anche nella scelta dei tagli di luce e dei colori sulla scena, dove predominano i colori intensi come il rosso, il blu, il damascato degli abiti di Arnolfo, Crisaldo e del giovane Orazio su queste tonalità calde.
Tutto sembra controllato dall’abile regia e dalla bravura degli attori che non sono affatto comprimari, ma meccanismi fondamentali alla pièce, da Rosario Giglio che con perfetta padronanza scenica si alterna tra due personaggi diversissimi tra loro a Valentina Picello perfetta in un ruolo apparentemente semplice come Agnese, ma molto complesso mentre la sua personalità emergeva sulla scena. Marta Pizzigallo e Giacomo Vigentini anche loro perfetti senza sbavature.
Questa struttura controllata e dinamica con il suo movimento circolare per cui tutto torna al proprio posto come se fosse una legge naturale, nonostante gli interventi degli uomini, è rivelata nella battuta di Crisaldo/Rosario Giglio quando cerca di convincere Arnolfo che le corna sono un affare inevitabile nel matrimonio: ”Il lato positivo delle corna è farle ruotare, vederle da un altro punto di vista…”.
Tutto gira, sempre.


 

 

 

 

La scuola delle mogli
di Molière
traduzione Cesare Garboli
regia Arturo Cirillo
con Arturo Cirillo, Valentina Picello, Rosario Giglio, Marta Pizzigallo, Giacomo Vigentini
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
luci Camilla Piccioni
musiche Francesco De Melis
assistente alla regia Mario Scandale
assistente costumista Nika Campisi
musiche di scena eseguite da Francesco De Melis, Caterina Dionisi, Vasco Maria Livio, Lorenzo Masini, Orlando Trotta Paik
produzione Teatro Stabile di Napoli − Teatro Nazionale, Marche Teatro, Teatro dell’Elfo
durata 1h 30’
Napoli, Teatro Mercadante, 28 marzo 2019
in scena dal 20 al 31 marzo 2019

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