“Sai quello che succede con le poesie? Un giorno sembra che l'hai pensata tu. E non sai se sei stato tu a raggiungerla o è lei che ha raggiunto te".

Daria Deflorian

Sabato, 30 Marzo 2019 00:00

Una storia nera, come il petrolio

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“Non ti ricordi di Ken Saro Wiwa? Il poeta nigeriano, un eroe dei nostri tempi. Non ti ricordi di Ken Saro Wiwa? Perché troppo ha amato l'hanno ammazzato davanti a tutti. Bugiardi dentro, fuori assassini, vigliacchi in divisa”.
(A sangue freddo, Il Teatro degli Orrori)

 


C’è una storia che attraversa il tempo come un fiume nero, un fiume ora sotterraneo e sommerso – come fosse carsico – ora assottigliato e disperso in una miriade di rivoli, tutti immancabilmente di un unico colore: nero.

Il nero di questa storia si chiama petrolio ed è un fiume che a risalirlo a ritroso ci vorrebbe un tempo immenso; ne troveremmo le sue sponde – o forse più probabilmente i suoi fondali – costellati di cadaveri e carcasse, inghiottiti in genere in quel buco, guarda caso anch’esso nero, fatto di misteri e intrighi che appartiene alla memoria nascosta e rimossa della nostra storia. È un fiume, questo nero fiotto, che zampilla spruzzi d’oro del colore della pece e che affratella in un comune destino la Lucania e il Delta del Niger, con le grandi multinazionali del settore a generare profitti miliardari e territori stuprati nelle loro viscere, prosciugati e vilipesi. E gente che muore.
È un nero, quello di questa storia, che ha i propri prodromi illustri in quell’intrico di fatti controversi e delitti irrisolti che da decenni dipingono di scuro la cattiva coscienza del nostro Paese: il caso Mattei e l’omicidio di Pasolini sono gli antesignani e le scaturigini di quanto avvenuto in seguito. Enrico Mattei, allora presidente dell’ENI, esplose in volo col proprio aereo nell’ottobre del 1962 e il fatto fu inizialmente – e per lungo tempo – derubricato come incidente; in realtà, come stabilito successivamente, si trattò di un vero e proprio attentato architettato intorno a interessi petroliferi (e politici) internazionali molto forti, in un gioco di equilibri fra Medio Oriente e le cosiddette “Sette Sorelle” (le grandi compagnie petrolifere americane). Pier Paolo Pasolini muore la notte del 2 novembre del 1975 sulla spiaggia di Ostia e il delitto viene presto etichettato come una storiaccia tra omosessuali (quando non addirittura con coloriture più truci e sprezzanti); in realtà, anche su quell’omicidio si stende una cappa di mistero tuttora non del tutto diradata. Al momento della sua morte, Pasolini stava ultimando il suo romanzo Petrolio – che sarebbe poi uscito postumo nel 1992, per giunta con delle omissioni non propriamente spiegabili – in cui ricostruiva proprio il caso Mattei; una pagina bianca di un capitolo che non fu mai scritto (o almeno mai ritrovato) recava in alto un titolo: “Lampi sull’ENI”.
Fatti italiani, storia nera che implica eversione e servizi segreti, interessi capitali che ruotano attorno al cosiddetto oro nero, fonte di energia non rinnovabile che ancora oggi catalizza gran parte del fabbisogno energetico della società industrializzata, ad onta di tutte le più plausibili considerazioni ambientaliste. Perché questo fiume nero, ora sommerso, ora disperso, non ha mai smesso di scorrere, nell’indifferenza correa di istituzioni e informazione: basti pensare all’incidenza invasiva degli stabilimenti della Saras (che fa capo alla famiglia Moratti) sul territorio di Sarroch (provincia di Cagliari) e all’ostracismo incontrato dal documentario Oil (2009), girato da Massimiliano Mazzotta, nel quale si testimoniava dell’impatto ambientale degli impianti petroliferi nella zona del Golfo degli Angeli.
E questo fiume nero è trasversale, zampilla in polle del colore della pece in un’altra regione, la Basilicata; anche lì è arrivato il boom petrolifero, con le sue trivelle, i suoi profitti e i suoi mortali effetti collaterali. È il più grande bacino petrolifero dell’Europa continentale, quello che si trova in Lucania, una terra che si è vista trivellare negli ultimi venticinque anni quasi cinquecento pozzi.
A leggerle e ad ascoltarle, le storie si rassomigliano, a Sarroch come a Viggiano (Val d’Agri, Potenza), hanno un panorama simile, nel quale campeggia sempre una fiamma accesa e che esala quel tipico lezzo d’uova marce che uova non sono, ma residuato aereo dell’estrazione degli idrocarburi, fatto di gas mefitici, di un gas in particolare, chiamato con una sigla: H2S; altrettanto letale quanto lo Zyklon Badoperato dai nazisti nelle camere a gas.
La dinamica (perversa) è più o meno sempre la stessa, a Sarroch, a Viggiano, ma anche a Taranto con l’ILVA, che non lavora petroli, ma devasta uguale, infesta e inquina col suo megastabilimento: si impiantano grandi falansteri industriali che fanno baluginare prospettive di lavoro; e il lavoro in effetti c’è, non è più un diritto, ma merce di scambio, ricatto morale che ha la forma di un tozzo di pane ripieno di veleno, è coercizione subdola che baratta uno stipendio con il silenzio, la fame con la salute. A latere, si blandisce la comunità elargendo cospicue mance ai singoli comuni, milioni di euro che per i colossi petroliferi come l’ENI sono briciole di fatturato, ma che per un paese lucano possono sembrare una manna dal cielo, un surplus da investire nelle piccole infrastrutture o addirittura nella festa patronale per ingaggiare persino il cantante di grido (e a Viggiano, nel 2018 per la festa della Madonna Nera s’è potuto esibire Álvaro Soler).
Tutta questa materia è alla base del lavoro di Ulderico Pesce, intitolato giustappunto Petrolio – Storie dalla Lucania Saudita; un monologo, una narrazione – a cui s’aggiungono inserti video con funzione documentale – fatta di voce, corpo e pochi segni: appare sulla scena con un’asta brandita a mo’ di canna da pesca, tesa su un bidone di latta, come a evocare un rabdomante che dalla terra di Lucania debba far emergere qualcosa; quello che emerge lo sappiamo già, ne conosciamo il colore. Loro, i Lucani, hanno imparato a conoscerne anche l’odore, quel lezzo che sa di uova andate a male. Ulderico Pesce, lucano di nascita, attivista per vocazione, si fa collettore di storie, di tante storie che confluiscono in una sola storia scenica, emblematica e rappresentativa, nella quale assume il ruolo dell’io narrante, a voler rimarcare quanto questa vicenda egli la senta e come la viva in prima persona.
L’inizio è colloquiale, anche ammiccante; Ulderico cerca il coinvolgimento del pubblico, in un dialogo che appare collaudato (diremmo “ben oliato”, se l’espressione non ci sembrasse inopportuna), per far sì che dalla platea si entri nel cuore della storia, emotivamente oltre che in virtù dei dati di cronaca e dei numeri snocciolati con cognizione di causa. Ed è una storia che fa presa, e non ha bisogno di un impianto teatrale composito, tant’è che lo si riduce a pochi elementi evocativi: il bidone di latta suddetto e il suo contenuto fideistico, una statua della Madonna Nera di Viggiano, simbolo e sintomo di quell’impotenza – spesso venata di inconsapevolezza – che attanaglia persone comuni quali gli abitanti della Val d’Agri, compressi in un gioco (e in un giogo) più grande di loro. È il cavallo di Troia di una manna chiamata lavoro, che pretende in cambio che si taccia di effetti collaterali, di falde acquifere inquinate, di malattie tumorali che s’incrementano. Nel racconto di Ulderico Pesce la raffineria dell’ENI di Viggiano diventa (è) un vero e proprio ecomostro che sversa i propri liquami nel territorio circostante; un padre, una figlia e un fiore di glicine piantato sul terrazzo di una casa prospiciente lo stabilimento sono i simboli caduchi e vinti – eppure tenacemente resistenti – attorno ai quali si snoda il racconto. Un racconto che amplia il suo raggio nel momento in cui lega in un abbraccio comune la Lucania e il Delta del Niger, teatro di altri sfruttamenti petroliferi selvaggi, da parte della stessa ENI e della Shell, finita a processo per l’assassinio di Ken Saro-Wiwa, poeta, scrittore, attivista: ucciso. All’assassinio di Ken Saro-Wiwa seguì un processo, in cui era imputata la stessa Shell, che si affrettò a patteggiare (ciascuno tragga le proprie conclusioni…).
La storia, questa storia nera come il petrolio che l’inquina, s’arricchisce progressivamente di dettagli, compone un collage fatto di tasselli che si intersecano e che dicono della protervia dei grandi contro i piccoli e si punteggia di episodi oscuri e sospetti, come le morti – anche quelle molto in fretta archiviate come suicidi – di Gianluca Griffa, un ex ingegnere dell’ENI responsabile proprio del centro di Viggiano, trovato impiccato in Piemonte nel 2013 dopo che l’azienda l’aveva trasferito, e di Guido Conti, un ex generale del reparto forestale dei Carabinieri, già dirigente della Total, trovato ucciso con un colpo di pistola nella sua auto a Sulmona nel 2017, dopo che la compagnia petrolifera francese l’aveva tanto rapidamente quanto misteriosamente licenziato.
L’affresco dipinto da Ulderico Pesce ha tinte fosche, la costruzione teatrale scivola su un piano secondario; in evidenza ci sono la denuncia di quanto accade e del silenzio che l’avvolge; in primo piano c’è l’urgenza civile, che sfrutta il teatro come medium comunicativo per diffondere una storia poco nota, forse per volontà precise incatramata in sacche di rimozione che la oscurino, affinché non se ne parli, affinché se ne sappia il meno possibile, in barba alle violazioni sistematiche di tutti i parametri sanitari e di ecosostenibilità stabiliti dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).
È un’orazione civile fervida e appassionata quella di Ulderico Pesce, ha la forma di un racconto in cui di immaginazione ne serve poca, tanta e tale è la corposa realtà che lo compone, storica e documentabile. La passione che anima l’attore/narratore è autentica e veemente come se questo spettacolo non avesse alle spalle decine di repliche; lo anima quel fuoco sacro della lotta per la verità, che lo fa rivivere ogni sera, a ogni replica, come quel glicine che appassisce a ogni chiusura di sipario per poi rifiorire la sera dopo.
Inserito nella rassegna Teatro Civile Meridionale organizzata da l’Asilo, Petrolio concorre a fare silloge di racconti testimoniali di un Meridione le cui storie hanno matrice comune e rivendicano una centralità per le proprie vicende e le proprie istanze, un Meridione che, come la Lucania di Petrolio, ha tutto il diritto di ribellarsi a una dignità calpestata e di rivendicare la propria legittima autodeterminazione. Nell’anno che vede una delle province lucane – Matera – assurgere al ruolo di capitale culturale, stride l’idea (e l’immagine) che nella medesima regione si consumino tragedie (perché di tragedia si tratta) che sembrano confinate nel limbo di un ordinario ineluttabile, condannando chi le vive ad affondare nell’oblio cupo di pozzi neri come il petrolio che li avvelena.

 

 

 

 


Teatro Civile Meridionale
Petrolio – Storie dalla Lucania Saudita
scritto, diretto e interpretato da Ulderico Pesce
produzione Centro Mediterraneo delle Arti
foto di scena Emanuela Di Guglielmo
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, l’Asilo, 21 marzo 2019
in scena 21 marzo 2019 (data unica)

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