“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Venerdì, 21 Dicembre 2018 00:00

Psicosi senza rappresentazione

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Il teatro Sala Ichòs di San Giovanni a Teduccio ospita uno spettacolo coraggioso, l’ultimo scritto composto dalla grande drammaturga Sarah Kane, Psicosi delle 4 e 48, un testo che nella sua stessa stesura non offre indicazioni di scena e si mostra – nel suo essere un tragico lamento e commiato – refrattario alla messa in scena.

Andrea Cramarossa, della compagnia Teatro delle Bambole, che si presenta in veste di attore e regista, sceglie il buio, affermando esplicitamente di voler rifiutare la rappresentazione, la messa in scena: la sala rimarrà oscura, senza luci, per tutta la durata dello spettacolo, tranne alcuni brevi passaggi illuminati. Da solo in scena a sostenere un testo che potremmo definire un monologo o un dialogo interiore, l’attore si intravede in sala grazie a un abito bianco da sposa, con strascico, e una calzamaglia bianca in testa che rubano quel po’ di luce presente, facendo appena intravedere nel buio la sagoma che parla. L’unico oggetto scenico presente, oltre a una sedia e un leggìo, è costituito da una lampadina che l’attore accende a intermittenza durante le parti del testo in cui il/la protagonista (si tratta di una donna rappresentata da un attore maschio) parla/dialoga con i suoi doppi, l’amata/amante/medico.
Lo spettacolo comincia con un audio in cui si sentono dapprima suoni di uccelli e poi uno scroscio di applausi: il successo ormai arride alla giovane scrittrice, tra malesseri e ricoveri ospedalieri. L’attore supera subito la barriera del palcoscenico e si posiziona nel palco, tra gli spettatori: “Ne hai di amici?... cosa hai fatto ai tuoi amici per renderli così premurosi?”. L’incipit è significativo della direzione insieme patetica e ironica, lamentevole e accusatoria del testo. L’alter ego, il doppio – ossia immaginari altri cui l’autrice si rivolge − è reso con una voce contraffatta, stridula, dall’attore, che segna una differenza rispetto alla voce principale narrante.
Non c’è dramma, nel senso di azione: tutto si svolge entro lo spazio della coscienza, in un flusso che alterna disperazione e volontà di salvezza. Sarah Kane dà voce alla sua depressione più profonda e autentica, divisa tra una voglia di amare e l’incapacità degli altri di amarla, di ricambiare il suo amore; scissa tra il corpo – detestato, volontariamente ferito, tagliato, smagrito – e la mente, inarrestabile, nonostante tutto recalcitrante alla narcosi farmacologica, in bilico tra desiderio di vita e impulso di morte. Ripercorrendo le paure, la rabbia, le gioie e le delusioni, il tempo scorre inesorabilmente verso l’orario di ‘lucidità’ massima, quelle 4 e 48 della mattina che gli esperti affermano essere l’ora più propizia al suicidio.
Il buio, dunque, come nota dominante: un buio in cui si perdono i confini tra il sé e il mondo, si smarrisce l’identità, attraversata da pensieri e sentimenti opposti e contrastanti, incapaci di ricostruirsi in una forma (regista e scrittrice di successo, amante/amata, paziente/medico). E se in questa dissolvenza della presenza appare una forma, è quella di una riproduzione surreale e claustrofobica, come nella scena in cui l’attore si mostra con ali da angelo a sorreggere una gabbietta da uccellini in cui è rinchiusa una statuetta che riproduce il/la protagonista in scena.
Solo alla fine dello spettacolo, con l’accendersi delle luci, noto i piedi sporchi di sangue che sbucano dal vestito (chiodi cristologici alle caviglie oppure rigagnoli di mestruo?). La rappresentazione che la regia vuole programmaticamente negare come scelta estetica elimina o quanto meno attutisce al massimo possibile il senso della vista, la luce – che appare solo a intermittenza, come bagliori di lucidità nella disperazione della notte. In questo modo lo spettatore non ‘vede’ che il suono della voce, non può che concentrarsi sulle parole, sul testo.
Per quanto riguarda la voce, il registro scelto è quello medio: un monotòno sempre uguale (intervallato solo dalla voce stridula del doppio), chiaro e controllato persino nei momenti in cui la disperazione si fa massima, persino nelle urla, sempre trattenute, non lasciate andare fino in fondo. Un tono piano che concede poche o nulle variazioni: la disperazione più nera e sofferente è parlata, come raccontata ‘civilmente’, non colpisce con violenza lo spettatore come invece le parole del testo e sembra avere i suoi effetti migliori quando apre ai momenti di ironia, o pesante sarcasmo.
Si percepisce un vuoto della rappresentazione (certamente voluto dalla regia e raccolto dai brusii e rumori in sala degli spettatori), assistiamo a un lungo lamento in cui il dolore viene percepito esclusivamente in modo cerebrale, mentale: alla voce è sottratto il corpo, allo strazio la carne. Le parole arrivano come da una lontananza solipsistica che non scuote né percuote, nonostante la loro tragicità, che rendono quelle stesse parole (non più solo scritte ma rappresentate) spesso poco credibili, come se non fossero che una rappresentazione, un atto di narcisistico vittimismo, un mostrarsi che finge (e uno spettacolo che non vuole essere una messa in scena), se solo non sapessimo del gesto con cui veramente l’autrice ha accompagnato e realizzato quelle parole. Ma quel gesto non fa parte del teatro né della scrittura, riguarda piuttosto la vita reale, è altra cosa. Ma è forse lì, sembra suggerirci lo spettacolo, che dobbiamo andare a guardare.
Infatti, all’esterno, usciti dalla sala, faccio caso a un piccolo ‘altarino’, un omaggio funereo, un monticello di terra in cui sono piantate varie copie della medesima foto di Sarah Kane: mi chiedo se sia ‘lecito’ dare senso a un testo rimandando alla biografia del suo autore. Quel testo (e la sua rappresentazione) ha forza e valore solo perché l’autrice si è poi veramente suicidata?

 

 

 

 

Psicosi delle 4 e 48
di Sarah Kane
regia Andrea Cramarossa
con Andrea Cramarossa
luci Federico Gobbi
suoni Federico Gobbi
costumi Iole Verano
produzione Verderame, Teatro delle Bambole
col sostegno di CEA Masseria Carrara
lingua italiano
durata 1h 10'
Napoli, Sala Ichòs, 9 dicembre 2018
in scena dal 7 al 9 dicembre 2018

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