“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Venerdì, 02 Novembre 2018 00:00

Una voce, un coro, un dramma

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Sette paia di scarpe nere sul limitare dello spazio che separa l’assito dalle gradinate del Teatro La Giostra, ad un passo in altezza da Piazza Augusteo, nei Quartieri Spagnoli. Quasi al centro di questa linea, sagomato a terra da un nastro bianco, un gioco da bambini con le caselle numerate in cui si salta senza toccare le linee di demarcazione. Poco più indietro nove piccoli sgabelli di cartone su cui si siederanno gli attori-ballerini, cinque donne e due uomini con abiti neri come le scarpe che li attendono, e una ballerina.

La musica che accompagna il loro ingresso è sottile, cadenzata, quasi indifferente. Gli attori lentamente misurano lo spazio con semplici gesti, alcuni mimati, altri più articolati, altri ancora monocordi come i suoni disarticolati che emettono. Singolarmente o a coppia, danzano con i volti bistrati di bianco, maschere di una tragedia contemporanea che porta il nome di Anna Cappelli. Il testo di Annibale Ruccello, ultimo lavoro del 1986 prima della sua prematura e drammatica scomparsa, è ormai da considerarsi un classico della drammaturgia italiana che il regista Massimo Finelli rilegge e porta in scena connotandolo della presenza di questo coro inteso alla maniera greca.
Gli attori agiscono come un prologo, poi indossano le scarpe, e il loro dinamismo vocale e gestuale si sopisce solo per lasciare la scena all’ingresso di Anna, anch’essa in abito nero, che si posiziona davanti a un leggio incastrato tra gli sgabelli dove il coro si è seduto. Il nome della protagonista è proiettato a caratteri bianchi sullo sfondo nero, lasciando in seguito il posto alle proiezioni di disegni che formano la scenografia bidimensionale delle sette scene di cui si compone la pièce. Anche in questi quadri la linea bianca è sottile, domina il nero, colore dell’animo e della cupezza della vita tragica di Anna Cappelli.
Patrizia Eger è la protagonista, voce narrante del monologo che ha inizialmente come interlocutrice la signora presso cui Anna ha in fitto una camera dopo il suo trasferimento da Orvieto a Latina, impiegata al Comune, anonima travet. La voce della Eger diventa corpo e anima di Anna, ricca di tutte le sfumature che dal grigio portano al nero. La sua gestualità è molto ridotta, il suo dramma è tutto nella voce, cupa e cavernosa quando rende i reali pensieri di Anna, mentre il timbro torna anonimo quando deve confrontarsi con un mondo che sembra strapparle continuamente la sua identità. L’aggettivo “mio” campeggia alle sue spalle come chiave di lettura di una psiche compromessa, chissà da quando, forse dall’infanzia, eppure così banalmente normale. Non è una sprovveduta quando il ragioniere del suo ufficio si accorge di lei, anzi sembra conoscere molto bene le strategie femminili e il gioco della seduzione per trasformare l’uomo in quell’aggettivo possessivo che le può rimandare la sua immagine completa, ricomposta.
In questo quadro in cui la cupezza della voce narrante diventa angosciante, gli attori danno vita a una scomposizione psicanalitica di Anna. Le figure femminili incarnano i pensieri, le paure, le illusioni, i ricordi infantili, mentre le figure maschili fanno da controcanto con i pensieri del ragionier Tonino, molto meno articolati, ironicamente più concreti per una situazione che dovrebbe essere romantica come un primo appuntamento, ma che in realtà appare subito come un mero calcolo di entrambi. In questa scena, l’azione corale degli attori funziona in modo sincronicamente sensato, con punte di intelligente ironia che mette ancora più in risalto la leggerezza di questi primi momenti con la tragedia che si consumerà più avanti. Nei quadri successivi il desiderio di possesso si evidenzia con una litania giocata sull’allitterazione di un testo proiettato sullo schermo, dove ogni elemento del coro recita, come in una partitura sacra, mezzo verso legandosi con il seguente. “Se non è mio, non è mio... se è me è mio...”.
La parcellizzazione dell’ego di Anna operata dal regista Finelli è indubbiamente una lettura originale della pièce, tra la sua ostentazione di una finta emancipazione borghese che la porta ad accettare la convivenza imposta dal ragioniere che la metterà sotto scacco, rendendola ancora una volta soccombente e una ribellione che la porta agli inferi. Il coro si muove seguendo i moti dell’animo della donna a coprire lo spazio temporale che separa la decisione della convivenza, con quella dell’uomo che dopo due anni la abbandona per andare in Sicilia. Il motivetto di Nella vecchia fattoria, è ripetuto spesso come un diversivo alienante, inframezzato dalla scena evangelica di Cristo morente sulla croce che pronuncia le sue ultime parole, e da espedienti metateatrali in cui gli attori riprendono possesso del loro ruolo discettando di teatro, come se fossero “altro da sé”. L’atto antropofagico di Anna della scena finale, in cui con spiazzante brutalità emerge la potenza della sua lucida follia, rivela come l’altro da sé sia ormai interiorizzato, e non metaforicamente, trovando la sua realizzazione totale nell’omicidio e suicidio.
Finelli nella secca didascalia del testo di Ruccello tra una scena e l’altra che suggeriva un generico “stacco musicale”, ha trovato la possibilità di operare una nuova messa in scena che è diventata una rilettura corale di questo classico. Anna Cappelli, che si interroga sulla sua identità malata di non essere abbastanza, di non avere un ruolo codificato dalle convenzioni borghesi, ben definito, trova nuova linfa nell’originale rilettura del sottotesto affidata al coro che integra il non detto ruccelliano, le ellissi psicologiche e temporali, che spinge per mettersi al centro dell’azione scenica restituendo alla protagonista tutta la sua sconvolgente unicità. 

 



Anna Cappelli (CanticOpera)
da Anna Cappelli
di
Annibale Ruccello
regia Massimo Finelli
con Patrizia Eger, Michelangelo Esposito, Matteo De Luca, Chiara Cucca, Sabrina Gallo, Sissy Brandi, Eleonora Migliaccio, Valentina Vittoria
danzatrice Benedetta Musella
coreografie Elena D’Aguanno
interventi di danza Akerusia Danza
disegni Grazia Iannino
lingua italiano
durata 50'
produzione Akerusia Danza
Napoli, Teatro La Giostra, 26 ottobre 2018
in scena dal 26 al 28 ottobre 2018

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