“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Domenica, 28 Gennaio 2018 00:00

Il volo, la caduta, la ricerca di un posto nel mondo

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Teatro Comunale di Ceglie Messapica, un ritorno: a circa un anno di distanza faccio una nuova puntata nel brindisino, nella casa di Armamaxa; la volta precedente avevo assistito a Digiunando davanti al mare di Giuseppe Semeraro e, anche questa volta, ripercorro l’esperienza di uno spettacolo a cui s’assiste stando sul palco, su un palco al quale lo spettatore accede entrando dal retro, ribaltamento di una prospettiva tradizionale e che sembra rispecchiare anche la posizione di Armamaxa rispetto alla questione spinosa dei Teatri Abitati (l’esperienza virtuosa delle residenze pugliesi messa di fatto in ginocchio dalla vacatio politico-culturale successiva all’insediamento di Michele Emiliano in Regione), come da lettera aperta che pubblicammo su questo giornale.

Ma non entro in questa sede ulteriormente nel merito della questione e anzi ritorno sul palco, su quel palco su cui s’accomoda il pubblico e sul quale, attraversando la platea vuota – dimodoché il ribaltamento sia totale e completo – arriverà l’attore. Lui è Gaetano Colella, Icaro caduto il suo spettacolo, presentato con la protettiva dicitura di ‘studio’, prima che la prova del palco ce lo mostri invece nella sua compattezza densa che ne fa opera di fatto già pronta e finita.
L’emiciclo del proscenio (che diventa fondale aperto) con l’emiciclo della platea fatta di sedie (e posta a fondo palco) formano un’ellisse, alveo accogliente per la celebrazione di questo rito teatrale capovolto.
Entra, Gaetano Colella, con passo molto lento dal fondo della sala teatrale e comincia a raccontare, ha addosso una casacca mimetica smanicata, una mise che frastaglia l’idea contestuale rendendola trasversale ad epoche possibili: chi è quest’Icaro inscenato? Di cosa intende renderci partecipi? In che direzione volge il suo racconto in prosa versificata? E perché, per dirci ciò che ci vuole dire sub imagine fabulae, ha scelto di appoggiarsi alla metafora del mito, ancorché riscritto?
Se per la scuola psicoanalitica freudiana la nascita del mito era la rappresentazione delle patologie mentali dell’uomo, con Jung il mito diviene strumento d’espressione simbolico e atemporale dell’inconscio collettivo, quindi esemplificativo di temi e strutture applicate alla realtà e alla sua rappresentazione; e c’è, nella mitologia classica – soprattutto per gli dèi, ma anche per eroi e figure mitiche in generale – una propensione a ricorrere (come spiega ad esempio Károly Kerényi) alla figura simbolica del fanciullo; questo perché – sempre per dirla con Kerényi – la mitologia non è mai biografia, ma è al contempo qualcosa di meno per la sua parzialità e qualcosa di più per la sua capacità di abbracciare realtà atemporali. Il topos mitico del fanciullo poi ha una serie di implicanze significative che ritroviamo nel caso di Icaro: essere ‘fanciullo’ significa essere in cammino lungo un percorso che conduce all’autonomia e questo percorso nasce da un conflitto; nasce dallo stato di abbandono di partenza, da quel senso d’assenza che Icaro attribuisce alla figura paterna di Dedalo, più scienziato che padre, troppo preso dal seguire il proprio genio d’inventore per dedicarsi alle istanze affettive del proprio figlio. Il fanciullo si fa pertanto portatore di una crescita coscienziale che nasce dal superamento del conflitto; in questo caso a configgere sono un figlio e un padre. Il figlio evocato da Gaetano Colella è un Icaro postumo al proprio mito, raccolto in mare dopo la caduta, un Icaro franto e malridotto che viene accolto in una famiglia di pescatori pugliesi come un dono caduto dal cielo, come una creatura misteriosa, a metà fra l’angelo e l’uccello (“Angelo” gli dà per nome la famiglia che l’accoglie, “auciello” scappa loro più volte di chiamarlo). È l’Icaro che il mito tradizionale lascia al suo destino dopo essere precipitato; Gaetano Colella lo raccoglie e gli costruisce attorno una favola, lo raccoglie come una creatura che ha ancora nel corpo gli effetti della caduta, nell'anima le ferite più profonde, un Icaro incapace di articolar parola, strambo nella forma, deforme, sfatto e dormiente, offerto in visione come fenomeno da baraccone agli abitanti del paese e a chi viene da lontano in cambio di un cesto d’arance o di un pezzo di salame. Lo raccoglie, Gaetano Colella, questo Icaro, e lo cala in un racconto a più voci che s’esprimono e si modulano nella sua, che si dispiega in versi in rima dall’andatura piana, endecasillabi in rima che s'alterna in cui il lirismo non si sovrappone alla prosa, conservando una sostanziale intelligibilità che non abbisogna di sforzo per essere compresa.
L’Icaro, quest’Icaro di Gaetano Colella che nasce da un conflitto, compie nel suo lineare percorso fiabesco un itinerario volto alla risoluzione di questo conflitto, un itinerario che passa per la crescita autonoma realizzata attraverso la conoscenza e il sapere, i libri lo strumento (“trovai nella parole la mia forza”) atto ad acuirne l’ingegno e l’inventiva prima di mettersi in marcia in un percorso a ritroso alla ricerca delle origini, verso la figura paterna, confinata in una grotta in Sicilia.
Ed è un Icaro che cade e si rialza, che faticosamente si mette in piedi, che scopre allo specchio la propria deformità e che sull’assito compie la sua presa di coscienza – contestualmente alla ritrovata capacità di star ritto sulle proprie gambe – salendo in piedi su un parallelepipedo nero, unico oggetto di scena, salito sul quale udiamo il battito pulsante del suo cuore scandirne l’emotività crescente.
La ricerca del padre diviene così ricerca di una risposta e di una soluzione (“cercando lui in tutti questi anni io non cercavo altro che me stesso”), il ritrovamento fa sì che la rabbia verso la figura paterna sfumi in un sentimento di pacificazione, in un moto di tenerezza che insorge dal riconoscersi per la prima volta nella propria essenza complementare, scoprendo nel rugoso volto di suo padre le espressioni della sorpresa e dell'affetto, scovandolo in una grotta in cui egli, Dedalo, s'era affranto e disperato per quel figlio caduto e poi perduto e per il quale aveva imperterrito continuato a costruire ali.
La forza attorale e la potenza evocativa di Gaetano Colella si fondono con una concezione registica essenziale, che affida a pochi efficaci ed opportuni tagli di luce gli snodi narrativi del racconto e a quell'unico oggetto di scena una funzione simbolica di gradino ascensionale; al resto provvedono mimica e vocalità dell’attore, il quale infonde nel suo Icaro un’anima vibrante che sale in un crescendo montante verso il climax emozionale del racconto. L’uso di inserti dialettali serve a calare il mito nella realtà contingente, a renderlo “appartenente” tanto a chi lo narra quanto a chi l’ascolta.
La costruzione della fiaba ha una struttura compiuta, che approda alla risoluzione del conflitto e che ricompone il dissidio non solo a livello fattuale ma anche simbolico, condensando nel rapporto padre/figlio l’essenza della trasmissione generazionale, passando attraverso il tribolo dell’incomprensione, della contrapposizione, della lotta e persino dell’odio, fasi propedeutiche al superamento, all’uscita da quel labirinto in cui s’era impigliata e imprigionata una relazione non vissuta, fino a giungere all’uccisione, metaforica e incruenta, del padre per riuscire ad occupare finalmente il proprio posto nel mondo. Un padre ingombrante da cui prima liberarsi per poi voler tornare. Per far sì che il mito risolva il suo conflitto e Icaro, ormai leggero, possa tornare così a volare.



 

 

Icaro caduto
scritto e interpretato da Gaetano Colella
regia Enrico Messina
disegno luci Loredana Oddone
datore luci Francesco Dignitoso
costumi Lisa Serio
distribuzione Maria Assunta Salvatore
produzione Pagine Bianche Teatro, Armamaxa Teatro
lingua italiano, dialetto pugliese, dialetto siciliano
durata 1h 10’
Ceglie Messapica (BR), Teatro Comunale, 19 novembre 2017
in scena 19 novembre 2017 (data unica)

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